DUE CACCIA USA ABBATTUTI IN IRAN | ALTRO CHE CONTROLLO DEI CIELI


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Gli Stati Uniti avevano dichiarato di avere il controllo totale dei cieli iraniani. Una superiorità completa, incontestata, senza possibilità di reazione da parte di Teheran.

Poi però arrivano i fatti. Dopo ore di smentite, Washington è stata costretta ad ammettere l’abbattimento di due caccia statunitensi nei cieli dell’Iran. In un primo momento si era parlato di F-35, quindi di velivoli di ultima generazione. Poi è emerso che si trattava di un F-15 e di un A-10 Warthog. Non cambia il punto: due aerei militari abbattuti in un contesto in cui si parlava di dominio totale dello spazio aereo.

E questo, da solo, basta a incrinare quella narrativa.

Perché se davvero ci fosse un controllo completo dei cieli, episodi del genere non dovrebbero verificarsi. E invece accadono, e aprono scenari ancora più delicati. Dopo l’abbattimento è partita un’operazione di recupero dei piloti. Entrambi si sono eiettati, ma la situazione resta incerta: uno potrebbe essere disperso, forse in fuga, forse addirittura catturato.

Ma il passaggio più significativo è un altro.

I mezzi di soccorso inviati per recuperarli sono stati colpiti dalla contraerea iraniana. Questo significa che l’Iran non solo è in grado di abbattere caccia statunitensi, ma riesce anche a colpire operazioni di recupero in corso, cioè fasi estremamente delicate. Altro che superiorità totale: la difesa aerea iraniana è ancora pienamente operativa.

E mentre sul campo succede questo, Donald Trump continua a muoversi sul piano comunicativo nello stesso modo: minaccia, rilancia, alza il livello dello scontro. Minaccia nuovi attacchi ai ponti — come già avvenuto, con conseguenze anche sui civili — e torna a parlare di colpire le centrali elettriche iraniane.

Quindi non una guerra che si chiude, ma una guerra che si allarga.

Ed è qui che emerge la contraddizione più evidente. Da una parte si continua a dire che la guerra è sotto controllo, che è già vinta, che finirà in due o tre settimane. Dall’altra si ammette che non hanno ancora colpito come vorrebbero e si continuano a pianificare nuovi attacchi.

Questo porta alla considerazione più importante.

La guerra, invece di chiudersi, si sta complicando sempre di più. E sembra talmente complicata che gli Stati Uniti non riescono più a trovare una soluzione rapida, né militare né politica.

Nel frattempo, il nodo dello Stretto di Hormuz resta completamente irrisolto. Lo stretto è ancora bloccato e le conseguenze economiche sono già evidenti. L’aumento dei prezzi dell’energia, del carburante, la scarsità delle forniture stanno colpendo direttamente le economie europee.

E non è una crisi di breve periodo. È una crisi che rischia di durare mesi, forse anni, a seconda di quanto si prolungherà il conflitto. Perché quando si inceppa un sistema come quello energetico globale, non lo si riavvia con uno schiocco di dita.

E mentre l’Europa paga queste conseguenze, negli Stati Uniti succede un’altra cosa. Trump aumenta in modo massiccio la spesa militare. Per il bilancio 2027 si parla di circa 1500 miliardi di dollari, con un incremento di circa 200 miliardi legato direttamente alla guerra in Iran. E anche questa cifra potrebbe non bastare, perché nessuno oggi è in grado di dire quanto durerà questo conflitto.

E quindi il quadro finale è molto chiaro.

Da una parte c’è una narrativa fatta di vittorie, controllo e tempi brevi. Dall’altra ci sono i fatti: caccia abbattuti, piloti dispersi, difese iraniane attive, escalation continua, crisi energetica globale e costi in aumento.

E più passa il tempo, più diventa evidente che questa guerra non è sotto controllo.

Anzi, tutto lascia pensare che stia entrando in una fase più lunga, più costosa e molto più difficile da gestire.

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Danilo Torresi