EUROPA SENZA CARBURANTE | HORMUZ BLOCCATO E CRISI ENERGETICA REALE


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Se si mette insieme tutto quello che sta emergendo in queste settimane, il punto diventa sempre più chiaro: la guerra contro l’Iran non sta producendo i risultati promessi, ma sta generando una crisi energetica globale che rischia di durare nel tempo.

Lo aveva già detto Fatih Birol, direttore della International Energy Agency: siamo di fronte alla più grande minaccia alla sicurezza energetica della storia. E oggi non è più solo una valutazione teorica, è qualcosa che si vede nei dati e nella realtà.

Il problema non è soltanto l’aumento dei prezzi. Il problema vero è la mancanza di carburante, in particolare di diesel e di jet fuel. Il carburante per aerei è arrivato a sfiorare i 200 dollari al barile, praticamente il doppio rispetto a prima della guerra, e questo sta già producendo effetti molto concreti: voli cancellati, flotte ridotte, prezzi in salita e compagnie aeree che stanno perdendo valore in modo significativo.

Ma tutto questo è solo la conseguenza visibile. La causa resta sempre la stessa: lo Stretto di Hormuz.

Oggi quello stretto è sotto il controllo dell’Iran, che consente il passaggio solo alle navi dei Paesi amici o neutrali. Questo blocco selettivo sta comprimendo l’offerta globale e mantenendo i prezzi artificialmente elevati. E qui entra un elemento fondamentale riportato da Reuters, che cita fonti dell’intelligence statunitense: è improbabile che l’Iran riapra lo stretto nel breve periodo.

Il motivo è semplice. Hormuz è l’unica vera leva strategica che Teheran ha contro gli Stati Uniti. Tenere alta la pressione sui prezzi dell’energia significa esercitare pressione sull’economia globale. È uno strumento troppo efficace per essere abbandonato facilmente.

E questo cambia completamente la prospettiva. Non siamo di fronte a una crisi temporanea, ma a una crisi strutturale. Non è qualcosa che si risolve in poche settimane, e soprattutto non è detto che si torni alla situazione precedente.

Ed è qui che emergono le difficoltà degli Stati Uniti. Se esistesse una soluzione semplice per riaprire Hormuz, sarebbe già stata utilizzata. Invece vediamo il contrario: richieste di coinvolgimento europeo, ipotesi di una coalizione internazionale e, allo stesso tempo, dichiarazioni contraddittorie di Donald Trump che prima chiede supporto e poi dice agli altri di arrangiarsi.

Questo segnala chiaramente che una soluzione immediata non c’è.

Anche perché un eventuale intervento militare non garantirebbe affatto il risultato. Molti esperti sottolineano che anche nel caso in cui gli Stati Uniti riuscissero a controllare alcune aree costiere o isole iraniane, i Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica potrebbero continuare a colpire. E qui sta il punto: per bloccare una rotta marittima non serve un grande esercito, basta rendere il passaggio rischioso. Basta una minaccia credibile, anche minima, perché le navi smettano di transitare.

Questo significa che anche una vittoria militare non garantirebbe la riapertura stabile dello stretto.

E c’è un ulteriore elemento che complica il quadro. Anche dopo la guerra, è molto improbabile che l’Iran rinunci a questo controllo. Anzi, potrebbe usarlo per imporre tariffe e finanziare la ricostruzione del Paese. E a quel punto, qualsiasi tentativo esterno di ripristinare la situazione precedente rischierebbe di riaccendere il conflitto.

Alla fine il quadro è molto chiaro. Una guerra che doveva essere rapida e risolutiva si è trasformata in una crisi globale. Lo Stretto di Hormuz, che prima funzionava normalmente, è diventato il centro della tensione. L’Iran ha trovato una leva strategica e non ha alcun interesse a cederla.

Nel frattempo, i costi aumentano, le forniture si riducono e l’impatto si sposta sempre di più sull’economia reale. E più passa il tempo, più diventa evidente una cosa: questa crisi non si risolverà in tempi brevi e lascerà conseguenze profonde e durature.

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Danilo Torresi