DEVASTANTI BOMBARDAMENTI SU ISRAELE | TRUMP: POSSIAMO CANCELLARE L’IRAN IN UNA NOTTE


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Mentre attendiamo l’ennesima scadenza dell’ultimatum di Donald Trump, che dovrebbe essere fissata per questa sera, il quadro sul terreno racconta una realtà completamente diversa rispetto alla narrativa ufficiale.

Trump continua a ripetere che, se l’Iran non accetterà le condizioni imposte — in particolare la riapertura dello Stretto di Hormuz — potrebbe essere distrutto in una sola notte. Parla di negoziati, li dà per imminenti, poi li smentisce con nuove minacce, poi sposta continuamente le scadenze. Prima 48 ore, poi giorni, poi settimane, ora di nuovo poche ore.

Nel frattempo però accade altro.

Israele è bersagliata da bombardamenti iraniani continui, e non si tratta più di episodi isolati. Le informazioni che filtrano, nonostante le restrizioni e le censure, parlano di impatti multipli su Tel Aviv, di danni significativi agli edifici e di attacchi sempre più intensi. Alcuni report parlano anche dell’uso di munizioni a grappolo, con decine di punti di impatto nell’area urbana.

E questo è un passaggio chiave.

Perché la popolazione israeliana, negli ultimi decenni, non aveva mai vissuto una guerra in questo modo, così direttamente, così vicino. E oggi si trova a subirne le conseguenze.

Eppure, nonostante questo, Israele continua a colpire.

Continua a bombardare l’Iran e continua a colpire anche il Libano, dove nelle ultime ore un raid aereo avrebbe provocato almeno quindici morti nella zona sud di Beirut. L’obiettivo dichiarato resta sempre lo stesso: eliminare la minaccia. Ma nella pratica si traduce in un’escalation continua.

Secondo quanto riportato da Al Jazeera, Israele ha lanciato una nuova ondata di attacchi contro infrastrutture iraniane proprio in vista della scadenza dell’ultimatum americano. Sono stati colpiti anche impianti petrolchimici, con danni contenuti ma con un segnale chiaro.

Non si vuole rallentare.

Non si vuole negoziare.

Anzi, sembra esattamente il contrario.

Le dichiarazioni del premier Benjamin Netanyahu vanno in questa direzione: “continueremo con tutta la nostra forza su tutti i fronti finché la minaccia non sarà eliminata”.

E questo apre un punto cruciale.

Perché mentre da Washington si parla di negoziati, sul campo si continua a bombardare. E bombardare in questo modo significa, di fatto, rendere impossibile qualsiasi negoziato.

Dall’altra parte, infatti, l’Iran continua a rispondere. Non c’è alcun segnale di cedimento. Lo si è visto anche nelle operazioni di recupero dei piloti americani, dove la difesa iraniana ha dimostrato di essere ancora pienamente operativa, colpendo i mezzi coinvolti.

E quindi la narrativa dell’Iran “in ginocchio” continua a non trovare riscontro nei fatti.

A questo si aggiunge un altro elemento ancora più grave.

Trump non solo minaccia la distruzione totale dell’Iran, ma lo fa prendendo di mira infrastrutture civili ed energetiche, ponti, centrali elettriche, senza mostrare alcuna preoccupazione per le implicazioni legali. Il rischio di crimini di guerra viene completamente ignorato.

E infatti le reazioni internazionali iniziano ad arrivare.

La presidente del Comitato Internazionale della Croce Rossa, Mirjana Spoljaric, ha denunciato queste minacce come incompatibili con il diritto internazionale e ha avvertito che colpire infrastrutture civili non può diventare una normalità.

Ancora più preoccupante è il tema nucleare.

L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha parlato di una minaccia molto reale per la sicurezza nucleare, dopo che attacchi recenti hanno colpito aree vicine a impianti sensibili. Il direttore Rafael Grossi ha ribadito un principio fondamentale: un impianto nucleare, e le sue immediate vicinanze, non dovrebbero mai essere attaccati.

Perché le conseguenze potrebbero essere irreversibili.

E allora il quadro diventa sempre più chiaro.

Da una parte abbiamo minacce di distruzione totale, ultimatum che cambiano continuamente, dichiarazioni contraddittorie tra negoziati e guerra totale. Dall’altra una realtà fatta di bombardamenti continui, escalation su più fronti e un Iran che continua a rispondere.

Israele, pur sotto pressione, continua a colpire. Gli Stati Uniti continuano a minacciare.

E nel mezzo non c’è alcun segnale concreto di de-escalation.

Anzi.

Più passa il tempo, più questa guerra si allarga, si radicalizza e diventa pericolosa non solo per i Paesi coinvolti, ma per l’intero equilibrio regionale.

E a questo punto diventa difficile sostenere che la situazione sia sotto controllo.

Perché quando si arriva a minacciare infrastrutture civili, impianti nucleari e la distruzione totale di un Paese, non si è più in una fase di gestione.

Si è in una fase di deriva.

Per chiudere, tiriamo le somme. Mettiamo da parte la narrativa e guardiamo ai risultati concreti di questa guerra.

Perché il punto è tutto qui.

Se analizziamo le conseguenze reali, i vantaggi ottenuti sono difficili da individuare.

Innanzitutto, sono stati eliminati alcuni leader iraniani, ma chi è subentrato si è dimostrato ancora più aggressivo. Quindi l’effetto non è stato quello di indebolire la catena di comando, ma di irrigidirla.

La minaccia nucleare, che veniva indicata come una delle principali giustificazioni dell’attacco, nei fatti non si è mai concretizzata. Non c’è stato alcun riscontro concreto di un pericolo imminente tale da giustificare una guerra di questa portata.

Poi c’è la questione della cosiddetta “liberazione del popolo iraniano”. Anche qui, la realtà va nella direzione opposta: invece di indebolirsi, il fronte interno si è compattato attorno alla leadership, rafforzando il sistema.

Il nodo centrale resta però lo Stretto di Hormuz.

È ancora bloccato. E questo ha provocato un effetto a catena: prezzi dell’energia fuori controllo, instabilità sui mercati e conseguenze pesantissime soprattutto per l’Europa.

Allo stesso tempo, il sistema militare iraniano non è stato affatto neutralizzato. L’Iran continua a colpire, continua a rispondere, continua a dimostrare capacità operative.

E mentre tutto questo accade, gli effetti si estendono anche ad altri fronti.

L’Ucraina si ritrova più debole, perché una parte delle risorse e delle forniture viene dirottata verso il Medio Oriente.

La Russia, al contrario, si ritrova rafforzata, grazie all’aumento dei prezzi dell’energia e alla maggiore domanda.

E quindi si crea un paradosso evidente.

Una guerra che doveva indebolire alcuni attori finisce per rafforzarne altri.

E infine ci sono gli alleati nella regione del Golfo, che si ritrovano esposti, colpiti, destabilizzati, nonostante dovessero essere protetti.

Quindi, se mettiamo insieme tutti questi elementi, il quadro è molto chiaro.

Nessun obiettivo centrato.

Costi enormi.

Equilibri peggiorati.

Rischi aumentati.

E allora la domanda diventa inevitabile.

Quali sono i vantaggi reali ottenuti?

Perché più si va avanti, più emerge una cosa.

Che questa non è una guerra sotto controllo.

È una guerra che sta producendo effetti opposti rispetto a quelli dichiarati.

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Danilo Torresi