Il negoziato tra Stati Uniti e Iran si può riassumere in due parole: fallimento totale.
I colloqui di ieri, sabato 11 aprile, si sono arenati. C’è chi dice sulla questione Hormuz, chi sul nucleare, ma il punto non cambia: il vicepresidente americano JD Vance torna a casa con le pive nel sacco, senza aver ottenuto nulla.
E questo dopo giorni in cui Donald Trump aveva fatto quello che fa sempre: dichiarazioni roboanti, annunci di vittoria, racconti di navi americane che attraversano lo stretto di Hormuz, addirittura impegnate a sminare le mine iraniane.
Peccato che l’Iran abbia smentito tutto.
Trump parlava di un Iran ormai senza flotta, senza capacità, ridotto alle sole mine piazzate in mare. Ma la realtà è che la leadership iraniana è ancora lì, è stata sostituita dove necessario e, se possibile, è diventata ancora più aggressiva.
Nel frattempo, lo stesso Trump ha continuato a spostare gli ultimatum, a parlare di tregua, a prendere tempo. E qui è nato il sospetto: non è che Stati Uniti e Israele sono a corto di missili e munizioni?
Perché altrimenti questa continua necessità di rimandare, di non affondare il colpo, è difficile da spiegare.
E allora la domanda viene da sola.
Se davvero gli Stati Uniti fossero in una posizione di forza dominante, l’Iran potrebbe permettersi di rifiutare le condizioni e restare fermo sulle proprie?
È una domanda retorica.
Perché quello che emerge dal tavolo negoziale è molto chiaro.
L’Iran ha messo sul piatto richieste precise: il nucleare, ormai diventato una necessità strategica dopo l’attacco del 28 febbraio; lo sblocco dei beni congelati; l’inclusione del Libano nel cessate il fuoco, quindi la fine degli attacchi israeliani; e soprattutto Hormuz, con il controllo dello stretto e l’introduzione di pedaggi per risarcire i danni subiti.
Dall’altra parte, le proposte americane non hanno convinto. Non sappiamo nel dettaglio cosa abbiano offerto, ma è evidente che fosse l’opposto.
Secondo Tasnim News Agency, confermata anche da Fars News Agency, il punto di rottura è stato proprio Hormuz.
Quando si è arrivati allo scambio delle bozze, l’Iran ha definito le richieste americane “eccessive”. Tradotto: inaccettabili.
E lì i colloqui sono saltati.
Ma c’è di più.
Sempre da Tasnim e Fars arriva una dichiarazione ancora più chiara: l’Iran continuerà a bloccare il passaggio nello stretto di Hormuz finché non riceverà un’offerta accettabile dagli Stati Uniti.
Tradotto ancora più semplicemente: Hormuz resta chiuso.
E resta in mano iraniana.
Tutte le dichiarazioni sulle navi americane libere di passare, sulle operazioni di sminamento, svaniscono nel nulla.
Rimangono parole.
Dall’altra parte c’è un fatto concreto: lo stretto è controllato dall’Iran.
E non solo.
Un altro elemento fondamentale: l’Iran ha fatto capire chiaramente di non avere alcuna fretta di tornare a negoziare.
E questo è il punto più importante di tutti.
Perché in una trattativa, chi ha fretta di solito è chi sta perdendo.
Chi non ha fretta, invece, è perché sa di avere una posizione di forza. Sa che può aspettare, può mantenere la pressione, può ottenere risultati anche senza firmare subito un accordo.
E quindi torniamo alla realtà dei fatti.
Abbiamo un negoziato fallito, uno stretto bloccato, e una parte – l’Iran – che dice apertamente: non abbiamo fretta.
E allora arriviamo alle domande finali.
Che cosa farà adesso Trump?
Riprenderà i bombardamenti?
Violerà il cessate il fuoco che lui ha voluto?
Può davvero permetterselo?
Avvierà un’operazione di terra, visto l’ammassamento di truppe nel Golfo?
Oppure tornerà a fare quello che ha fatto finora: minacciare la distruzione totale dell’Iran, spostare gli ultimatum e prendere tempo?
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