Il blocco navale di Trump sta funzionando oppure è un fallimento totale? Perché la sensazione è quella di trovarsi davanti a una situazione completamente contraddittoria.
Da una parte ci sono i titoli. Il Corriere della Sera apre parlando di otto petroliere fermate e di un blocco “in pieno vigore”, con Donald Trump che arriva a dire che la guerra è quasi finita. Ancora meglio, secondo il comando centrale degli Stati Uniti, nelle prime 24 ore nessuna nave sarebbe riuscita a passare.
Quindi, sulla carta, un successo totale.
Peccato che, nello stesso momento, emergano dati completamente diversi. Secondo i dati marittimi Kepler, almeno due navi sono passate comunque, e non due navi qualsiasi, ma navi provenienti dall’area iraniana. A questo si aggiunge il caso della petroliera cinese, che prima passa, poi torna indietro, e rende ancora più confusa la situazione. C’è chi parla di sei navi fermate, chi di otto, chi di zero passate, chi invece conferma il contrario. Non sono d’accordo nemmeno sui numeri, e quando succede questo, il dubbio che si tratti più di narrazione che di realtà è più che legittimo.
Nel mezzo, Trump attacca anche il Papa, cercando di giustificare la guerra tirando fuori il tema delle vittime iraniane.
”Qualcuno può per favore dire a Papa Leone che l’Iran ha ucciso almeno 42.000 manifestanti innocenti e completamente disarmati negli ultimi due mesi?”
Un uso selettivo dei morti, utile quando serve a sostenere una posizione, completamente ignorato quando non conviene. Viene quasi da chiedersi, in modo sarcastico, se davvero questa guerra sia stata fatta per motivi umanitari, perché dai fatti sembra esattamente il contrario.
Tornando al blocco navale, gli Stati Uniti hanno messo in campo uno schieramento enorme: oltre 10.000 soldati, più di una dozzina di navi da guerra e decine di aerei. Un apparato che costa, secondo stime realistiche, tra i 100 e i 200 milioni di dollari al giorno, senza nemmeno sparare un colpo. Se si passasse a operazioni militari reali, si potrebbe arrivare facilmente a 800 milioni o addirittura 1 miliardo al giorno.
E tutto questo per bloccare quante navi? Prima della guerra, dallo stretto di Hormuz passavano tra le 100 e le 130 navi al giorno. Oggi, con il blocco iraniano già in atto, ne passano tra 5 e 15. Quindi una decina. E il risultato di questo enorme dispiegamento sarebbe quello di fermarne sei, otto, forse qualcuna in più, mentre altre continuano comunque a passare.
A questo punto la domanda vera non è più se il blocco funzioni o meno. La domanda è: che cosa dovrebbe ottenere? Perché nella realtà sta succedendo esattamente l’opposto rispetto all’obiettivo dichiarato. Lo stretto era già bloccato dall’Iran, e questo intervento americano non fa altro che peggiorare la situazione, riducendo ulteriormente il traffico e aumentando la pressione sui mercati.
E qui arriviamo al punto centrale, quello più importante. Perché il problema non è solo militare, ma economico e sistemico. Questa situazione sta generando contemporaneamente una crisi energetica, una crisi economica e una crisi alimentare, tutte collegate tra loro e tutte originate dalla guerra in Iran del 28 febbraio.
Il Fondo Monetario Internazionale, al World Economic Outlook, ha già tracciato uno scenario molto chiaro. Nella previsione più pessimistica, il petrolio potrebbe stabilizzarsi a 110 dollari al barile nel 2026 e arrivare a 125 nel 2027, con un’inflazione globale tra il 5,8% e il 6,1%. Non un picco temporaneo, ma una condizione strutturale. E anche se la guerra finisse oggi, gli effetti si trascinerebbero per mesi, probabilmente fino all’inverno. Se invece dovesse continuare, la situazione non potrà che peggiorare.
Secondo Reuters, l’eurozona è quella che sta pagando di più. L’Europa era già indebolita dalla crisi energetica iniziata nel 2022, e oggi si ritrova ancora più esposta. Aumentano i carburanti, aumentano le bollette, aumentano i prezzi al dettaglio. Tutto si scarica sulla vita quotidiana.
E da qui si passa al livello successivo, quello più pericoloso: la crisi alimentare. La FAO parla apertamente di rischio di catastrofe agroalimentare globale. Il motivo è semplice: tra il 20% e il 45% delle esportazioni di fertilizzanti, pesticidi e carburanti agricoli passa proprio dallo stretto di Hormuz. Se quel passaggio si blocca o diventa troppo costoso, tutta la filiera agricola entra in crisi. Aumentano i costi di produzione, aumentano i prezzi del cibo e diminuisce l’offerta.
E infatti l’Agenzia Internazionale per l’Energia parla già di un fenomeno molto preciso: la “distruzione della domanda”. Non perché le persone non abbiano bisogno dei beni, ma perché non possono più permetterseli. I prezzi salgono, i redditi non tengono il passo, e quindi si smette di comprare. Questo porta a una riduzione dei consumi, a un rallentamento economico e al rischio concreto di recessione.
Tutto questo è aggravato da un altro fattore fondamentale: le infrastrutture energetiche colpite nel Golfo. Raffinerie, impianti e depositi danneggiati non si riparano in settimane, ma in anni. Quindi anche se domani la guerra finisse, l’offerta resterebbe limitata e i prezzi resterebbero alti.
E allora si torna al punto iniziale. Il blocco navale funziona o no? A questo punto, la risposta è quasi secondaria. Perché l’effetto reale è già evidente: una crisi energetica globale, una crisi economica in espansione e il rischio concreto di una crisi alimentare. E più la situazione si prolunga, più questi effetti diventano profondi.
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