IL BLOCCO USA NON FUNZIONA | TRE PETROLIERE IRANIANE PASSANO LO STESSO


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A quanto pare, secondo i dati marittimi dell’istituto Kpler negli scorsi giorni, nonostante il blocco navale statunitense, tre petroliere iraniane hanno lasciato il Golfo Persico passando attraverso lo stretto di Hormuz, trasportando circa 5 milioni di barili di petrolio.

Queste informazioni sarebbero state riferite dalla società Kepler all’Agence France-Presse.

Le petroliere — Dipsy, Sonia I e Diona — tutte soggette a sanzioni statunitensi, sono riuscite comunque ad attraversare il passaggio. Provenivano dall’isola di Kharg cioè il cuore del sistema energetico iraniano, il più grande terminal petrolifero del paese, da cui passa circa il 90% delle esportazioni di petrolio.

E non solo: secondo alcuni analisti, proprio Kharg potrebbe essere uno degli obiettivi militari principali in caso di un’eventuale escalation o addirittura di un’invasione di terra da parte degli Stati Uniti.

Questa situazione si aggiunge a quanto era già successo il 14 aprile, quando una petroliera cinese era riuscita a passare comunque attraverso Hormuz, sempre nonostante il blocco navale statunitense.

Il giorno dopo era stato detto che quella stessa nave fosse tornata indietro. Ma il punto non è quello. Il punto è che, mentre ogni giorno le fonti statunitensi parlano di blocco totale, di efficacia al 100%, con Trump che ripete sempre la stessa cosa, nella realtà le navi passano.

Ora, che le abbiano lasciate passare oppure non siano riusciti a fermarle, questo non lo sappiamo. Ma una cosa è chiara: questa è un’ulteriore prova che l’iniziativa diplomatica e la forza negoziale, in questo momento, sono in mano all’Iran.

L’immagine che emerge è molto precisa.

Un Iran che sfida apertamente il blocco navale statunitense, che attraversa lo stretto di Hormuz con petroliere sanzionate, quindi non nascondendosi nemmeno.

E qui la domanda è inevitabile: che cosa avrebbero potuto fare gli Stati Uniti? Affondare una petroliera?

Ovviamente no.

E quindi questa dinamica trasmette un messaggio chiaro: l’Iran si muove con sicurezza, mentre gli Stati Uniti, pur avendo una presenza militare enorme, non riescono a imporre davvero il controllo.

Che tra l’altro, non è ancora chiaro cosa vogliono ottenere con il blocco, se non inasprire ulteriormente la crisi energetica globale.

Nel frattempo, si inserisce anche la questione del Libano.

Israele, con questa presunta tregua, questo presunto cessate il fuoco, dichiara apertamente che i territori occupati in Libano se li terrà.

E qui il copione è sempre lo stesso: bombarda, attacca, invade, allarga i confini, occupa territori, poi quando ha ottenuto quello che voleva fa finta di accettare un cessate il fuoco, ma continua comunque ad attaccare e soprattutto non si ritira.

Il ministro della Difesa israeliano ha dichiarato chiaramente che l’obiettivo è disarmare Hezbollah, con mezzi militari o diplomatici, e che l’esercito manterrà tutte le posizioni “bonificate e conquistate”.

E allora torna il punto centrale.

Questo cessate il fuoco deve funzionare per forza, anche se nei fatti è già saltato, perché gli Stati Uniti non possono permettersi di mostrare di aver perso la guerra.

Devono mantenere la narrazione di una situazione sotto controllo, di un processo diplomatico in corso.

Ma proprio questa ostinazione nel difendere una tregua che non esiste dimostra, ancora una volta, la realtà dei fatti: la forza negoziale è dell’Iran.

Perché il cessate il fuoco completo, reale, esteso anche al Libano, era uno dei punti fermi iraniani. E gli Stati Uniti stanno cercando, in tutti i modi, di far vedere che quel punto è stato rispettato.

Intanto, oggi in Francia si incontrano direttamente Macron, Merz, Starmer e Meloni, insieme ad altri collegati da remoto, per discutere della famosa missione “strettamente difensiva” per lo stretto di Hormuz.

Continuano a insistere su questa formula: missione per garantire la navigazione, da attivare solo dopo la fine del conflitto.

Ma anche qui resta una domanda: se il problema esiste ancora, significa che il conflitto non è davvero finito.

E per chiudere, arriva un dato fondamentale.

Il direttore generale dell’Agenzia Internazionale dell’Energia conferma che serviranno almeno due anni affinché il Medio Oriente riesca a recuperare la produzione energetica persa.

Due anni.

A causa dei danni alle infrastrutture, causati dai bombardamenti e dalla guerra scatenata il 28 febbraio.

E questo significa una cosa molto semplice: anche se domani finisse tutto, gli effetti economici e energetici ce li porteremo dietro per anni.

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Danilo Torresi