Non passano nemmeno poche ore dall’annuncio di Donald Trump su una presunta tregua tra Libano e Israele, che questa viene subito violata. Eppure la reazione generale è sempre la stessa: “mi raccomando, non violate la tregua”, come se nulla fosse successo davvero.
Nel frattempo succede anche altro, meno raccontato ma molto rilevante: gli Stati Uniti stanno ritardando le consegne di armi all’Europa, armi già pagate e già ordinate. Il motivo ufficiale è la guerra in Iran, che sta riducendo le scorte americane. Alcuni funzionari statunitensi lo hanno comunicato direttamente ai paesi europei interessati, soprattutto Baltici e Scandinavi, che saranno i primi a subire questi ritardi.
Torniamo alla tregua.
Ieri pomeriggio Trump, nelle sue solite dichiarazioni, annuncia addirittura un negoziato tra Libano e Israele, parlando di cessate il fuoco già concordato. Dice di aver parlato con il presidente Aoun e con Netanyahu e che questi due leader avrebbero concordato un cessate il fuoco di dieci giorni.
Notoriamente affidabile. Anche perché è dal primo marzo che Trump sostiene di aver già vinto la guerra in Iran, e siamo al 17 aprile. Direi che è inequivocabile, no?
Subito dopo l’annuncio arriva la reazione europea.
Ursula von der Leyen esulta immediatamente, accoglie con favore il cessate il fuoco e parla di percorso verso una pace duratura, definendolo un sollievo dopo troppe vittime. Dalla Francia invece ci vanno più cauti. Un consigliere di Emmanuel Macron, citato da Le Monde, dice chiaramente che si tratta di una buona notizia, sì, ma da verificare sul campo.
E infatti basta aspettare poche ore.
Prima ancora che la tregua entri in vigore, Israele bombarda il Libano meridionale. Colpisce delle auto, ci sono civili uccisi, sette morti e 33 feriti secondo il ministero della salute libanese. Un vero e proprio biglietto da visita per il cessate il fuoco.
Poi scatta ufficialmente la tregua. E dopo poche ore, nella notte, arrivano già le prime accuse.
L’esercito libanese denuncia numerose violazioni israeliane, parla di atti di aggressione e bombardamenti sporadici contro diversi centri abitati. Poco dopo interviene anche Hezbollah, che dichiara di aver colpito soldati israeliani per rappresaglia, dopo la violazione della tregua. E nel frattempo, secondo Al Jazeera, le forze israeliane avrebbero addirittura colpito un’ambulanza nel sud del Libano.
Direi ottimo inizio per un cessate il fuoco.
E qui arriviamo al punto più interessante. Se oggi andiamo a vedere i principali media, questa violazione viene raccontata in modo estremamente attenuato, quando non viene proprio ignorata. Si parla genericamente di attacchi, senza sottolineare chiaramente chi li ha compiuti, oppure non se ne parla affatto.
Come se tutto stesse funzionando.
E invece il meccanismo è sempre lo stesso: si annuncia un cessate il fuoco, dopo settimane di bombardamenti e distruzioni, poi entra in vigore, ma viene violato quasi subito. Israele continua a colpire, magari meno intensamente, ma continua. E nel frattempo si cambia narrazione. Si dice semplicemente che la tregua è in corso. Si fa finta che stia funzionando, quando in realtà sta succedendo l’esatto contrario.
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Passiamo ora alla situazione tra Stati Uniti e Iran, che è il vero nodo.
Tra le linee rosse che Teheran aveva comunicato sabato scorso, ce n’era una molto chiara: il cessate il fuoco doveva includere anche il Libano. Ecco perché questa tregua, anche se violata, diventa comunque un tassello utile per agevolare eventuali negoziati.
Ma questo dimostra ancora una volta che il vantaggio decisionale è dell’Iran.
Gli Stati Uniti stanno spingendo fortissimo sulla narrazione della tregua, anche quando non regge, proprio perché è uno dei punti fondamentali richiesti da Teheran.
Secondo Al Jazeera, Trump avrebbe dichiarato che gli Stati Uniti sono molto vicini a un accordo con l’Iran, e che questo potrebbe arrivare prima del 22 aprile, data dell’ennesimo ultimatum, già spostato più volte.
Dice anche che ci sarà un incontro nel fine settimana e che, se non si raggiungerà un accordo, riprenderanno i combattimenti.
Poi c’è la questione del blocco a Hormuz.
Trump dice che il blocco statunitense sta funzionando molto bene.
E allora la domanda è semplice: se serve a costringere l’Iran a sbloccare Hormuz, e se davvero gli Stati Uniti hanno il controllo della situazione, perché lo stretto è ancora bloccato?
Perché non lo riaprono?
Se l’obiettivo era quello, perché oggi è ancora chiuso?
È una contraddizione evidente.
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Altro punto fondamentale: il nucleare.
Trump avrebbe chiesto di bloccare l’arricchimento dell’uranio per vent’anni, ma l’Iran ha rifiutato. Anzi, ora più che mai è convinto che il nucleare sia necessario.
Le altre due linee rosse restano lo scongelamento dei beni iraniani e il risarcimento attraverso i pedaggi su Hormuz. Questo significa che difficilmente l’Iran rinuncerà al controllo dello stretto.
Se guardiamo i fatti, è evidente che chi ha ceduto finora è Washington. Gli Stati Uniti hanno cambiato più volte posizione, hanno spostato ultimatum, hanno modificato la narrativa. L’Iran invece ha mantenuto la barra dritta.
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Il problema è che mentre si parla di negoziati, sul terreno succede altro.
Gli Stati Uniti stanno ammassando truppe e risorse militari nel Golfo.
E questo lascia pensare che le intenzioni siano ben diverse da quelle dichiarate.
Un possibile attacco di terra?
Non è chiaro dove, non è chiaro con quale obiettivo.
Ma il segnale è evidente: si parla di accordo, si parla di tregua, si parla di pace.
E contemporaneamente si prepara qualcosa di completamente diverso.
E a questo punto, resta solo da capire quale delle due direzioni prevarrà davvero.
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