C’è una dichiarazione che pesa.
È quella di Pedro Sánchez, il leader spagnolo, che dice chiaramente: “È giunto il momento che l’UE rescinda il proprio accordo di associazione con Israele. Non abbiamo nulla contro il popolo israeliano, anzi è proprio il contrario, ma quando un governo viola il diritto internazionale e i principi dell’Unione Europea, non può essere nostro partner”.
E allora partiamo da qui.
Che cos’è questo accordo di associazione? È un trattato tra Unione Europea e Israele, in vigore dal 2000, che garantisce a Israele un accesso privilegiato al mercato europeo. Parliamo di cooperazione economica, scientifica e politica, di un dialogo stabile, quasi come se fosse una forma di libero scambio. Ma c’è una clausola fondamentale: il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale.
E qui nasce il problema.
Perché negli ultimi anni è diventato evidente per tutti che questa clausola non è stata rispettata. Basta guardare Gaza, la Cisgiordania, il Libano, la Siria, fino ad arrivare a quello che sta accadendo oggi nel contesto del conflitto con l’Iran.
E allora alcuni Paesi europei iniziano a dire basta. La Spagna, insieme a Irlanda, Belgio e altri, spinge per la sospensione o addirittura la rescissione di questo accordo.
Dall’altra parte, però, ci sono i contrari. E tra questi ci sono la Germania e l’Italia.
Ed è qui che emerge una contraddizione evidente.
Perché proprio l’Italia, proprio il governo Meloni, negli ultimi giorni aveva enfatizzato la sospensione del rinnovo automatico del memorandum con Israele, dando l’impressione di voler prendere le distanze. Però poi, a livello europeo, succede l’esatto contrario. L’Italia si schiera contro la rescissione dell’accordo UE-Israele.
C’è anche un aspetto tecnico da considerare. Per rescindere completamente l’accordo servirebbe l’unanimità degli Stati membri, quindi basta un solo Paese contrario per bloccare tutto. Tuttavia, secondo Kaja Kallas, una revisione parziale potrebbe passare con una maggioranza qualificata. Anche in questo caso, però, la posizione di Paesi come Italia e Germania rende tutto molto difficile.
Nel frattempo, i ministri degli esteri di Irlanda, Slovenia e Spagna hanno inviato una lettera alla stessa Kallas esprimendo una profonda preoccupazione per le misure adottate dal governo israeliano, tra decisioni esecutive, operazioni militari e leggi approvate alla Knesset, tutte considerate in violazione del diritto internazionale e dei diritti umani.
Quindi gli elementi per sospendere o rescindere questo accordo ci sarebbero.
Il punto è che mantenere questo accordo significa, di fatto, avallare l’operato di Israele. Israele vive anche di questi rapporti: degli scambi commerciali con l’Europa, delle collaborazioni tecnologiche e dello sviluppo militare condiviso. Se queste cose venissero meno, le risorse a disposizione di Israele si ridurrebbero in modo significativo.
E allora torniamo all’Italia.
Perché qui si vede chiaramente il doppio livello. A livello interno il governo Meloni sospende il rinnovo automatico del memorandum e dà l’impressione di prendere le distanze. A livello europeo, invece, difende il mantenimento dei rapporti con Israele.
Questo dimostra una cosa molto semplice.
Le mosse delle ultime settimane, dalle dimissioni alle prese di distanza dagli Stati Uniti, fino al cambio di tono su Israele, sembrano essere state fatte a scopo propagandistico interno, per recuperare consenso dopo la batosta del referendum.
Perché se fosse una vera linea politica coerente, sarebbe stata portata avanti da tempo. Oppure, se fosse davvero un cambio di linea, si vedrebbe anche a livello europeo.
E invece non succede.
Non c’è coerenza.
E quindi resta un’ipotesi molto chiara: si cambia tono in Italia, ma nei fatti si resta allineati in Europa.
E questo porta a una conclusione semplice.
Non è un cambio di politica.
È un cambio di comunicazione.
Serve a prendere fiato, a recuperare consenso, a uscire dalla crisi dopo la sconfitta referendaria.
Ma poi, quando si passa alle decisioni concrete, quelle che contano davvero, la linea resta la stessa.
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