DEFICIT OLTRE IL LIMITE | ORA PARTONO I TAGLI?


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A quanto pare il governo italiano, il governo Meloni, ha un’altra gatta da pelare.

Perché è stato confermato, anche da Eurostat, quello che era già stato riportato dalle fonti Istat, e cioè che il rapporto deficit-PIL per l’Italia è al 3,1%.

E questo è un punto fondamentale, perché stare sopra il 3% significa non poter usufruire di quella possibilità che permetterebbe di finanziare, fuori dai vincoli europei, la spesa per la difesa, quindi la spesa per le armi, che il governo ha accettato di buon grado e che rientra nel pacchetto di riarmo europeo, con l’aumento della percentuale del PIL destinata alla difesa, anche per andare incontro alle richieste di Trump.

Il governo Meloni attendeva questo dato proprio per poter attivare la clausola di salvaguardia per la difesa, ma questo non è successo.

A fine 2025 Giorgetti, il ministro dell’Economia, era fiducioso che l’Italia sarebbe rimasta sotto il 3%, e invece non è così.

E allora la domanda è: cosa significa concretamente?

Significa che nella prossima legge di bilancio, quella che verrà fatta a fine anno e che stabilisce come verranno distribuite le risorse per l’anno successivo, il governo dovrà fare delle scelte.

Scelte pesanti.

Perché dovrà decidere dove trovare i miliardi per aumentare la spesa militare. Quelle promesse fatte all’Europa che si riarma e a Trump per il famigerato 5% del PIL.

E il punto è proprio questo: dove li prendono questi soldi?

Perché finora hanno sempre detto che non avrebbero toccato alcuni settori, parlando di sostegno ai cittadini, welfare, aiuti ai più deboli, scuola, istruzione, sanità, servizi pubblici.

Ma ora il problema è reale.

Se vogliono aumentare la spesa per le armi, quei soldi devono arrivare da qualche parte, e quindi dovranno decidere dove e quanto tagliare.

E tutto questo arriva nel momento peggiore possibile.

Perché ci stiamo avvicinando a un periodo difficile, con l’aumento dei prezzi, il rincaro dei carburanti e la crisi energetica legata alla guerra in Iran.

Una situazione che non durerà poco, ma che ci porteremo avanti per mesi, probabilmente anni, e sicuramente per il prossimo inverno.

E proprio in quel periodo si farà la legge di bilancio 2027, l’ultima prima delle elezioni.

E a tutto questo si aggiunge un altro caos.

Quello legato al decreto sicurezza.

In particolare all’emendamento sul cosiddetto “premio” agli avvocati che avrebbero convinto o incentivato i propri assistiti immigrati a rientrare nei Paesi di origine.

Una norma che è stata contestata direttamente dal Quirinale, quindi dal Presidente della Repubblica, primo garante della Costituzione, e che è stata evidentemente considerata anticostituzionale.

Questo ha scatenato le proteste degli avvocati e un caos totale.

La norma dovrebbe essere modificata, ma il problema è che non ci sono i tempi. La conversione in legge deve avvenire entro pochi giorni, entro questa settimana, e nel frattempo dentro la maggioranza è partito lo scaricabarile, con accuse reciproche su chi abbia inserito o gestito male questo emendamento legato alla cosiddetta “remigrazione”.

Ma il punto più profondo è un altro.

Questo governo sembra non riuscire a gestire nemmeno le cose più semplici.

Al di là del fatto che il Parlamento sia stato ormai svuotato della sua funzione, cioè quella di discutere, modificare e approvare le leggi, anche nella fase di conversione dei decreti, il problema è che ormai si è instaurata una prassi.

Si smette di lavorare a metà settimana, ancora di più in settimane come questa, con festività come il 25 aprile.

E questo crea una situazione paradossale.

Arrivano agli ultimi giorni senza accordo e senza tempo per modificare le norme.

Non riescono a correggere un decreto perché non hanno né il tempo né i margini.

Qualcuno potrebbe sospettare che non hanno voglia di lavorare.

E allora qual è la soluzione?

Approvare tutto con la fiducia, quindi senza discussione parlamentare, e poi fare un decreto correttivo da pubblicare subito dopo in Gazzetta Ufficiale per sistemare quello che non sono riusciti a sistemare prima.

Siamo davvero al limite del ridicolo.

Sulla questione del decreto sicurezza arriva anche una dichiarazione di Giorgia Meloni, che dice chiaramente: “Stiamo raccogliendo alcuni rilievi tecnici del Quirinale e trasformeremo quei rilievi in un provvedimento ad hoc”.

Quindi ammette che non c’erano i tempi per correggere il decreto durante la conversione, ma allo stesso tempo rivendica la norma, definendola di assoluto buonsenso.

E qui si apre un’altra contraddizione.

Perché si tratta di una norma che prevedeva un premio agli avvocati che avessero incentivato i propri assistiti a rientrare nei loro Paesi.

Una norma che va in palese contrasto con il ruolo stesso dell’avvocato, che dovrebbe difendere il proprio assistito, non convincerlo ad accettare una soluzione al ribasso o una sorta di “uscita” dal sistema.

E mentre succede tutto questo, c’è un altro tema che torna fuori.

Quello dei centri migranti in Albania.

Centri che continuano a restare vuoti, ma che vengono comunque definiti funzionanti.

All’inizio si parlava di numeri enormi, decine di migliaia di persone ospitate.

La realtà è completamente diversa.

Ci sono poche centinaia di migranti, a fronte di costi enormi.

Secondo un articolo de Il Fatto Quotidiano, in quasi tre anni i rimpatri effettuati da quei centri sono stati appena 83.

E per farli è stato necessario riportare i migranti in Italia, perché non è possibile per legge espellere direttamente dall’estero.

Quindi si crea un paradosso.

Li porti in Albania, li mantieni lì con costi altissimi, e poi li devi riportare in Italia per rimpatriarli.

Tutto questo dimostra una cosa molto semplice.

Quando è stata pensata questa soluzione, non erano state considerate nemmeno le basi della legislazione italiana.

E infatti il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Numeri bassissimi, costi altissimi.

A fronte delle promesse iniziali di 36.000 persone all’anno.

Quello che doveva essere uno spot, una soluzione “geniale”, si è trasformato in un fallimento totale.

Hanno provato a dare la colpa ai giudici, alle cosiddette “toghe rosse”.

Ma la realtà che emerge è un’altra.

Un problema di incapacità gestionale.

E quindi il quadro generale è questo.

Da una parte un governo che deve trovare miliardi senza avere margini.

Dall’altra un sistema normativo gestito in emergenza, senza tempi e senza coordinamento.

E in mezzo una serie di scelte che, nei fatti, si stanno rivelando inefficaci o controproducenti.

E questo dà un’immagine molto chiara.

Un governo in estrema difficoltà.

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Danilo Torresi