TRUMP RINVIA ANCORA L’ULTIMATUM | NON PUÒ AMMETTERE LA SCONFITTA


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Ieri sera, mentre prendevo gli ultimi appunti in preparazione dei contenuti di oggi, mi chiedevo come sarebbe andata a finire l’ennesima scadenza degli ultimatum di Donald Trump, prevista stanotte intorno alle 2, ora italiana.

Perché i negoziati, che Trump continuava a descrivere come “a buon punto”, in realtà non c’erano stati per nulla. Il vicepresidente era stato annunciato per due giorni consecutivi in partenza verso Islamabad, ma non è mai partito. Il motivo è semplice: l’Iran non ha accettato le condizioni statunitensi e quindi non si è presentato.

A quel punto la domanda era inevitabile: dopo settimane di minacce, dopo aver parlato di bombardamenti, di distruzione totale, di riportare l’Iran “all’era della pietra”, Trump avrebbe davvero riattivato la guerra?

E invece no.

Ha fatto quello che ormai è diventato uno schema: ha prorogato ancora.

Secondo quanto riportato, Trump ha accettato una richiesta del Pakistan di sospendere l’attacco contro l’Iran a tempo indeterminato, fino a quando Teheran non presenterà una proposta. E per giustificare questa decisione parla di un Iran “gravemente frammentato”.

Un artificio narrativo perfetto per spiegare l’ennesimo rinvio.

Perché se guardiamo la sequenza degli ultimatum è evidente:
48 ore → 5 giorni → 10 giorni → 24 ore → 2 settimane → tempo indeterminato.

Ogni volta la stessa promessa: “se non c’è accordo, si bombarda”.
Ogni volta, allo scadere, si rimanda.

Questo porta a due considerazioni molto semplici.
La prima: gli Stati Uniti non possono permettersi di riattivare la guerra subito.
Se davvero avessero avuto la possibilità di chiudere militarmente la partita, lo avrebbero già fatto. Questo continuo rinvio fa pensare a un bisogno di tempo: per riarmarsi, per riorganizzarsi o per trovare una via d’uscita politica alla sconfitta, descrivendola come una vittoria.

La seconda: il potere negoziale è in mano all’Iran.
Perché Teheran non si muove di un millimetro:
controllo di Hormuz, programma nucleare, revoca del blocco navale statunitense.

E infatti questa proroga sembra essere unilaterale. Non è chiaro se l’Iran — e soprattutto Israele — l’abbiano accettata. Anche perché Benjamin Netanyahu negli scorsi giorni aveva detto chiaramente che la guerra non è finita.

Dal lato iraniano, le risposte sono altrettanto chiare:
l’annuncio di Trump ha scarso peso, viene visto come uno stratagemma per guadagnare tempo, e la condizione resta sempre la stessa: via il blocco navale, poi si tratta.

E mentre si parla di tregua, succede questo:
poche ore dopo la proroga, l’Iran attacca un portacontainer nello stretto di Hormuz.

Quindi, al di là delle parole, la tensione resta altissima.

Nel frattempo parte — o meglio continua — una operazione mediatica ben precisa: descrivere l’Iran come sull’orlo del collasso economico.

Trump lo dice chiaramente: “perdono 500 milioni al giorno, sono poverissimi, non riescono a pagare esercito e polizia”.
Sulla stessa linea anche Scott Bessent, che parla di un impatto devastante del blocco sull’economia iraniana.

È lo stesso schema che abbiamo visto per anni sulla Russia:
“non abbiamo vinto, ma il nemico è in ginocchio”.

Il problema è che poi ci sono i fatti.
E i fatti dicono che l’Iran ha resistito a un attacco congiunto e continua a condizionare l’economia globale attraverso Hormuz.
Perché mentre si racconta il collasso iraniano, qui in Europa stiamo vivendo una crisi energetica reale.

Un esempio concreto: il costo del carburante per i voli.
Secondo NTV, l’aumento del cherosene sta colpendo anche compagnie come la statunitense United Airlines, che prevede utili molto più bassi per il 2026.
E attenzione: parliamo di voli di lusso, quindi domanda ancora forte. Eppure, nonostante questo, i margini si riducono.

Ed è qui il punto centrale.

Non è solo che le persone non possono più permettersi certi beni. È che le aziende, quando i costi salgono troppo, smettono di produrre o riducono i servizi. Perché un’azienda non lavora per beneficenza. Lavora per profitto. Se il profitto sparisce, sparisce anche il servizio.

Vale per i voli, per la logistica, per l’energia… e perfino per settori essenziali.

E quindi mentre si parla di un Iran al collasso, il rischio reale è un effetto domino globale. E i mercati lo stanno capendo.

Perché questa ennesima proroga non ha fermato davvero i prezzi.

Il Brent era sopra i 100 dollari, dopo l’annuncio è sceso appena a 99. Un calo minimo. Tradotto: i mercati non credono più alle dichiarazioni.

E quindi la situazione è questa:
da una parte la narrativa del nemico in ginocchio, dall’altra una realtà fatta di instabilità, prezzi alti e tensione continua.

E soprattutto una domanda che resta aperta:
se davvero l’Iran è al collasso… come riesce a dettare i tempi della crisi?

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Danilo Torresi