TREGUA ARMATA A HORMUZ | TRUMP RINVIA, MA L’IRAN ATTACCA


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La definizione più corretta di quello che stiamo vedendo in questo momento è una tregua armata. Perché Trump ha sì prorogato l’ultimatum, prima a tempo indeterminato e poi ridimensionato a pochi giorni, ma non è affatto chiaro se l’Iran abbia accettato questa proroga. E infatti i fatti raccontano altro: proprio nelle ore successive, Teheran ha sequestrato due navi nello stretto di Hormuz e ne ha attaccata una terza. Non sono ripresi i bombardamenti statunitensi, ma non esiste nemmeno un vero cessate il fuoco condiviso. È uno stallo armato, estremamente fragile.

Il nodo centrale resta sempre lo stesso: il blocco navale statunitense nel Golfo dell’Oman, che per l’Iran è una violazione diretta del cessate il fuoco. Da una parte Teheran consente il passaggio delle navi nello stretto, ma sotto il proprio controllo e con pedaggi e autorizzazioni; dall’altra gli Stati Uniti cercano di bloccare proprio quelle navi. È, di fatto, un blocco sul blocco, che rende la situazione ingestibile.

Nel frattempo, anche sul piano interno americano qualcosa si muove. Al Pentagono salta un’altra testa: viene licenziato il segretario della Marina, segnale di una situazione che non è affatto stabile nemmeno dentro gli Stati Uniti. E mentre Trump continua a parlare di negoziati, non è chiaro né quando né se partiranno davvero, se non sotto la pressione di mediatori come il Pakistan.

Sul piano energetico, però, gli effetti sono chiarissimi. Il Brent resta stabilmente sopra i 100 dollari al barile ormai da settimane, dal 28 febbraio. Questo significa una cosa molto semplice: carburanti più cari, poi bollette più alte, e infine aumento dei prezzi anche per i beni di consumo, compresi quelli alimentari. È una catena diretta, che colpisce soprattutto l’Europa, che importa energia e dipende ancora in gran parte dai combustibili fossili.

E qui arrivano anche dati concreti che smontano la narrazione del blocco totale. Secondo il gruppo di monitoraggio Vortexa, almeno 34 navi collegate all’Iran hanno attraversato lo stretto dall’inizio del blocco statunitense. Lo stesso comando centrale USA parla di 31 navi fermate. Tradotto: se vogliamo essere generosi, siamo lontanissimi dal famoso 100% di efficacia raccontato da Trump. Siamo, al massimo, attorno a una metà. Il che significa che il blocco non funziona come viene raccontato.

Le conseguenze si vedono anche in settori apparentemente lontani. La compagnia americana United Airlines ha già parlato di margini ridotti per il 2026 a causa dell’aumento del costo del carburante. E dall’altra parte, il CEO di Ryanair, Michael O’Leary, cerca di rassicurare, ma con una contraddizione evidente.

Dice che le forniture di jet fuel sono garantite fino a maggio, forse fino a giugno, ma non oltre. E nello stesso tempo invita tutti a prenotare subito i voli estivi. Poi attacca apertamente l’Agenzia Internazionale per l’Energia, accusandola di fare allarmismo parlando di sole sei settimane di carburante disponibile.

Il problema è che il messaggio reale che passa è un altro: il rischio c’è, non si sa quanto sia grande, e quindi le persone trattengono le prenotazioni. E questo incide direttamente sui profitti delle compagnie.

Alla domanda diretta del Corriere della Sera — “potete garantire il carburante fino a fine estate?” — la risposta è stata chiara: no, è troppo presto. Però, nello stesso momento, il consiglio resta quello di prenotare. Un cortocircuito evidente, che scarica il rischio sul cliente.

E tutto questo si inserisce in una narrazione più ampia. I media continuano a descrivere le proroghe di Trump come concessioni benevole, come se gli Stati Uniti stessero dando tempo all’Iran. Ma se guardiamo la realtà, siamo di fronte a oltre un mese di rinvii consecutivi senza un vero negoziato.

E allora la conclusione è piuttosto semplice. Quando continui a dare proroghe, a spostare scadenze, a minacciare senza agire, significa che non hai il controllo della situazione. Significa che non puoi permetterti di riaprire la guerra, ma allo stesso tempo non riesci nemmeno a chiuderla con un accordo.

Ed è esattamente questo che stiamo vedendo: una tregua armata, fragile, contraddittoria, che tiene il mondo sotto pressione, con un’energia sempre più cara e un equilibrio che può saltare da un momento all’altro.

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Danilo Torresi