DEPOSITO ILLEGALE DI ARMI TRA LE CASE VICINO A KIEV? ESPLOSIONI DOPO IL RAID RUSSO


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Un magazzino vicino a Kiev, colpito durante i bombardamenti russi delle ultime ore, potrebbe essere stato utilizzato come deposito illegale di armi o materiale esplosivo. È questa l’ipotesi su cui stanno lavorando gli investigatori ucraini dopo il grave incendio e le successive esplosioni avvenute nel distretto di Bucha, nell’oblast di Kiev.

Il punto centrale è molto semplice: un deposito di munizioni non dovrebbe trovarsi in mezzo alle abitazioni civili, perché rappresenta inevitabilmente un obiettivo militare e mette quindi a rischio la popolazione che vive nelle immediate vicinanze.

Il bilancio, nel momento in cui emergono queste informazioni, è drammatico: 27 civili morti, decine di feriti e circa 200 persone costrette a lasciare la zona, tra cui molti bambini.

Secondo le ricostruzioni disponibili, dopo l’attacco russo sarebbe scoppiato un incendio all’interno di alcuni magazzini. Poco dopo sarebbero iniziate una serie di detonazioni secondarie, alcune molto violente, con onde d’urto che hanno investito l’area circostante.

Ed è proprio questo elemento ad aver alimentato il sospetto sulla presenza di munizioni o esplosivi.

Un normale magazzino civile colpito da un drone o da un missile può naturalmente incendiarsi, bruciare per ore e produrre enormi colonne di fumo. Ma quando, dopo l’incendio iniziale, iniziano esplosioni successive di grande intensità, diventa inevitabile chiedersi che cosa fosse realmente conservato all’interno.

Un’agenzia tedesca ha titolato apertamente: «Deposito di armi illegali?», riferendo del grave incendio seguito all’attacco vicino a Kiev.

La procura ucraina sta infatti cercando di accertare se il sito fosse utilizzato per lo stoccaggio illegale di materiale esplosivo e se la società coinvolta disponesse di tutte le autorizzazioni necessarie.

Ukrainska Pravda riporta a sua volta che, dopo l’attacco russo, un incendio e successive esplosioni hanno interessato alcuni magazzini nel distretto di Bucha.

Il sospetto, quindi, è che almeno una parte di quelle strutture potesse ospitare materiale militare in una zona residenziale.

E non sarebbe nemmeno la prima volta che emerge un problema simile.

Negli ultimi mesi si sono già verificati episodi nei quali esplosioni particolarmente violente hanno provocato danni enormi agli edifici circostanti, così come sono emersi casi di manifestazioni o attività legate al settore militare organizzate in aree densamente abitate.

Questa volta, però, la questione è diventata ancora più evidente dopo le parole dello stesso Volodymyr Zelensky.

Le Monde riporta che il presidente ucraino ha dichiarato esplicitamente che le munizioni non devono essere conservate vicino alle abitazioni o in altre aree residenziali, annunciando un’indagine per possibile negligenza professionale.

Ed è una dichiarazione che, indirettamente, conferma almeno una parte del problema.

Se Zelensky sente la necessità di specificare pubblicamente che le munizioni non devono essere stoccate vicino alle case e annuncia un’inchiesta, significa evidentemente che qualcosa nella catena di autorizzazioni e controlli potrebbe non aver funzionato.

Ed è proprio qui che nasce un’altra domanda.

Come può un deposito contenente materiale esplosivo o munizioni essere collocato in una zona residenziale senza che nessuno ai vertici ne sappia nulla?

Stiamo parlando di armi e materiale bellico, non di normali merci commerciali. Dovrebbe esistere una filiera precisa di autorizzazioni, controlli, tracciamento e responsabilità.

Dove vengono conservate le armi prodotte in Ucraina?

Dove vengono stoccate quelle ricevute dall’estero?

Chi autorizza i depositi?

Chi verifica le condizioni di sicurezza?

E soprattutto, chi decide che un determinato quantitativo di materiale esplosivo possa essere conservato a pochi metri dalle abitazioni civili?

Ogni volta che emerge una situazione di questo tipo, i vertici politici sembrano improvvisamente prendere le distanze: non sapevamo, faremo un’indagine, cercheremo i responsabili.

Ma se le autorizzazioni funzionano realmente, qualcuno dovrebbe sapere dove sono conservati questi materiali molto prima che un missile russo faccia saltare tutto in aria.

Ed è qui che il discorso diventa ancora più delicato.

Perché collocare un deposito militare in una zona residenziale significa mettere direttamente in pericolo i civili.

Se il deposito viene identificato dal nemico, diventa un obiettivo militare. E se viene colpito, le conseguenze possono estendersi inevitabilmente alle abitazioni circostanti.

A quel punto i civili finiscono, volontariamente o meno, per trasformarsi in una sorta di protezione indiretta dell’obiettivo.

Il nemico potrebbe infatti essere dissuaso dall’attaccare proprio per il rischio di provocare una strage.

Questo è il primo possibile vantaggio militare di una pratica del genere, qualora fosse deliberata: utilizzare la presenza della popolazione civile come deterrente contro un attacco.

Ma esiste anche un secondo effetto.

Se l’attacco avviene comunque e provoca vittime civili, quelle stesse vittime possono diventare immediatamente uno strumento potentissimo di propaganda, aumentando l’indignazione pubblica, il risentimento verso il nemico e la disponibilità a continuare la guerra.

Ed è proprio questo che rende estremamente grave qualsiasi eventuale scelta di collocare consapevolmente materiale militare in mezzo alle case.

Perché in entrambi i casi il rischio ricade sui civili.

Se il nemico non attacca, la popolazione viene utilizzata come protezione indiretta.

Se attacca, la popolazione paga con morti, feriti e distruzione.

Naturalmente, al momento non esistono elementi per affermare che il deposito sia stato collocato lì deliberatamente con questo scopo.

Le indagini sono ancora in corso.

Ma il semplice fatto che la procura stia verificando la presenza di materiale esplosivo illegalmente stoccato e che Zelensky abbia sentito il bisogno di ricordare pubblicamente che le munizioni non devono stare vicino alle case rende la questione tutt’altro che marginale.

E la conseguenza politica è inevitabile.

Da quattro anni e mezzo ci viene spiegato che la guerra deve continuare per difendere l’Ucraina, i suoi cittadini, la sua libertà e la sua sovranità.

Ma proprio quei cittadini finiscono spesso per essere quelli che pagano il prezzo più alto: i soldati mobilitati e mandati al fronte, le famiglie sotto i bombardamenti, le persone che perdono casa, elettricità, riscaldamento e, in casi come questo, la vita.

Se davvero un deposito di munizioni fosse stato collocato illegalmente in mezzo alle abitazioni, sarebbe difficile sostenere che la priorità fosse la tutela della popolazione civile.

Nel frattempo continuano anche gli episodi legati ai droni nei Paesi europei.

Le Monde riferisce che la Marina bulgara ha distrutto un drone rinvenuto al largo delle coste dell’isola di Sant’Ivan.

Anche in questo caso non viene indicata con certezza la provenienza.

Ed è interessante osservare il linguaggio utilizzato.

Quando esiste un’identificazione o anche soltanto un forte sospetto di origine russa, normalmente la formula arriva immediatamente: «drone russo».

Quando invece la provenienza non è chiara, leggiamo semplicemente «un drone».

Era già accaduto in Bulgaria con un altro velivolo finito nei pressi di un gasdotto, episodio inizialmente inserito nel quadro delle minacce russe e successivamente ricondotto a un drone ucraino.

Una dinamica che abbiamo visto anche altrove: l’incidente viene immediatamente inserito nella narrativa della minaccia russa, mentre l’eventuale successiva identificazione di origine ucraina riceve una copertura molto più limitata.

Il nuovo drone trovato al largo delle coste bulgare rimane, per ora, di provenienza non accertata.

Dalle immagini disponibili non sembra possibile stabilire con certezza il modello e quindi sarebbe piuttosto azzardato trasformare una fotografia in una conclusione definitiva.

Meglio lasciare che siano gli esperti a determinarne l’origine.

Il problema è che, nel dibattito pubblico, le certezze arrivano spesso molto prima delle indagini.

Lo stesso schema si ripete ormai da mesi in Polonia, nei Paesi baltici, in Moldavia e in Bulgaria: droni sconfinati, velivoli caduti, oggetti identificati successivamente come esche o mezzi ucraini, ma che inizialmente entrano tutti nel grande racconto della minaccia russa sull’Europa.

Anche quando successivamente emerge una spiegazione diversa, il puntino sulla mappa rimane.

E questo contribuisce a costruire la percezione di un continente costantemente sotto attacco.

A rendere ancora più delicata la situazione c’è poi la centrale nucleare di Zaporizhzhia.

L’Agenzia internazionale per l’energia atomica continua a segnalare nuovi episodi legati ai droni nei pressi dell’impianto, controllato dalle forze russe dal 2022 e monitorato direttamente dalla IAEA.

Secondo l’Agenzia, due dipendenti della centrale sarebbero rimasti feriti dopo l’attacco di un drone nei pressi del bacino dell’acqua di raffreddamento.

Pochi giorni prima era stato colpito anche il sistema di collegamento energetico esterno, mettendo nuovamente sotto pressione le infrastrutture necessarie a mantenere in sicurezza l’impianto.

In un altro episodio, un drone sarebbe esploso vicino all’area di stoccaggio a secco del combustibile nucleare, mentre un terzo avrebbe colpito un sistema antincendio.

Fortunatamente i livelli di radiazione rimangono nella norma.

Ma il fatto che continuino ad arrivare droni intorno a una centrale nucleare dovrebbe essere sufficiente, da solo, per comprendere il livello di follia raggiunto da questa guerra.

Anche qui la provenienza degli attacchi viene trattata con enorme cautela.

E anche qui rimane la stessa domanda: chi ha interesse a colpire strutture che si trovano all’interno di un impianto controllato militarmente dai russi?

La IAEA registra gli eventi, monitora i livelli di sicurezza e cerca di evitare il peggio.

La guerra, nel frattempo, continua.

Secondo la TASS, quindi secondo la versione russa, gli ultimi bombardamenti avrebbero colpito una serie di obiettivi logistici e militari ucraini: porti, depositi, autocisterne, terminal di trasbordo, centri di distribuzione e magazzini che Mosca sostiene siano utilizzati per componenti dei missili Flamingo e per i sistemi necessari al lancio dei droni FP-1 e FP-2.

Questa è la versione russa e va considerata per quello che è.

Ma proprio il caso del magazzino nel distretto di Bucha dimostra perché non sia possibile limitarsi alla formula «edificio civile colpito» senza chiedersi che cosa ci fosse realmente all’interno.

Se le indagini confermeranno la presenza illegale di munizioni o esplosivi, avremo davanti un problema molto più grande del singolo bombardamento.

Avremo la prova che materiale militare potenzialmente destinato al fronte veniva conservato in mezzo alle abitazioni, esponendo direttamente la popolazione a un rischio enorme.

E allora le 27 vittime non sarebbero soltanto la conseguenza dell’attacco russo.

Sarebbero anche la conseguenza di chi ha deciso, autorizzato o semplicemente permesso che quel materiale si trovasse proprio lì.

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Danilo Torresi

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