Mosca annuncia una rappresaglia contro le infrastrutture energetiche ucraine e la prima domanda viene spontanea: ma non stavano già bombardando tutta l’Ucraina?
Il Ministero della Difesa russo afferma di star preparando attacchi massicci contro il sistema energetico ucraino in risposta ai continui attacchi di Kiev contro le infrastrutture civili e il complesso petrolifero ed energetico russo.
Le Monde riporta che Mosca considera questi nuovi bombardamenti una rappresaglia. Ed è proprio questo il punto che colpisce, perché negli ultimi giorni gli attacchi russi sull’Ucraina sono già diventati quasi incessanti.
Kiev è sotto pressione da giorni. Le sirene antiaeree continuano a suonare, i bombardamenti avvengono di notte e sempre più spesso anche durante il giorno, mentre la rete energetica ucraina continua a subire danni pesantissimi.
Quindi, se quella che abbiamo visto finora non sarebbe ancora la vera rappresaglia sulle infrastrutture energetiche, viene da chiedersi quale sia il livello successivo.
Secondo la versione russa, negli ultimi bombardamenti sarebbero stati colpiti magazzini, depositi di armi, cisterne, autocisterne di carburante, porti e strutture logistiche.
Mosca sostiene inoltre che alcuni dei magazzini colpiti a Kiev venissero utilizzati per immagazzinare esplosivi.
La Russia collega questi attacchi alle operazioni ucraine sul proprio territorio, comprese quelle contro depositi civili e infrastrutture energetiche.
Negli ultimi mesi Kiev ha rivendicato attacchi contro magazzini di società russe come Wildberries e Ozon, oltre a raffinerie e altri obiettivi.
Ed è qui che emerge il solito doppio standard.
Quando un detrito russo finisce su un edificio civile ucraino, il titolo è immediato: attacco ai civili.
Quando Kiev rivendica bombardamenti contro magazzini civili sul territorio russo, invece, la condanna praticamente scompare.
Se si colpisce un obiettivo militare, si può discutere della legittimità dell’azione.
Ma se vengono bombardati deliberatamente magazzini civili e muoiono civili, il problema dovrebbe esistere da entrambe le parti.
Invece no.
Quando lo fa Kiev, si minimizza.
Quando lo fa Mosca, si parla immediatamente di terrorismo contro la popolazione civile.
E ogni nuova escalation ucraina viene raccontata come il passo che finalmente dovrebbe mettere in ginocchio la Russia e costringerla al negoziato.
Il risultato, finora, è stato spesso l’opposto.
Mosca ha risposto aumentando ulteriormente il livello degli attacchi.
Lo abbiamo visto con le infrastrutture energetiche ucraine e continuiamo a vederlo adesso.
In alcune città i danni sono già talmente gravi che le autorità hanno invitato la popolazione a lasciare determinate aree perché durante l’inverno potrebbero mancare elettricità, acqua e riscaldamento.
E adesso Mosca annuncia un ulteriore livello di bombardamenti proprio contro il settore energetico.
Naturalmente le infrastrutture energetiche sono civili.
Ma sono anche fondamentali per il funzionamento dell’apparato militare.
Senza elettricità non funzionano soltanto le abitazioni.
Non funzionano industrie, centri logistici, officine, sistemi ferroviari, comunicazioni, strutture di comando e una parte rilevante della macchina militare.
Per questo continuare a separare artificialmente il piano civile da quello militare quando si parla di infrastrutture energetiche in una guerra è abbastanza complicato.
Il problema vero è un altro: a pagare il prezzo maggiore sono comunque i cittadini.
Nel frattempo Kiev continua a subire attacchi praticamente senza interruzione.
Un’agenzia tedesca riporta che la Russia ha nuovamente attaccato la capitale con droni per la terza notte consecutiva, mentre il Kyiv Independent riferisce di sirene antiaeree attivate ripetutamente e di incendi provocati dalla caduta di droni in diversi quartieri.
In realtà, nelle ultime ore la differenza rispetto al passato sembra essere soprattutto una: gli attacchi non sono più concentrati esclusivamente durante la notte.
Ora arrivano anche di giorno.
E questo segnala un ulteriore peggioramento della situazione ucraina.
Le informazioni che riceviamo, però, arrivano quasi esclusivamente dalle autorità di Kiev, dall’esercito e dal governo.
Ed è evidente che le informazioni che potrebbero mostrare una situazione militare troppo negativa vengono limitate il più possibile.
Da tempo, ad esempio, sono molto meno dettagliati i resoconti su ciò che viene effettivamente colpito militarmente dai missili russi.
Si parla soprattutto di vittime civili, condomini, infrastrutture energetiche e altri obiettivi che consentono di mettere l’accento sulle conseguenze per la popolazione.
Molto meno di depositi, fabbriche, centri logistici, caserme o strutture militari eventualmente colpite.
Un esempio evidente è l’esplosione avvenuta nel distretto di Bucha, vicino a Kiev.
Il bilancio è salito a 38 morti.
I titoli dei media occidentali si sono concentrati quasi esclusivamente sul raid russo e sulla strage.
Ma la vicenda è molto più complicata.
Ukrainska Pravda riporta che gran parte delle persone uccise dopo l’attacco e la successiva esplosione delle munizioni nel villaggio di Mila erano ospiti di una casa di riposo per anziani.
Un’agenzia tedesca parla esplicitamente di deposito di munizioni esploso.
Zelensky ha annunciato l’apertura di un’inchiesta penale, mentre il Ministero della Difesa ucraino ha ordinato un controllo completo sui depositi di armi e munizioni.
Il Ministero stesso ha dichiarato che «tali siti non devono essere situati vicino agli edifici residenziali».
Ed è esattamente questo il problema.
Se devi ordinare adesso un audit completo dei depositi, significa che qualcosa nel sistema di controllo non ha funzionato.
Un deposito di armi non può essere piazzato in mezzo alle abitazioni mentre sei in guerra.
Perché è un obiettivo militare.
E se il nemico lo individua e lo colpisce, le esplosioni secondarie moltiplicano i danni e le vittime.
Le responsabilità non spariscono semplicemente dicendo che è stato un missile russo a colpire il sito.
Se quel deposito non fosse stato in mezzo ai civili, probabilmente il numero delle vittime sarebbe stato molto più basso.
Questo è il punto che nei titoli quasi sempre scompare.
Perché la maggior parte delle persone non legge gli articoli completi.
Vede un titolo su TikTok, Instagram o su una home page, legge «raid russo, strage a Bucha» e si ferma lì.
La parte successiva, quella in cui si scopre che era esploso un deposito di munizioni collocato vicino alle abitazioni, finisce spesso in fondo al pezzo.
Ed è così che si costruisce una narrazione semplicissima: da una parte i bombardamenti russi contro i civili, dall’altra i bombardamenti ucraini che starebbero mettendo in ginocchio la Russia.
Nel frattempo sul campo la situazione resta completamente diversa.
La Russia continua ad avanzare al fronte.
L’Ucraina continua a subire bombardamenti molto più concentrati su un territorio enormemente più piccolo e con una rete di difesa aerea ormai in grave difficoltà.
I Patriot disponibili sono pochi e ogni intercettazione costa milioni.
E quando arrivano grandi salve di missili, la capacità ucraina di fermarle si riduce rapidamente.
Poi c’è il Mar Nero.
Ed è qui che arriva un’altra notizia interessante.
La Turchia ha convocato l’ambasciatore ucraino dopo l’attacco contro due navi turche.
La formulazione utilizzata dalle agenzie occidentali è curiosa.
Il titolo non è: «L’Ucraina attacca navi turche».
È qualcosa di molto più neutro: «Attacchi a navi nel Mar Nero, convocato l’ambasciatore ucraino».
Uno legge il titolo e quasi non capisce chi abbia attaccato chi.
Eppure la dinamica è abbastanza chiara.
Una nave turca è stata colpita al largo di Tuapse.
Il giorno successivo anche una seconda imbarcazione, inviata per rimorchiare la prima, è stata presa di mira.
La Turchia ha quindi convocato l’ambasciatore ucraino e ha chiesto che venga garantita la sicurezza delle persone, delle merci, della navigazione e dell’ambiente nel Mar Nero.
Non è il primo episodio.
Negli ultimi mesi Kiev ha rivendicato attacchi contro numerose imbarcazioni considerate parte della cosiddetta flotta ombra russa.
Il problema è che nel Mar Nero e nelle aree circostanti operano anche navi di Paesi terzi.
Se inizi a colpire decine o centinaia di imbarcazioni accusandole di essere legate alla Russia, prima o poi ne colpisci qualcuna appartenente a Paesi che fino a quel momento ti sostenevano.
Ed è esattamente quello che sta succedendo.
La contraddizione è piuttosto evidente.
Paesi europei e NATO inviano miliardi, armi e sistemi a Kiev.
Poi alcune di quelle capacità vengono utilizzate in operazioni che finiscono per danneggiare beni e interessi degli stessi Paesi che finanziano l’Ucraina.
E quando succede, parte il solito gioco comunicativo.
Se il responsabile può essere la Russia, lo si dice immediatamente.
Se invece emerge una responsabilità ucraina, si parla genericamente di «drone», «incidente», «attacco non identificato» oppure «errore».
Lo abbiamo visto in Bulgaria.
Lo abbiamo visto in Moldavia.
Lo abbiamo visto nei Paesi baltici.
In diversi episodi droni inizialmente inseriti nel racconto della minaccia russa sono poi risultati ucraini o deviati nel corso delle operazioni.
Naturalmente questo non significa che Mosca non violi gli spazi aerei europei o non rappresenti una minaccia.
Significa semplicemente che ogni episodio dovrebbe essere attribuito soltanto quando esistono elementi sufficienti per farlo.
E invece molto spesso il titolo arriva prima dell’indagine.
La correzione, se arriva, arriva dopo.
Molto dopo.
Il quadro finale è abbastanza surreale.
Mosca annuncia una nuova rappresaglia contro le infrastrutture energetiche ucraine mentre Kiev è già sottoposta a bombardamenti praticamente continui.
Un deposito di munizioni collocato vicino alle abitazioni esplode dopo un attacco russo e provoca quasi quaranta morti.
L’Ucraina continua a colpire il territorio russo e le imbarcazioni nel Mar Nero.
E quando vengono colpite navi turche, Ankara convoca l’ambasciatore ucraino.
Nel frattempo continuiamo a raccontare questa guerra come se fosse composta da due realtà completamente separate.
Da una parte ogni azione russa viene presentata nella sua forma più grave.
Dall’altra ogni azione ucraina viene giustificata, attenuata o semplicemente raccontata con un linguaggio diverso.
Ma la guerra non funziona così.
Ogni escalation produce una risposta.
Ogni risposta produce una nuova escalation.
E mentre continuiamo a convincerci che il prossimo attacco sarà finalmente quello che costringerà Mosca a cedere, è l’Ucraina che continua a essere devastata un pezzo alla volta.
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