Mosca, attraverso le parole del capo di Stato Maggiore Valerij Gerasimov, afferma di aver superato in alcuni punti la prima linea difensiva della cintura fortificata Sloviansk-Kramatorsk, il complesso di città che rappresenta ormai uno degli obiettivi principali dell’offensiva russa nel Donbass.
Secondo Gerasimov, le forze russe sarebbero arrivate a circa quattro chilometri dalla periferia di Sloviansk, mentre a est di Kramatorsk i combattimenti sarebbero ormai nell’area dell’aeroporto, a circa tre chilometri dalla città. Kostyantynivka, più a sud, è invece sottoposta da settimane a una pressione crescente, con combattimenti continui e un fronte che progressivamente si è spostato verso nord.
Da un lato le forze russe cercano di scendere dalla direttrice di Lyman verso Sloviansk e Kramatorsk, dall’altro aumentano la pressione da est e da ovest. È proprio in questa zona che Mosca sta concentrando una parte importante dei propri sforzi, perché quel territorio rappresenta sostanzialmente l’ultimo grande pezzo del Donbass ancora sotto controllo ucraino.
Ed è interessante ricordare che proprio questa porzione di territorio, già nell’incontro in Alaska dell’anno scorso, era stata indicata da Putin come uno degli elementi da discutere nell’ambito di un possibile cessate il fuoco. Kiev e i suoi alleati occidentali respinsero quella prospettiva: nessuna concessione territoriale, più pressione sulla Russia, più armi, più guerra, con l’obiettivo dichiarato di costringere Mosca a negoziare da una posizione di debolezza.
A più di un anno di distanza, però, i russi sono arrivati proprio nella zona che allora molti descrivevano come difficilmente raggiungibile, se non in tempi lunghissimi.
Questo non significa che Sloviansk e Kramatorsk cadranno domani. Se accadesse nel giro di pochi giorni, vorrebbe dire che l’esercito ucraino è praticamente in rotta, e sarebbe uno scenario catastrofico. Quelle città sono state fortificate per anni e rappresentano uno dei sistemi difensivi più importanti dell’intera Ucraina orientale.
Il fatto che la Russia possa impiegare mesi, o persino un anno, per conquistarle non rappresenta però automaticamente una vittoria ucraina. Significa semplicemente che si tratta di una battaglia lunga, sanguinosa e difficilissima, nella quale continueranno a morire soldati da entrambe le parti.
Non vedo molto di positivo nell’esultare perché Mosca impiega più tempo a prendere una città, se il risultato finale resta comunque la perdita progressiva del territorio.
Gerasimov ha ribadito che l’obiettivo strategico principale rimane il completamento della conquista del Donbass. Secondo la versione russa, la prima linea difensiva del complesso Sloviansk-Kramatorsk sarebbe già stata superata in alcune aree.
Naturalmente si tratta di dichiarazioni russe e vanno trattate come tali. I chilometri dichiarati potrebbero essere esatti, approssimativi o enfatizzati. Il punto è confrontare queste informazioni con quelle ucraine e occidentali per capire, nel tempo, quale versione si avvicini maggiormente alla realtà.
Il quadro generale, però, è difficile da ignorare: la pressione russa sulla cintura fortificata è aumentata.
Anche l’Institute for the Study of War scrive che le forze russe stanno intensificando la propria campagna di interdizione contro Sloviansk, con l’obiettivo di interrompere la logistica ucraina e creare le condizioni per successive operazioni terrestri. Sempre secondo ISW, unità russe hanno recentemente condotto missioni di infiltrazione nelle aree di Lyman e Sloviansk.
La logica è abbastanza evidente: prima colpire vie di comunicazione, magazzini, trasporti e rifornimenti, poi aumentare la pressione delle forze terrestri, cercando di logorare progressivamente le unità ucraine che difendono la zona.
ISW segnala anche una recente avanzata ucraina nell’area di Dobropillia, ma nello stesso report riporta diverse attività russe e affermazioni provenienti da fonti russe secondo cui Mosca avrebbe conquistato altri insediamenti nella direzione di Oleksandrivka, comprese alcune zone precedentemente riprese dalle forze ucraine.
In questo caso il rapporto attribuisce esplicitamente l’informazione alle fonti russe, ma senza utilizzare la solita formula categorica delle «avanzate non confermate».
La tendenza del fronte rimane quindi quella che osserviamo da mesi: avanzamenti russi lenti, costosi, spesso frammentati, ma continui, soprattutto lungo gli assi considerati strategici per raggiungere Sloviansk e Kramatorsk.
Nel frattempo la guerra aerea continua senza praticamente alcuna pausa.
Ukrainska Pravda, citando l’Aeronautica ucraina, riferisce che le forze russe hanno attaccato durante la notte Kiev e altre regioni con droni e missili balistici. Bombardamenti sono stati segnalati anche a Odessa, Dnipropetrovsk, Poltava e Zaporizhzhia.
Tra gli obiettivi indicati dalle fonti ucraine figurano magazzini, strutture industriali ed edifici civili. A Boryspil, vicino a Kiev, sarebbe stato colpito un grande deposito, mentre a Kryvyi Rih un impianto industriale sarebbe stato raggiunto da due missili balistici.
Sul numero complessivo dei missili balistici l’informazione rimane, ancora una volta, poco precisa. Per gli Iskander viene spesso utilizzata la formula «un numero imprecisato di missili balistici», che non consente di comprendere davvero la portata delle salve lanciate.
Ed è un problema non secondario, considerando che l’Ucraina continua ad avere una grave carenza di sistemi in grado di intercettare i missili balistici, in particolare Patriot.
Odessa, secondo l’amministrazione locale, sarebbe stata sottoposta ad attacchi praticamente per tutta la notte e parte della mattina.
Se invece guardiamo la versione russa, Mosca afferma di aver colpito impianti metallurgici a Zaporizhzhia e Kryvyi Rih considerati strategici per la produzione militare ucraina, oltre al complesso di magazzini Sun Park, che secondo le fonti russe sarebbe uno dei principali centri di stoccaggio e distribuzione di droni FPV nei pressi di Kiev.
Questa è la versione russa e, come per quella ucraina, va presa con prudenza.
Il problema è che sui media occidentali vengono riportati soprattutto gli edifici civili colpiti e le vittime civili ucraine, mentre gli eventuali obiettivi militari dichiarati da Mosca quasi sempre spariscono dal racconto. Per sapere che cosa sostiene di aver colpito la Russia bisogna normalmente andare direttamente sulle fonti russe.
La stessa asimmetria si vede nel modo in cui vengono raccontate le vittime civili.
Gli attacchi russi su Kherson, Zaporizhzhia, Odessa o altre città vengono indicati esplicitamente come «attacchi russi», con il numero delle persone uccise o ferite. Ed è giusto riportarlo: ogni vittima civile è una vittima di troppo.
Quando però le vittime sono russe o si trovano nei territori controllati da Mosca, il linguaggio cambia improvvisamente.
Der Spiegel, per esempio, ha riportato la morte di nove persone e il ferimento di altre sei dopo l’attacco di droni contro un minibus nella regione di Lugansk con una formulazione molto più prudente: «A quanto pare ci sono state vittime nell’attacco a un minibus nella Lugansk occupata dai russi».
Nove morti, sei feriti e droni di provenienza non specificata.
Non «un attacco ucraino». Non «droni ucraini». Semplicemente un attacco.
La dinamica della guerra e la posizione geografica consentono naturalmente di farsi un’idea di chi possa averlo condotto, ma il soggetto sparisce dalla frase. È una differenza comunicativa evidente.
Quando si tratta di vittime ucraine, l’autore dell’attacco è normalmente indicato immediatamente. Quando si tratta di vittime russe, molto spesso compaiono «droni», «detriti», «esplosioni» o «attacchi» senza soggetto.
E allora la domanda rimane: esistono vittime civili di Serie A e vittime civili di Serie B?
Se nove persone muoiono su un minibus, il loro passaporto dovrebbe cambiare qualcosa?
La guerra continua anche con armamenti occidentali. Secondo la TASS, l’Ucraina avrebbe nuovamente utilizzato missili da crociera anglo-francesi Storm Shadow e SCALP contro obiettivi nel Donetsk.
Ed è proprio nell’area del Donetsk che si concentra oggi una parte decisiva della battaglia terrestre.
Più la Russia si avvicina alla cintura fortificata, più aumentano gli attacchi contro logistica, rifornimenti e comunicazioni ucraine, con l’obiettivo evidente di rendere sempre più difficile mantenere le unità al fronte. Gli attacchi ucraini sulla Russia continuano contemporaneamente: il Ministero della Difesa russo afferma di aver intercettato 267 droni durante la notte.
Anche Kiev quindi continua a portare la guerra sul territorio russo, soprattutto contro raffinerie, infrastrutture energetiche e grandi magazzini come quelli di Wildberries e Ozon.
Il problema è che l’impatto militare di questi attacchi rimane molto diverso rispetto a quello dei bombardamenti russi sull’Ucraina, anche perché Mosca dispone di una capacità di attacco molto più ampia e Kiev ha ormai difese aeree estremamente limitate.
E mentre tutto questo accade, tornano anche i droni nello spazio aereo europeo.
Ukrainska Pravda riferisce che cinque droni sono entrati nello spazio aereo moldavo durante l’ultimo attacco russo contro l’Ucraina.
La formulazione è interessante: cinque droni sono entrati in Moldavia «durante l’attacco russo». Non viene però specificato che fossero russi.
Le autorità moldave affermano che i voli non autorizzati si sono verificati in concomitanza con gli attacchi della Federazione Russa e che, insieme ai partner, stanno monitorando lo spazio aereo per garantire la sicurezza della popolazione.
Ma di chi erano quei cinque droni?
Se fossero stati identificati come russi, difficilmente avremmo letto una formulazione così prudente. Normalmente, quando viene attribuito un attacco a Mosca, viene scritto immediatamente: «drone russo», «missile russo», «attacco russo».
Qui invece abbiamo semplicemente «cinque droni entrati in Moldavia durante un attacco russo».
È la stessa struttura comunicativa vista altre volte.
Quando un drone ucraino finisce nei Paesi baltici, viene spesso spiegato che potrebbe essere stato deviato dalla guerra elettronica russa. In quel caso almeno esiste una logica geografica: il drone viene lanciato verso la Russia e può deviare vicino ai confini baltici.
La Moldavia, però, si trova dalla parte opposta.
Se quei droni non erano russi e provenivano dall’Ucraina, è difficile attribuirne la traiettoria a una deviazione provocata dalla guerra elettronica russa lungo il confine con Mosca. Potrebbero essere stati lanciati male, potrebbero aver avuto problemi di navigazione o potrebbero esserci altre spiegazioni che al momento non conosciamo.
Quello che non possiamo fare è trasformare automaticamente un’incursione non identificata in un’altra prova della minaccia russa.
Se invece venisse accertato che si trattava di droni ucraini, sarebbe altrettanto legittimo chiedere a Kiev di evitare che i propri velivoli entrino nello spazio aereo moldavo, perché anche questo rappresenterebbe un rischio per la popolazione civile.
Ma quella frase, almeno per ora, non sembra averla pronunciata nessuno.
Sul terreno, intanto, il quadro rimane molto meno ambiguo: Mosca sostiene di aver superato la prima linea della cintura fortificata Sloviansk-Kramatorsk, ISW conferma un aumento della pressione russa e delle operazioni di interdizione, mentre le forze ucraine continuano a difendere uno degli ultimi grandi sistemi fortificati del Donbass.
Non significa che la battaglia sia finita.
Significa però che la battaglia che da mesi veniva indicata come decisiva è ormai cominciata davvero.
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