Finalmente sappiamo che cosa sarebbe andato a fare il direttore della CIA in Russia. O almeno, questa è la nuova versione che arriva dal New York Times e che nelle ultime ore è stata ripresa praticamente ovunque, perché evidentemente piace molto più delle ipotesi circolate nei giorni precedenti.
Saremmo arrivati all’atto terzo della vicenda: John Ratcliffe sarebbe volato a Mosca per comunicare ai russi che stanno perdendo la guerra e che farebbero meglio a trovare rapidamente un accordo con l’Ucraina prima che la situazione militare ed economica peggiori ulteriormente.
In pratica, secondo questa ricostruzione, la Russia sarebbe già in grave difficoltà sia al fronte sia dal punto di vista economico e il capo della CIA sarebbe andato direttamente a spiegarlo ai vertici dei servizi russi.
Curiosamente, però, nelle stesse ore arrivano anche continui avvertimenti sul rischio di attacchi russi contro l’Europa, mentre ci viene spiegato che i Paesi NATO europei sarebbero in seria difficoltà per la scarsità di missili intercettori Patriot.
Da una parte, dunque, la Russia sarebbe prossima al collasso. Dall’altra potrebbe attaccare con missili, droni e persino incursioni terrestri uno o più Stati della NATO.
Tenere insieme le due narrazioni comincia a diventare interessante.
L’Institute for the Study of War, in uno dei suoi ultimi report, sostiene apertamente che Mosca potrebbe condurre attacchi aerei e missilistici, utilizzare droni o persino effettuare incursioni limitate contro uno o più Stati baltici con l’obiettivo di testare la determinazione della NATO e la sua volontà di applicare l’Articolo 5.
Non stiamo parlando di generiche provocazioni o della solita “guerra ibrida”. Una simile eventualità significherebbe uno scontro militare diretto tra Russia e NATO.
Eppure, poche righe mediatiche più in là, arriva il New York Times con una ricostruzione diametralmente diversa della visita di Ratcliffe.
Secondo il quotidiano americano, il direttore della CIA avrebbe voluto comunicare privatamente ai vertici dell’intelligence russa una valutazione molto negativa della situazione del Paese nella guerra contro l’Ucraina, invitando Mosca a raggiungere un accordo prima che le condizioni militari ed economiche peggiorassero ulteriormente.
La formulazione è importante, perché non descrive semplicemente un tentativo di mediazione. Non sarebbe stato un “cerchiamo di fermare la guerra”, ma qualcosa di molto più vicino a: vi conviene accordarvi adesso perché la vostra situazione sta peggiorando e peggiorerà ancora.
Tradotto brutalmente: arrendetevi finché siete in tempo.
La ricostruzione diventa ancora più interessante quando il New York Times, citando funzionari ed ex funzionari statunitensi, sostiene che Washington ritenga Vladimir Putin male informato sulla reale situazione del fronte.
Secondo questa tesi, il presidente russo riceverebbe rapporti edulcorati dai propri subordinati e non avrebbe quindi un quadro realistico dell’andamento della guerra.
In sostanza, qualcuno al Cremlino gli starebbe raccontando che le operazioni militari procedono positivamente quando, secondo la valutazione statunitense, la realtà sarebbe assai diversa.
Ratcliffe avrebbe quindi sperato che il capo dei servizi russi prendesse sul serio le informazioni fornite dalla CIA e le facesse arrivare ai vertici del Cremlino.
Ci viene persino precisato che non si sarebbe trattato di una minaccia.
Il che è curioso, perché nessuno aveva necessariamente pensato a una minaccia. Ma evidentemente era opportuno specificarlo.
Questa nuova versione sembra aver sostituito rapidamente quella precedente, secondo la quale il direttore della CIA sarebbe invece andato in Russia per dissuadere Putin da un possibile attacco contro la NATO.
Prima, quindi, Ratcliffe sarebbe corso a Mosca per dire: non attaccate l’Europa.
Adesso sarebbe andato per dire: state perdendo, accordatevi prima che sia troppo tardi.
La seconda versione piace evidentemente di più perché presenta una Russia ancora più debole: non soltanto intenzionata a compiere azioni pericolose, ma anche inconsapevole della propria reale condizione, con un presidente al quale i generali racconterebbero una guerra diversa da quella effettivamente combattuta sul terreno.
Nel frattempo Donald Trump ha dichiarato di aver parlato con Putin e di essere stato rassicurato sul fatto che la Russia non attaccherà il territorio della NATO.
«Ho avuto un buon colloquio con lui, non attaccherà il territorio NATO», ha affermato Trump.
Ora, considerando l’affidabilità altalenante delle dichiarazioni del presidente americano, non è esattamente la frase più tranquillizzante del mondo. Trump è capace di sostenere una cosa e il suo contrario a distanza di poche ore, quindi un’assicurazione del genere non è necessariamente il certificato definitivo della pace eterna in Europa.
Anche da Mosca sono arrivate dichiarazioni piuttosto dure, soprattutto verso il Regno Unito. Maria Zakharova ha lasciato intendere che alcuni obiettivi britannici potrebbero diventare vulnerabili a ritorsioni russe a causa del coinvolgimento di Londra negli attacchi con droni sul territorio russo.
Da qui, però, a sostenere che Mosca stia preparando un attacco generale contro l’Europa ce ne passa parecchio.
Eppure il clima mediatico è esattamente questo.
Il Corriere della Sera pubblica mappe dell’Europa disseminate di possibili obiettivi russi con titoli del tipo: «Guerra ibrida, ma non solo. Dove potrebbe colpire la Russia?».
Repubblica sostiene che il Cremlino potrebbe ritenere gli Stati Uniti indeboliti dalla guerra contro l’Iran e quindi sentirsi più libero di colpire gli alleati americani in Europa, mentre Bruxelles avverte del rischio crescente di sabotaggi e attacchi ibridi.
Quindi la Russia sarebbe economicamente e militarmente allo sfacelo, il suo presidente non saprebbe nemmeno come sta andando realmente il fronte, ma contemporaneamente Mosca sarebbe pronta a testare la NATO con attacchi militari in Europa.
Non male come equilibrio narrativo.
A complicare ulteriormente il quadro arriva poi il problema dei Patriot.
Der Spiegel, riprendendo anche informazioni dell’Associated Press, parla di una carenza critica di sistemi di difesa missilistica statunitensi in Europa, in particolare di intercettori Patriot.
Il problema era già noto. I Patriot sono uno dei pochi sistemi occidentali in grado di intercettare, con percentuali comunque limitate, una parte dei missili balistici russi e la produzione degli intercettori è lenta rispetto ai ritmi di consumo registrati negli ultimi anni.
La guerra contro l’Iran avrebbe aggravato enormemente la situazione.
Gli Stati Uniti hanno utilizzato grandi quantità di missili intercettori per fronteggiare le ondate iraniane, consumando in tempi molto brevi scorte che richiedono mesi o anni per essere ricostituite. Washington avrebbe persino trasferito sistemi precedentemente schierati in altre aree, compresa l’Asia, verso il Medio Oriente per sostenere la difesa delle proprie forze e degli alleati regionali.
Il risultato è che oggi gli Stati Uniti avrebbero meno Patriot disponibili anche per eventuali esigenze europee.
Ed è qui che nasce un’altra domanda piuttosto interessante.
Se gli Stati Uniti hanno consumato i loro Patriot nella guerra contro l’Iran, perché l’Europa dovrebbe essere rimasta senza difese?
I Paesi europei che possiedono sistemi Patriot li hanno acquistati. Sono sistemi nazionali, pagati con soldi pubblici europei e inseriti nelle rispettive strutture di difesa.
Quindi, a meno che non esista qualche meccanismo particolarmente curioso secondo cui Washington vende sistemi che poi può riprendersi quando ne ha bisogno, la scarsità statunitense non dovrebbe automaticamente coincidere con una totale scarsità europea.
A meno che una parte consistente delle scorte europee non sia stata trasferita in Ucraina.
Ed è probabilmente qui che si trova il vero nodo.
Negli ultimi anni diversi Paesi europei hanno consegnato batterie, missili e sistemi di difesa aerea a Kiev, riducendo le proprie disponibilità interne con la promessa di ricostituire successivamente gli arsenali.
Solo che adesso gli Stati Uniti hanno meno sistemi disponibili da vendere, i tempi di produzione sono lunghi e l’Europa si ritrova a dover ricomprare quello che aveva già acquistato e poi trasferito all’Ucraina.
Sarebbe già una situazione abbastanza surreale: compriamo i sistemi, li inviamo a Kiev, rimaniamo con scorte ridotte e poi dobbiamo ricomprarli perché ci viene contemporaneamente spiegato che la Russia potrebbe attaccarci.
Ma adesso emerge persino il problema che non possiamo ricomprarli rapidamente perché il principale produttore ha a sua volta consumato le proprie scorte nella guerra contro l’Iran.
Der Spiegel arriva a prospettare uno scenario piuttosto inquietante: in caso di attacco missilistico russo contro obiettivi strategici europei, come quartieri generali militari o infrastrutture energetiche, alcuni Paesi NATO potrebbero ritrovarsi in una situazione simile a quella attuale dell’Ucraina, costretti a subire ondate successive di missili senza avere intercettori sufficienti.
Facciamo quindi finta, per un momento, che la minaccia di un imminente attacco russo contro l’Europa sia reale.
Se davvero fossimo consapevoli di avere scorte insufficienti di sistemi di difesa aerea, quale dovrebbe essere la priorità politica?
Continuare ad aumentare la tensione, inviare ulteriori sistemi a Kiev, riarmarsi con tempi di produzione che arrivano al 2030 o oltre e contemporaneamente sfidare una potenza nucleare che ci viene descritta come pronta ad attaccarci?
Oppure tentare almeno di riaprire seriamente i canali diplomatici?
In un contesto normale la risposta sarebbe abbastanza intuitiva.
Se pensi che il tuo potenziale nemico possa colpirti e sai di non avere difese sufficienti, cerchi innanzitutto di evitare che lo scontro inizi.
Per l’Europa, invece, tornare alla diplomazia sembra ormai quasi una sconfitta politica.
Dopo anni trascorsi a spiegare che la Russia sarebbe stata piegata dalle sanzioni, che l’Ucraina avrebbe recuperato i territori, che Mosca avrebbe esaurito missili, carri armati, denaro e capacità militare, oggi sedersi nuovamente a un tavolo significherebbe ammettere che molte di quelle previsioni non si sono avverate.
Ed è probabilmente questo uno dei problemi.
Perché mentre la comunicazione pubblica continua a oscillare tra Russia prossima al collasso e Russia pronta ad attaccare l’Europa, sul terreno il problema rimane molto più concreto: la guerra continua, l’Ucraina ha bisogno di sempre più armi e sistemi di difesa, l’Europa ha scorte limitate e gli Stati Uniti sono impegnati anche su altri fronti.
In questo contesto torna inevitabilmente la domanda iniziale sulla visita della CIA a Mosca.
È davvero più plausibile che il capo dell’intelligence statunitense sia volato improvvisamente in Russia per spiegare ai vertici del Cremlino che stanno perdendo una guerra che combattono direttamente ogni giorno?
Oppure è possibile che Washington abbia interessi molto più concreti da discutere con Mosca?
La questione iraniana, ad esempio.
La Russia è uno dei principali partner strategici di Teheran e gli Stati Uniti stanno attraversando enormi difficoltà dopo il conflitto con l’Iran. Le sanzioni dirette non hanno ottenuto i risultati desiderati e Washington ha iniziato a minacciare misure anche contro i Paesi che continuano a commerciare con Teheran, a cominciare dalla Cina e proprio dalla Russia.
In questo scenario, una visita improvvisa del direttore della CIA a Mosca potrebbe avere un significato molto diverso: cercare un canale di mediazione con uno dei pochi attori in grado di parlare seriamente con l’Iran, eventualmente mettendo sul tavolo anche altre questioni, compresa l’Ucraina.
Non sappiamo se sia andata così.
Non sappiamo nemmeno se la ricostruzione del New York Times sia sbagliata.
L’unica cosa certa è che nessuno al di fuori di una cerchia ristrettissima conosce realmente ciò che è stato discusso in quei colloqui.
E proprio per questo sarebbe opportuno distinguere le informazioni dalle interpretazioni.
Perché, per ora, abbiamo avuto tre racconti diversi della stessa visita: Ratcliffe sarebbe andato a Mosca per impedire alla Russia di attaccare la NATO; sarebbe andato per spiegare ai russi che stanno perdendo la guerra; oppure potrebbe essere andato a trattare questioni molto più ampie legate agli interessi strategici americani, Iran compreso.
La terza ipotesi ha un difetto enorme: implicherebbe il ritorno della diplomazia.
E oggi, almeno in Europa, la diplomazia sembra essere diventata la soluzione più difficile da pronunciare.
_____________________
Grazie per aver letto questo articolo!
Se ti è piaciuto, considera di abbonarti 👈 qui.
Con il tuo sostegno, potrò continuare a produrre contenuti di qualità e a condividere le mie conoscenze e le mie idee con te, sia attraverso il sito che attraverso i miei video su YouTube.
Grazie per il tuo supporto!