Le difese ucraine stanno cedendo lungo la linea delle città fortificate, nonostante nelle ultime ore si sia cercato di ridimensionare le dichiarazioni russe di Valerij Gerasimov. Come ogni Paese in guerra, Mosca tende naturalmente a enfatizzare le proprie conquiste e a presentare nel modo più favorevole possibile i risultati ottenuti sul campo. Ma il problema è che, al di là della propaganda, anche i report occidentali continuano a registrare avanzate russe proprio nelle zone che contano di più.
L’Institute for the Study of War ha definito «esagerate» le affermazioni di Gerasimov sull’avanzata russa, inserendole in quella che chiama una strategia di guerra cognitiva volta a presentare falsamente l’offensiva di Mosca come travolgente e a spingere l’Ucraina e i suoi partner occidentali verso concessioni nei negoziati.
Ma qui nasce una domanda piuttosto semplice.
Se davvero si tratta soltanto di propaganda, perché i vertici ucraini e occidentali dovrebbero lasciarsi condizionare da ciò che dice Gerasimov? Se hanno dati, satelliti, intelligence, ricognizioni e report indipendenti che mostrano una situazione completamente diversa, l’impatto delle dichiarazioni russe dovrebbe essere minimo.
Possono influenzare una parte dell’opinione pubblica, certo, ma difficilmente possono modificare da sole la volontà politica di continuare una guerra se sul terreno i risultati sono realmente positivi.
Il problema nasce quando le dichiarazioni russe, pur enfatizzate, coincidono almeno in parte con ciò che viene registrato dagli stessi osservatori occidentali.
Ed è esattamente quello che sta accadendo.
Sempre ISW segnala che le forze russe sono recentemente avanzate a ovest di Kostyantynivka, all’interno della cintura fortificata Kostyantynivka-Druzhkivka. La città rappresenta uno dei nodi strategici della parte centro-settentrionale del Donetsk e da settimane è sottoposta a una pressione crescente.
ISW registra inoltre avanzate russe nell’area di Sumy, mentre DeepState segnala un nuovo progresso russo nei pressi di Chasiv Yar.
Poi ci sono una serie di avanzate rivendicate da Mosca e non ancora confermate in maniera indipendente. In questi casi la formula utilizzata è sempre prudente: fonti russe affermano, avanzata non confermata, immagini non sufficienti. Ed è giusto così.
Il punto però è che, con una certa regolarità, le mappe finiscono poi per essere aggiornate proprio nella direzione indicata in precedenza dalle fonti russe.
Quindi la questione non è stabilire se Mosca esageri.
Ovviamente esagera.
La questione è capire quanto.
Se Gerasimov dice di aver preso dieci e ISW risponde che in realtà ha preso otto, non significa che l’avanzata non esista. Significa che è meno ampia di quanto sostiene Mosca.
E questa è ormai diventata una costante della narrazione occidentale: non si cerca più tanto di dimostrare che la situazione stia andando bene, quanto di spiegare che non sta andando così male come dicono i russi.
Sul fronte, però, il dato continua a essere lo stesso: l’Ucraina perde territorio.
L’obiettivo principale di Mosca rimane quella parte del Donetsk necessaria per completare il controllo del Donbass, proprio il territorio che la Russia aveva indicato come elemento centrale delle trattative già nell’incontro in Alaska dell’anno scorso.
Allora Kiev e i suoi alleati avevano respinto qualsiasi concessione, convinti o speranzosi che l’esercito russo non sarebbe mai riuscito a raggiungere seriamente la cintura delle città fortificate.
Oggi invece i russi sono arrivati lì.
E la prima linea, al netto delle differenze sulle distanze e sulla profondità delle avanzate, è stata almeno in parte superata.
Non significa che Sloviansk, Kramatorsk o le altre città cadranno domani. Significa però che il combattimento si è spostato esattamente nella zona che per anni era stata presentata come il principale ostacolo all’avanzata russa nel Donbass.
E non è l’unico problema.
Sul fronte dei bombardamenti la situazione per Kiev continua a peggiorare.
Fonti tedesche riportano ormai droni russi costantemente in volo e attacchi su Kiev anche durante il giorno, una dinamica meno frequente rispetto ai mesi precedenti, quando la maggior parte dei grandi raid avveniva soprattutto di notte.
La ragione è abbastanza evidente: Mosca sembra avere sempre maggiore fiducia nella capacità dei propri sistemi di raggiungere gli obiettivi, anche perché la rete di difesa aerea ucraina è ormai estremamente sotto pressione.
Secondo l’Aeronautica militare ucraina, tra le 7 e le 19 sono stati rilevati circa 140 droni diretti verso la capitale, più di cento dei quali sarebbero stati modelli a reazione di nuova generazione Geran-5, più veloci e difficili da intercettare.
Kiev sostiene di averne abbattuti almeno 120.
Il Kyiv Independent, citando funzionari ucraini, ha parlato di un record di allarmi antiaerei dall’inizio della guerra: tredici allarmi nell’arco di ventiquattro ore, con una durata complessiva dell’allerta di 872 minuti.
Quasi quindici ore.
Una città che rimane sotto allarme per quasi quindici ore in una giornata non conduce una vita normale. E la situazione diventa ancora più difficile quando agli allarmi si sommano blackout, interruzioni dell’acqua, problemi al riscaldamento e danni alle infrastrutture.
Lo abbiamo già visto durante l’inverno, quando diverse città ucraine sono rimaste senza elettricità per sedici, diciotto o persino venti ore al giorno.
Kherson rappresenta oggi uno degli esempi più drammatici.
La centrale elettrica e di riscaldamento della città sarebbe stata messa fuori servizio a tempo indeterminato dopo un attacco russo. Il capo dell’amministrazione militare locale ha invitato i residenti, in particolare famiglie con bambini e anziani, a lasciare la città e i villaggi circostanti quando possibile.
Il rischio è che Kherson affronti il prossimo inverno senza una rete energetica e di riscaldamento pienamente funzionante.
Questo dà la misura della differenza tra la capacità offensiva russa e quella ucraina.
Kiev continua a lanciare grandi sciami di droni contro la Russia e Mosca afferma regolarmente di intercettarne centinaia. Ma il numero di obiettivi effettivamente colpiti in profondità nel territorio russo rimane limitato rispetto alla quantità di ordigni utilizzati.
La Russia, al contrario, spesso impiega un numero inferiore di vettori ma riesce a infliggere danni molto più estesi, soprattutto perché l’Ucraina dispone ormai di una rete di difesa aerea assai più fragile.
Questo non significa che gli attacchi ucraini siano irrilevanti. Raffinerie, depositi, strutture logistiche e infrastrutture russe vengono colpite.
Ma se dovessimo valutare la guerra esclusivamente sulla capacità di bombardamento, la situazione dell’Ucraina sarebbe già estremamente compromessa.
E se guardiamo il fronte, il quadro non migliora.
Le avanzate russe continuano, magari lentamente, magari con costi elevatissimi, magari con riconquiste locali ucraine che interrompono temporaneamente il movimento. Ma il trend generale resta quello di una progressiva perdita di territorio da parte di Kiev.
Ed è difficile ribaltare questa realtà semplicemente dicendo che la Russia fallirà economicamente «tra un po’».
Sono quattro anni e mezzo che il fallimento russo viene presentato come imminente.
Può succedere? Certo.
Ma anche in quel caso bisognerebbe chiedersi che cosa accadrebbe prima.
Se i vertici russi si rendessero conto mesi prima di essere realmente diretti verso un collasso economico, è davvero plausibile immaginare che alzino le mani e dicano semplicemente: ci arrendiamo?
Oppure, percependo di essere spinti verso una sconfitta esistenziale da un intero blocco occidentale, potrebbero tentare il tutto per tutto?
È una domanda che varrebbe la pena porsi soprattutto mentre in Europa il livello dello scontro continua a salire.
Le dichiarazioni del cancelliere tedesco Friedrich Merz dopo l’incidente di Lipsia vanno proprio in questa direzione.
In un aeroporto tedesco sarebbero stati rinvenuti tre droni, uno dei quali avrebbe colpito un aereo cargo ucraino. Secondo le ricostruzioni, uno dei velivoli avrebbe trasportato anche materiale esplosivo che però non sarebbe detonata.
Le indagini sono ancora in corso, ma Merz ha già annunciato che, una volta identificati i responsabili, «ci sarà una risposta adeguata».
Il cancelliere ha spiegato che le indagini della Procura federale e delle autorità di sicurezza sarebbero in fase avanzata e che i responsabili verranno resi noti non appena i risultati saranno considerati definitivi.
«Non ci vorrà molto», ha detto Merz. «E poi dovremo reagire di conseguenza».
Ma che cosa significa esattamente «reagire di conseguenza»?
Se le autorità tedesche dovessero attribuire i droni alla Russia, quale tipo di risposta sarebbe considerata adeguata?
Sanzioni? Espulsioni diplomatiche? Azioni clandestine? Attacchi contro obiettivi russi?
È proprio l’ambiguità della formula a essere inquietante.
Soprattutto se confrontata con quanto accaduto con il Nord Stream.
Nel caso del sabotaggio della principale infrastruttura energetica che collegava direttamente Russia e Germania, le indagini hanno ricondotto l’operazione a cittadini ucraini e a soggetti collegati all’apparato militare di Kiev.
Quell’attacco ha contribuito a destabilizzare profondamente il sistema energetico europeo e tedesco.
E quale fu la «risposta adeguata»?
Continuare a inviare miliardi e armi all’Ucraina.
Ora, invece, per alcuni droni di origine ancora da accertare, che non hanno provocato una catastrofe e che sono stati recuperati praticamente integri, si parla già apertamente di una risposta.
La differenza è piuttosto evidente.
Ed è inevitabile domandarsi se non si stia cercando, consapevolmente o meno, un nuovo casus belli capace di alzare ulteriormente il livello dello scontro tra NATO e Russia.
La Germania non è un Paese qualsiasi.
Ha un peso politico, economico e militare enormemente superiore a quello dei Paesi baltici e, insieme alla Polonia, può modificare in maniera sostanziale l’intero equilibrio europeo.
I Paesi baltici denunciano continuamente droni, sconfinamenti e minacce russe, anche quando successivamente emerge che alcuni velivoli erano ucraini o erano stati deviati nel corso delle operazioni militari.
La Polonia di Donald Tusk mantiene una linea durissima nei confronti di Mosca.
La Moldavia denuncia regolarmente violazioni dello spazio aereo.
Ma quando anche Berlino comincia a parlare di «risposte adeguate» dopo incidenti ancora in fase di accertamento, il livello cambia.
Perché Germania e Polonia hanno il peso necessario per trascinare l’Europa verso decisioni molto più radicali.
E tutto questo avviene mentre Merz attraversa una fase di forte difficoltà politica interna, con consensi in calo e la crescita di AfD che terrorizza una parte dell’establishment tedesco.
Naturalmente questo non significa che il governo tedesco voglia provocare deliberatamente una guerra per ragioni elettorali.
Ma significa che ogni escalation va valutata anche nel contesto politico interno dei Paesi che la alimentano.
Il rischio, altrimenti, è di continuare ad accumulare incidenti, minacce, droni, sabotaggi, ritorsioni e «risposte adeguate» fino al momento in cui qualcuno supera una linea dalla quale diventa molto difficile tornare indietro.
E mentre ci viene spiegato che parlare di Terza guerra mondiale sarebbe allarmistico, la realtà è che stiamo discutendo sempre più apertamente di possibili attacchi russi contro Paesi NATO, di eventuali risposte militari europee e di incidenti che potrebbero coinvolgere direttamente le principali potenze del continente.
Possiamo chiamarla come vogliamo.
Possiamo dire che ci stiamo soltanto difendendo.
Possiamo continuare a ripeterci che nessuno vuole attaccare nessuno.
Ma se le difese ucraine continuano a cedere, i bombardamenti aumentano e contemporaneamente l’Europa alza progressivamente il livello dello scontro diretto con Mosca, il rischio è che prima o poi qualcuno trasformi una crisi regionale in qualcosa di molto più grande.
E a quel punto discutere se Gerasimov avesse esagerato di due o tre chilometri sulla mappa sarà probabilmente l’ultimo dei nostri problemi.
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