A Kiev servono almeno 30.000 nuovi soldati al mese per mantenere gli attuali livelli delle forze armate. Ma, incredibilmente, la storia che continua a circolare è che sarebbe Mosca quella destinata a rimanere senza uomini.
Le ultime dichiarazioni di Kyrylo Budanov riaprono una questione che accompagna questa guerra da anni: il divario tra ciò che viene raccontato sulle perdite russe e quello che emerge, molto più raramente, quando si parla delle necessità dell’esercito ucraino.
Budanov è stato piuttosto chiaro: la guerra non finirà adesso e l’Ucraina non può permettersi di mobilitare meno di 30.000 persone ogni mese.
Nel frattempo il Guardian, citando funzionari governativi occidentali, sostiene che la Russia starebbe perdendo circa 6.000 uomini al mese in più rispetto a quanti riesca a reclutarne.
Ed eccoci di nuovo davanti alla stessa narrazione che accompagna il conflitto da quattro anni e mezzo: la Russia sarebbe sempre prossima alla crisi definitiva, sempre sul punto di finire uomini, mezzi, soldi o capacità militare, nonostante continui ad avere un esercito numericamente superiore a quello ucraino e continui, lentamente ma costantemente, ad avanzare sul terreno.
Qualcosa non torna.
Le Monde riporta le parole di Budanov in maniera piuttosto netta: l’Ucraina ha bisogno di mobilitare almeno 30.000 persone al mese per mantenere le strutture militari esistenti.
Non circa 30.000.
Non fino a 30.000.
Almeno.
Budanov avrebbe spiegato che questo rappresenta il minimo necessario e che Kiev deve «accettare la mobilitazione così com’è», aggiungendo che non esiste altra scelta e che bisogna avere il coraggio di parlare con onestà del problema.
Tradotto: l’arruolamento forzato continuerà.
Ed è qui che il discorso diventa estremamente delicato.
Chi voleva arruolarsi volontariamente, nella maggior parte dei casi, lo ha già fatto negli anni precedenti. Una parte di chi invece non voleva combattere ed aveva la possibilità economica di lasciare il Paese è fuggita all’estero. Gli altri cercano di evitare la mobilitazione, e non è un mistero che in diverse città ucraine si siano verificati scontri, proteste e aggressioni durante le operazioni di reclutamento.
Abbiamo visto uomini caricati sui furgoni, cittadini che cercano di sottrarsi agli arruolatori, proteste violente, mezzi ribaltati e perfino episodi di fuga durante il periodo di addestramento.
E allora la domanda è inevitabile: che tipo di motivazione può avere un esercito che deve reclutare forzatamente decine di migliaia di persone ogni mese?
Un soldato convinto di ciò che sta facendo è una cosa.
Un uomo preso per strada, addestrato rapidamente e mandato sulla linea di contatto è tutt’altra cosa.
E infatti, da tempo, arrivano notizie di diserzioni e fughe anche durante i periodi di addestramento fuori dall’Ucraina. Alcuni riescono a scappare prima di essere inviati al fronte, altri cercano di farlo successivamente.
Ma il vero interrogativo rimane numerico.
Perché servono 30.000 nuovi uomini ogni mese?
Se si tratta semplicemente di mantenere la consistenza dell’esercito, significa che ogni mese decine di migliaia di militari escono dal sistema.
Perché?
Morti?
Feriti?
Prigionieri?
Dispersi?
Congedati?
Rotazioni?
Qualunque sia la risposta, il numero resta enorme.
Per mesi e anni ci è stato ripetuto che la Russia perderebbe tra 30.000 e 35.000 uomini ogni mese e che queste perdite sarebbero insostenibili.
Ora scopriamo che anche Kiev ha bisogno di sostituire almeno 30.000 persone al mese.
E questo per un Paese con una popolazione disponibile alla mobilitazione enormemente inferiore rispetto a quella russa rappresenta un problema ancora più grave.
Soprattutto perché, mentre delle perdite russe viene pubblicato quotidianamente un conteggio dettagliato, le perdite ucraine vengono trattate in maniera molto diversa e raramente assumono la stessa centralità nella comunicazione pubblica.
Poi però arrivano scambi di cadaveri, prigionieri, dichiarazioni sulla mobilitazione e improvvisamente emerge una realtà molto meno rassicurante.
Budanov ha anche spiegato che il recente cambio ai vertici della Difesa non modificherà sostanzialmente la situazione.
La nomina di Oleksandr Kamyshin al posto di Mykhailo Fedorov non cambierebbe infatti i numeri necessari alla mobilitazione.
Anche modificando le procedure, rendendole magari meno aggressive o più organizzate, meno di 30.000 persone al mese non basteranno.
E Budanov lo ammette apertamente: se il numero da mobilitare rimane lo stesso, rimarrà alto anche il numero delle persone insoddisfatte.
«Non c’è niente che possiamo fare a riguardo», è in sostanza il messaggio.
A questo aggiunge un’altra frase significativa: «Non porremo fine alla guerra ora, non perché non vogliamo, ma perché non è realistico».
Una formulazione piuttosto comoda, soprattutto se la mettiamo accanto alla necessità di continuare a mobilitare decine di migliaia di persone ogni mese.
Nel frattempo Mykhailo Fedorov è diventato consigliere del ministro italiano della Difesa Guido Crosetto.
Una scelta che, dal punto di vista tecnico, ha una logica.
Fedorov è stato uno dei protagonisti della trasformazione dell’apparato ucraino nel settore dei droni, contribuendo allo sviluppo di capacità che sono diventate centrali nel conflitto. In un contesto nel quale i sistemi senza pilota rappresentano ormai una componente essenziale della guerra moderna, affidarsi alla consulenza di una figura che ha maturato esperienza proprio in quel campo non è una decisione stupida.
Questo non significa condividere il riarmo europeo o la scelta di destinare una quota sempre maggiore di risorse alla difesa.
Personalmente considero sbagliato trasformare la spesa militare in una priorità economica permanente, soprattutto quando si parla di obiettivi come il 5% del PIL e di decine di miliardi sottratti potenzialmente ad altri settori.
Un Paese come l’Italia dovrebbe certamente avere un sistema di difesa efficiente, ma dovrebbe investire molto di più anche nella sicurezza interna, nelle forze di polizia, nella protezione civile e soprattutto nella diplomazia.
Perché la diplomazia dovrebbe essere la prima linea di difesa di un Paese che non ha alcun interesse naturale a trasformare Russia, Cina o qualsiasi altra potenza in un nemico.
Essere indipendenti non significa diventare antiamericani per poi trasformarsi nei sudditi di Pechino.
Significa costruire rapporti nell’interesse nazionale, evitando di seguire automaticamente Washington o qualsiasi altro centro di potere.
Detto questo, la scelta di Fedorov ha anche un interessante significato politico.
Negli ultimi mesi l’ex ministro ucraino ha iniziato a costruirsi un profilo sempre più autonomo rispetto a Zelensky. È giovane, gode di una buona immagine pubblica e ha assunto posizioni che lo hanno reso potenzialmente competitivo anche in vista di future elezioni.
Ha parlato di corruzione, di necessità di cambiamenti interni e della possibilità di tornare al voto.
All’interno del ministero avrebbe inoltre promosso indagini e denunce contro numerosi funzionari sospettati di corruzione.
Ed è proprio qui che la scelta del governo italiano diventa politicamente interessante.
Prendere Fedorov come consigliere significa mantenere formalmente una forte vicinanza all’Ucraina, ma contemporaneamente costruire un rapporto con una figura che potrebbe diventare uno dei principali antagonisti di Zelensky.
È una di quelle scelte laterali nelle quali il governo Meloni si è dimostrato spesso molto più scaltro delle opposizioni.
Non significa prendere le distanze da Kiev.
Significa però iniziare a posizionarsi anche rispetto a un possibile futuro politico ucraino diverso da quello attuale.
E in un momento in cui l’invio di armi e il coinvolgimento nella guerra non garantiscono certamente grande consenso nell’opinione pubblica italiana, mostrare una certa autonomia rispetto a Zelensky può diventare politicamente utile.
Sul fronte energetico, intanto, emerge un altro paradosso.
L’Ucraina sostiene di aver accumulato le riserve di gas necessarie per affrontare l’inverno 2026-2027.
Secondo il ministero dell’Energia ucraino, i depositi sotterranei conterrebbero circa 14,6 miliardi di metri cubi di gas, raggiungendo così l’obiettivo fissato per affrontare la stagione fredda.
Ottima notizia per Kiev.
La domanda però è: da dove arriva tutto questo gas?
Una parte deriva ancora dalla produzione interna ucraina, ma la produzione nazionale non è sufficiente a garantire il fabbisogno del Paese, soprattutto dopo anni di guerra, perdita di territori ricchi di risorse e bombardamenti contro le infrastrutture energetiche.
Una quota significativa viene quindi importata.
Reuters ha riportato che nel primo trimestre del 2026 l’Ucraina ha ricevuto gas attraverso Polonia, Ungheria, Slovacchia e Romania.
Questo non significa necessariamente che il gas sia prodotto in quei Paesi. Significa che entra in Ucraina attraverso quelle rotte.
Il 19 marzo Kiev prevedeva, ad esempio, di importare oltre 25 milioni di metri cubi in una sola giornata, di cui circa 10 milioni attraverso la Polonia e più di 8 milioni attraverso l’Ungheria.
Una parte di questo gas può essere GNL proveniente dagli Stati Uniti o da altri fornitori internazionali, arrivato nei terminali europei, rigassificato e poi trasferito verso est attraverso le infrastrutture continentali.
Naftogaz e la polacca Orlen hanno inoltre firmato ulteriori accordi per aumentare le forniture di GNL all’Ucraina attraverso i terminali baltici e la rete europea.
Ed eccoci al paradosso.
Mentre Germania e Italia non hanno ancora riempito completamente i propri stoccaggi per l’inverno, Kiev annuncia di aver raggiunto il proprio obiettivo.
In Europa le scorte sono ancora lontane dai livelli che normalmente si vorrebbero raggiungere prima dell’inverno, soprattutto perché quest’anno acquistare gas durante l’estate è diventato molto più costoso.
La crisi energetica aggravata dalla guerra in Iran, il blocco dello Stretto di Hormuz, il prezzo del petrolio e la volatilità internazionale hanno reso particolarmente oneroso comprare gas proprio nel periodo in cui, tradizionalmente, si riempiono gli stoccaggi.
Italia e Germania hanno quindi preferito aspettare, sperando sostanzialmente in due cose: che la crisi internazionale si attenui e che il prossimo inverno non sia particolarmente rigido.
È una scommessa.
Perché se la crisi dovesse continuare e fossimo costretti ad acquistare grandi quantità di gas durante i mesi più freddi, con prezzi già elevati, l’impatto sulle bollette potrebbe diventare enorme.
L’Italia dipende ancora fortemente dal gas anche per la produzione di energia elettrica.
Quindi non stiamo parlando soltanto del riscaldamento.
Parliamo di elettricità, industria, imprese, famiglie e costo generale della vita.
In passato una parte rilevante delle forniture russe arrivava attraverso gasdotti e contratti pluriennali, caratterizzati da prezzi molto meno esposti alle oscillazioni quotidiane dei mercati.
Oggi dipendiamo molto di più dal GNL, che viene comprato sui mercati internazionali e quindi risente direttamente della domanda mondiale e della competizione tra acquirenti.
E mentre l’Europa deve fare i conti con questa situazione, l’Ucraina è riuscita a riempire i propri depositi.
Come?
Anche grazie agli aiuti internazionali.
Una parte del gas viene acquistata direttamente da Naftogaz, ma Kiev può contare sui massicci finanziamenti ricevuti dai partner occidentali e sull’Ukraine Energy Support Fund, che ha raccolto miliardi di euro di contributi, compresi fondi europei.
E qui il cortocircuito diventa abbastanza evidente.
L’Europa finanzia l’Ucraina.
L’Ucraina utilizza anche questi fondi per acquistare energia.
Una parte del gas può essere GNL americano, che arriva nei terminali europei, viene rigassificato, attraversa le infrastrutture del continente e finisce nei depositi ucraini.
Risultato: l’Ucraina riesce a prepararsi per l’inverno mentre alcuni grandi Paesi europei rimangono con gli stoccaggi incompleti.
E tutto questo accade mentre continuiamo a finanziare la guerra, acquistare armi, inviare miliardi a Kiev e contemporaneamente affrontiamo prezzi energetici che rischiano di esplodere nei prossimi mesi.
È un meccanismo piuttosto singolare.
Spendiamo per sostenere una guerra che ha contribuito a peggiorare la nostra situazione energetica.
Spendiamo per comprare armi.
Spendiamo per finanziare il bilancio ucraino.
Spendiamo per sostenere il sistema energetico ucraino.
E poi scopriamo che Kiev ha le riserve di gas necessarie per l’inverno mentre noi speriamo che non faccia troppo freddo.
Nel frattempo Kiev deve trovare almeno 30.000 nuovi soldati ogni mese.
Mosca, ci spiegano, sta finendo gli uomini.
L’Europa, invece, sta finendo i soldi, il gas e forse anche il buon senso.
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