Nuovo atto, nuova speculazione sulla visita del capo della CIA a Mosca, che ormai sembra avvenuta un secolo fa. Questa volta Axios ci fa sapere che sarebbero addirittura in corso i preparativi per un vertice trilaterale tra Donald Trump, Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky.
Un incontro a tre.
Il triangolo qualcuno non l’aveva considerato.
Ma al di là dell’ennesima ipotesi su quello che John Ratcliffe sarebbe andato a fare a Mosca, l’elemento che salta maggiormente all’occhio è un altro: l’Europa è stata completamente snobbata.
Sulla visita.
Sui contenuti della visita.
E, ammesso che questa nuova ricostruzione sia vera, anche sull’eventuale preparazione di un incontro destinato a discutere le sorti di una guerra che si combatte sul continente europeo.
L’Europa esclusa.
Siamo fantastici.
I nostri bollitici europei, politici bolliti, riescono ancora a fare quelli duri mentre non se li fila più nessuno.
Secondo Axios, il direttore della CIA avrebbe proposto un vertice trilaterale tra Trump, Putin e Zelensky e i funzionari statunitensi avrebbero informato il presidente ucraino delle discussioni.
Gli europei?
Niente.
Donald Tusk ha lasciato intendere di essere stato informato per tempo. Certo. Dopo però.
Zelensky, invece, aveva dichiarato poco dopo la visita di essere stato informato. Ora Axios sostiene che sarebbe stato aggiornato proprio sull’ipotesi di questo incontro a tre.
L’idea di un vertice Trump-Putin-Zelensky non è nuova.
Piace molto a Trump, che potrebbe presentarla come uno dei risultati della propria amministrazione. E, se servisse davvero ad aprire uno spiraglio negoziale, sarebbe persino una delle poche cose che potrebbero andare anche a nostro vantaggio.
Infatti da questa parte non vedono l’ora di sabotare qualsiasi tentativo di negoziato.
Ma l’incontro piace soprattutto a Zelensky.
Non necessariamente perché voglia arrivare alla pace.
I vertici ucraini, Budanov compreso, stanno dicendo esattamente il contrario: bisogna continuare a reclutare, armare e combattere. Non bisogna aspettarsi che la guerra finisca adesso.
Fedorov, appena ha cominciato a parlare di elezioni, corruzione e soprattutto del fatto che l’Ucraina stia lentamente perdendo la guerra, è stato subito sconfessato.
Zelensky chiede da tempo un incontro diretto con Putin, ma rimane difficile capire che cosa dovrebbero dirsi se Kiev non è disposta a concedere nulla e continua ad avere alle spalle un’Europa che la finanzia e la arma.
Perché dovrebbe cambiare posizione?
Sul terreno non riesce a riconquistare territorio, ma dal punto di vista politico continua a ricevere il sostegno necessario per proseguire.
Il problema è che questa nuova ipotesi del vertice trilaterale si aggiunge a una serie ormai sterminata di ricostruzioni sulla visita del capo della CIA.
Il Wall Street Journal e CBS avevano parlato di una missione destinata a mettere in guardia Mosca da eventuali attacchi ai Paesi NATO.
Poi è comparsa la versione secondo cui Ratcliffe sarebbe andato da Putin per dirgli che la Russia stava perdendo la guerra e stava andando verso il fallimento economico.
Adesso il super vertice a tre.
Tutte speculazioni che non sono necessariamente collegate tra loro e delle quali, in diversi casi, non è nemmeno chiaro da dove arrivino.
Potrebbero anche essere verosimili.
D’altronde, se davvero l’incontro tra il capo della CIA e i vertici dei servizi russi è durato circa otto ore, avranno avuto il tempo di parlare di parecchie cose.
Non è impossibile quindi che molte delle ipotesi circolate successivamente riguardino effettivamente alcuni degli argomenti affrontati.
La cosa curiosa, però, è che tutte le speculazioni emerse vanno esattamente nella direzione della narrazione occidentale.
La Russia è in ginocchio.
La Russia sta fallendo.
La Russia va avvertita di non attaccare la NATO.
Adesso Putin sarebbe pronto a un trilaterale che piace soprattutto in Occidente.
Quello che, curiosamente, non viene quasi mai preso in considerazione è il dossier Iran.
Eppure sarebbe un tema tutt’altro che secondario.
Mosca, da parte sua, continua a ripetere che un incontro ai massimi livelli avrebbe senso soltanto dopo aver raggiunto un’intesa preliminare.
Peskov lo ha detto chiaramente: attualmente non esiste una base per un vero negoziato.
E infatti, se non c’è nemmeno un accordo sui punti di partenza, su che cosa dovrebbero incontrarsi Putin e Zelensky?
Per dirsi cosa?
Per insultarsi?
Per sputarsi in faccia?
Un vertice ai massimi livelli normalmente arriva quando il lavoro diplomatico ha già preparato almeno una struttura sulla quale discutere.
Qui, invece, non sono nemmeno partiti.
Ed è in questo contesto che l’assenza dell’Europa diventa ancora più clamorosa.
Non dovrebbe stupire completamente, perché i governi europei hanno fatto di tutto negli ultimi anni per sabotare o respingere qualsiasi prospettiva diplomatica che non coincidesse con i propri obiettivi.
Ma il fatto che vengano nuovamente messi ai margini di decisioni che riguardano direttamente il nostro continente la dice lunga sul peso reale dell’Europa.
Gli alleati NATO europei, si fa per dire.
Perché se fossimo realmente alleati alla pari, dovremmo essere coinvolti nelle decisioni.
Invece noi facciamo quello che ci viene chiesto da Washington e poi scopriamo a cose fatte che gli Stati Uniti stanno trattando direttamente con Mosca.
Era già accaduto con la guerra all’Iran.
In quel caso si potrebbe perfino sostenere che l’Europa avesse meno titolo a essere coinvolta direttamente, anche se quella guerra ha destabilizzato il mercato energetico globale, il commercio, il prezzo del petrolio e dei carburanti.
Magari un avvisetto prima di attaccare l’Iran, però, sarebbe stato gradito.
Anche perché le basi sul territorio europeo sono state utilizzate mentre i nostri governi si limitavano a pigolare.
Adesso il capo della CIA va in Russia e, secondo tutte le ricostruzioni occidentali, parla soprattutto dell’Ucraina.
Una guerra sul nostro continente.
Una guerra che l’Europa finanzia.
Una guerra che l’Europa arma.
Eppure l’Europa non viene informata.
Tusk sostiene di esserlo stato.
Gli altri apparentemente no.
Zelensky invece dice di sì.
Quindi gli Stati Uniti, presunti alleati, discutono direttamente con la Russia della guerra europea mentre i Paesi dell’Unione Europea aspettano fuori dalla porta.
E se davvero si arrivasse a un negoziato, chi deciderebbe?
La Russia.
L’Ucraina, che non fa parte dell’Unione Europea.
Gli Stati Uniti, che stanno dall’altra parte dell’oceano.
E noi?
Noi paghiamo.
Armiamo.
Subiamo le conseguenze economiche.
E aspettiamo che gli altri ci dicano cosa hanno deciso.
In una situazione normale dovrebbe essere esattamente il contrario.
L’Europa dovrebbe essere il soggetto principale della mediazione, perché il conflitto avviene sul nostro continente.
Gli Stati Uniti dovrebbero semmai sostenere diplomaticamente il processo.
Invece non siamo riusciti nemmeno a trovare un interlocutore europeo credibile.
In teoria ci sarebbe Kaja Kallas, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri.
Ma ogni volta che parla sembra più impegnata ad attaccare verbalmente la Russia che a svolgere un ruolo diplomatico.
Quella dovrebbe essere la diplomazia europea.
Von der Leyen, men che meno.
Continua a parlare di minacce russe, droni russi, sconfinamenti, mentre in diversi casi i velivoli poi risultano ucraini o comunque di provenienza diversa da quella inizialmente suggerita.
Se davvero volevamo avere un ruolo negoziale, avremmo dovuto individuare una persona quantomeno accettabile anche per Mosca.
Non necessariamente gradita.
Ma almeno accettata come interlocutore.
Non puoi pensare di mediare mandando qualcuno che dall’altra parte considerano già parte dello scontro.
Da Mosca la posizione è ormai esplicita.
Le Monde riporta le parole di Dmitrij Peskov:
«Non vedo alcun motivo per sperare in un miglioramento delle nostre relazioni con l’Europa. Gli attuali leader sono bellicosi, non solo a parole ma anche nei fatti. Stanno mobilitando appieno il potenziale militare europeo e lo stanno dirigendo contro il nostro Paese, partecipando direttamente a operazioni militari contro di noi. Dobbiamo esserne consapevoli».
Dal loro punto di vista, quindi, l’Europa non è un possibile mediatore.
È parte del conflitto.
E a questo punto non dovrebbe nemmeno stupire troppo che Washington e Mosca discutano senza coinvolgerla.
Il problema è che i leader europei non sembrano capaci di fare nemmeno un minimo di autocritica.
Per cambiare linea bisognerebbe ammettere che qualcosa è stato sbagliato.
E io faccio fatica a ricordare un politico occidentale di alto livello che abbia mai detto chiaramente: abbiamo sbagliato.
Mai.
Al massimo gli eventi hanno imposto determinate decisioni.
Oppure è colpa di Putin.
Hashtag Putin.
Quindi gli europei vengono esclusi, ma fanno anche pochissimo per meritarsi un posto al tavolo.
Se la linea politica è continuare la guerra, continuare ad armare Kiev e continuare a respingere qualsiasi ipotesi negoziale che non parta dalla capitolazione russa, perché mai gli Stati Uniti dovrebbero coinvolgere proprio l’Europa in un eventuale tentativo diplomatico?
Che li chiamano a fare quelli che vogliono continuare la guerra?
Il problema, comunque, è che immaginare oggi un vero vertice diplomatico rimane estremamente difficile.
Il livello dello scontro è altissimo.
Gli attacchi ucraini sul territorio russo continuano da settimane.
Sono stati colpiti depositi petroliferi, infrastrutture energetiche, magazzini civili come Wildberries e Ozon.
Mosca ha risposto con una nuova ondata di bombardamenti e ha già promesso una rappresaglia ancora più pesante contro le infrastrutture energetiche ucraine.
In Ucraina, nel frattempo, continua anche il problema degli obiettivi militari collocati vicino alle zone residenziali.
Nel distretto di Bucha, un magazzino di munizioni colpito durante un raid russo era situato in un’area abitata e le esplosioni successive hanno provocato, secondo l’ultimo bilancio disponibile, 38 morti e numerosi feriti.
Un deposito militare non dovrebbe stare lì.
Ed è proprio per questo che il governo ucraino ha successivamente ordinato controlli sui siti di stoccaggio.
A tutto questo si aggiunge un rischio ancora più grave: la centrale nucleare di Zaporizhzhia.
L’impianto, il più grande d’Europa, è sotto controllo russo dal 2022 e continua a trovarsi in mezzo alle operazioni militari.
I bombardamenti intorno alla centrale proseguono e, come spesso accade, viene raccontato l’attacco senza che sia chiaro chi lo abbia effettuato.
La situazione energetica dell’impianto è diventata particolarmente delicata.
Secondo la IAEA, l’alimentazione elettrica esterna della centrale è interrotta dal 20 agosto.
Le funzioni essenziali dipendono quindi dai generatori di emergenza alimentati a gasolio.
E il carburante disponibile non è infinito.
La direzione dell’impianto avrebbe comunicato di disporre di riserve sufficienti per circa dieci giorni.
La IAEA sta cercando di ottenere una nuova zona di cessate il fuoco localizzata per consentire sia il ripristino della linea elettrica sia l’eventuale approvvigionamento di carburante.
Perché se continuano i bombardamenti, i tecnici non possono lavorare in sicurezza e i rifornimenti diventano difficili.
Che cosa potrebbe accadere se una centrale nucleare di quelle dimensioni rimanesse senza alimentazione elettrica sufficiente?
Non sono tecnicamente preparato per stabilirlo.
Ma nulla di buono, direi.
Nulla di buono.
Quindi mentre Axios ci racconta del possibile vertice Trump-Putin-Zelensky, sul terreno continuano bombardamenti, rappresaglie, attacchi alle infrastrutture energetiche e persino rischi intorno alla più grande centrale nucleare d’Europa.
L’Europa, quella che dovrebbe essere la prima interessata a fermare tutto questo, rimane fuori dalla stanza.
E forse la cosa più preoccupante non è nemmeno che gli altri non la invitino.
È che non sembra più avere né il peso politico né la credibilità diplomatica necessari per pretendere di esserci.
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