La Russia minaccia il Regno Unito per i droni su Mosca. E naturalmente è subito scandalo. Aggredito, aggressore, diritto di difendersi: il copione ormai lo conosciamo. Noi stiamo soltanto aiutando un Paese aggredito a difendersi. Anche quando “difendersi” significa mandare droni a quasi 2.000 chilometri di distanza e colpire il territorio russo. Però quella, evidentemente, continua a chiamarsi difesa.
Il punto interessante è che pochi giorni fa Zelensky aveva sostenuto che l’Iran potesse essere considerato un obiettivo legittimo perché aveva fornito droni alla Russia. Ed è un dettaglio che vale la pena ricordare, perché se iniziamo ad applicare davvero questo principio rischiamo di arrivare molto lontano.
Nel frattempo Mosca afferma di aver distrutto o neutralizzato 791 droni ucraini in una sola notte. Quasi 800. Non è ancora chiaro che cosa sia stato effettivamente colpito, quanti droni siano arrivati sugli obiettivi e soprattutto quale fosse il numero complessivo dei mezzi lanciati. Il Ministero della Difesa russo parla di 791 intercettazioni senza rivelare il totale delle minacce aeree rilevate, lasciando quindi intendere che i droni possano essere stati ancora di più.
D’altra parte, chi è senza peccato scagli la prima pietra, perché anche Kiev ha iniziato da tempo a essere molto più selettiva nel comunicare determinati dati. Visto che ormai fatica enormemente a intercettare i missili balistici russi, ha smesso di contarli nello stesso modo di prima. Non significa che non dica più che i russi lanciano missili balistici, ma semplicemente che evita di pubblicare numeri che poi costringerebbero a spiegare quanti ne sono stati intercettati, quanti hanno raggiunto l’obiettivo e, soprattutto, quali obiettivi hanno colpito.
Anche sul fronte russo, quindi, per ora sappiamo che c’è stata un’attività enorme, ma non è ancora chiaro quali siano stati i risultati. Magari verrà fuori qualche raffineria, qualche deposito, qualche struttura industriale. Wildberries ha dichiarato di aver subito un danno lieve, ma non sappiamo nemmeno se sia collegato direttamente a questi bombardamenti.
Quando invece a bombardare è la Russia, il racconto cambia completamente.
Der Spiegel, parlando degli attacchi avvenuti a Zaporižžja, riportava la morte di un uomo e di una donna in seguito a un attacco di droni contro un orto.
Un orto.
A quel punto viene quasi voglia di chiudere tutto e andare a prendere un gelato. Farsi una passeggiata sul lungomare, andare in montagna, prendere la bici, la moto, l’auto, fare una scampagnata con la famiglia oppure semplicemente andare al bar a prendere un caffè e parlare con qualcuno, perché diventa veramente difficile continuare a discutere seriamente di una guerra raccontata in questo modo.
La Russia lancia missili balistici e droni, l’Ucraina non ha più una copertura Patriot sufficiente e fatica a intercettare praticamente qualsiasi missile balistico, ma la notizia che arriva da noi è quella dell’orto. A Odessa, nello stesso contesto, sono stati segnalati almeno nove feriti negli attacchi russi. Mosca continua a colpire con missili e droni, Kiev intercetta pochissimo dei primi e sempre meno dei secondi, eppure la narrazione continua spesso a concentrarsi sugli episodi civili più facilmente spendibili.
Nel frattempo arrivano notizie ben più significative sul fronte. L’Ucraina ha ordinato l’evacuazione delle famiglie da 16 località della regione di Dnipropetrovsk, citando il deterioramento della situazione della sicurezza. Le famiglie con bambini hanno un mese di tempo per lasciare quelle zone.
E qui la domanda viene spontanea: ma non era proprio nel Dnipropetrovsk che Kiev stava ribaltando la situazione?
Avevamo persino sentito raccontare che i soldati russi stessero scappando a gambe levate a causa dei contrattacchi ucraini. Io all’epoca non avevo trovato conferme serie, ma evidentemente qualcuno lo aveva scritto da qualche parte, magari su Telegram, e come spesso succede la voce aveva iniziato a circolare come se fosse un fatto accertato.
Poi però arrivano le evacuazioni obbligatorie.
Queste, secondo voi, sono le azioni di un esercito che sta respingendo il nemico?
Quando ci spiegano che continuare a mandare armi, evitare ogni via diplomatica e proseguire la guerra starebbe avvantaggiando l’Ucraina, al punto che quest’anno l’iniziativa sarebbe addirittura passata nelle mani di Kiev, i risultati dovrebbero essere esattamente opposti. Dovrebbero essere i russi a evacuare le città che hanno occupato, non gli ucraini a ordinare alle famiglie di andarsene da sedici località del Dnipropetrovsk.
Altrimenti la faccenda non torna.
Il coinvolgimento britannico diventa sempre più difficile da nascondere
Ed eccoci al Regno Unito.
Il Sunday Times ha riportato che da circa sei mesi gli attacchi ucraini contro il territorio russo vengono effettuati anche con droni britannici. Non è chiaro quale sia la proporzione tra droni prodotti direttamente dagli ucraini e droni britannici, ma da inizio 2026 il volume degli attacchi giornalieri contro il territorio russo è aumentato in maniera costante.
E qui nasce un’altra domanda abbastanza semplice. Se nelle ultime settimane i russi riescono a colpire con relativa facilità fabbriche, depositi e logistica ucraina proprio perché la contraerea di Kiev è sempre più debole, da dove arrivano tutti questi droni?
Per mesi ci è stato spiegato che l’Ucraina li autoproduceva, all’interno del Paese, naturalmente anche grazie ai nostri soldi. Poi, incredibilmente, scopriamo che in mezzo ci sono anche droni britannici.
La Russia, guarda caso, non l’ha presa benissimo.
L’ambasciata russa a Londra ha dichiarato che il Regno Unito dovrà rispondere delle conseguenze della propria cooperazione militare con l’Ucraina, accusando Londra di essere diventata “complice e coautore” degli attacchi e di avere deliberatamente scelto un’escalation del conflitto.
E chiamarla escalation, francamente, mi sembra abbastanza appropriato. Se cominci a fornire un determinato tipo di arma, metti a disposizione intelligence e contemporaneamente aumentano in maniera significativa gli attacchi sul territorio del Paese avversario, è difficile sostenere che non ci sia un’escalation.
Possiamo anche continuare a raccontarci che tutte le ragioni siano esclusivamente dalla nostra parte, ma dall’altra parte pensano esattamente la stessa cosa.
Mosca ha aggiunto che più profondo sarà il coinvolgimento britannico nel conflitto e più alto sarà il prezzo da pagare. Londra ha risposto sostenendo di essere determinata a fornire all’Ucraina l’equipaggiamento necessario per difendersi dall’invasione russa e a continuare a opporsi all’aggressione di Mosca.
Ed eccoci di nuovo alla parola magica: difendersi.
Se vale per l’Iran, perché non dovrebbe valere per Londra?
Torniamo allora a Zelensky e all’Iran.
Pochi giorni fa il presidente ucraino aveva cercato di giustificare gli attacchi alle navi iraniane sostenendo che l’Iran fosse un obiettivo legittimo perché aveva fornito alla Russia i droni Shahed, successivamente modificati e sviluppati dai russi nella famiglia Geran.
Poi evidentemente qualcuno gli ha fatto capire che forse allargare ulteriormente il conflitto con l’Iran, mentre gli Stati Uniti erano già impegnati da quelle parti, non fosse una delle idee più brillanti della storia. La posizione è stata quindi ridimensionata attraverso dichiarazioni successive del ministro degli Esteri ucraino.
Ma il principio, intanto, era stato lanciato.
E allora applichiamolo.
Se il Regno Unito fornisce droni all’Ucraina e quei droni vengono utilizzati per colpire il territorio russo, le navi britanniche in giro per il mondo diventano automaticamente obiettivi legittimi per Mosca?
Come funziona?
Perché quando Zelensky sostiene che l’Iran è un obiettivo legittimo perché fornisce armi alla Russia, apparentemente la cosa passa senza grandi scandali. Quando invece Mosca risponde al coinvolgimento britannico, partono immediatamente le solite reazioni: minacce russe, aggressione verbale, attacchi ibridi, aggressore, aggredito.
Ma la logica è speculare.
Se Mosca non ha il diritto di applicarla, allora non lo aveva nemmeno Zelensky.
E non ricordo grandi levate di scudi quando Zelensky tirò in ballo l’Iran. Nessuno che gli dicesse: guarda che l’Iran collabora certamente con la Russia, ma non è formalmente in guerra con l’Ucraina.
Nulla.
Seguendo fino in fondo questa logica tutta zelenskiana, mi aspetto a questo punto sciami di droni ucraini anche sulla Corea del Nord. Pyongyang, secondo le accuse occidentali, fornisce missili e addirittura uomini alla Russia. Se l’Iran era un obiettivo legittimo, la Corea del Nord dovrebbe esserlo ancora di più.
Gli ucraini costruiscono ormai droni in grado di percorrere migliaia di chilometri. Perché non lanciarne qualcuno sulla Corea del Nord?
Chissà come mai non l’hanno fatto.
Sarà sicuramente una di quelle mosse molto intelligenti che si fanno quando una guerra, naturalmente, la stai vincendo.
I Patriot stanno finendo davvero
Nel frattempo c’è un problema molto più concreto per Kiev: i Patriot sono quasi finiti.
Zelensky lo ripete da settimane. Servono Patriot, servono Patriot, servono Patriot. Lo ha detto così tante volte che ormai sembrava la favola di “al lupo, al lupo”, tanto che a forza di sentirlo uno rischiava quasi di non crederci più.
Questa volta, però, il problema è reale.
I sistemi rimasti sembrano essere pochissimi e la percentuale dei missili balistici russi che riescono a raggiungere gli obiettivi è ormai altissima. Se un missile non viene deviato e non viene intercettato, colpisce ciò che i russi volevano colpire. E siccome gran parte degli obiettivi sono probabilmente militari, logistici, energetici o strategici, noi vediamo sempre meno immagini che possano essere facilmente utilizzate nella narrazione quotidiana.
Restano quindi gli episodi civili.
Il condominio. L’orto. Due persone uccise mentre lavoravano la terra.
E naturalmente nessuno vuole minimizzare la morte di due civili, ma raccontare una guerra quasi esclusivamente attraverso questi episodi significa offrire una rappresentazione completamente distorta di quello che sta succedendo.
Il Fatto, citando CNN, ha riportato che le munizioni per i Patriot in mano all’Ucraina sarebbero ormai quasi terminate, con il rischio che il Paese presto non possa più difendersi efficacemente dagli attacchi balistici russi. In realtà, per molti aspetti, è già così.
La logistica ucraina sta subendo danni enormi, il sistema energetico è sotto pressione e uno dei sistemi Patriot visitati risultava fermo con 16 tubi vuoti. Un ingegnere ucraino che si occupa del sistema ha spiegato che quel lanciatore non veniva utilizzato da settimane.
I motivi principali sono almeno tre. Il primo è abbastanza semplice: le capacità russe hanno costretto l’Ucraina a consumare un numero enorme di intercettori Patriot. Il secondo riguarda il cambiamento della politica statunitense. L’amministrazione Trump è molto meno disponibile rispetto a quella Biden a fornire gratuitamente armamenti all’Ucraina, e questo ha rallentato i flussi. Siamo passati dagli Stati Uniti che mandavano direttamente armi a Kiev agli Stati Uniti che vendono armi agli europei, che poi le trasferiscono all’Ucraina.
Ma c’è anche un terzo problema.
L’Iran.
Quasi mille intercettori in quattro giorni
La guerra contro l’Iran ha prosciugato ulteriormente le scorte statunitensi. Secondo i dati citati da Il Fatto, un istituto di ricerca avrebbe calcolato che nei primi quattro giorni di guerra siano stati utilizzati circa 225 intercettori Patriot al giorno.
Quasi mille missili in quattro giorni.
Nel 2025 Lockheed Martin, che produce questi intercettori, ne aveva realizzati complessivamente circa 620, una media di circa 1,7 al giorno. Questo significa che in quattro giorni gli Stati Uniti avrebbero consumato più intercettori di quanti l’industria riesca a produrne in un anno.
E non li hanno consumati per bellezza. Li hanno utilizzati perché l’Iran bombardava in risposta agli attacchi statunitensi.
Questo dà la misura del problema.
L’esercito più potente della Terra, almeno secondo la narrazione che ci viene continuamente raccontata, si trova praticamente con le pezze al culo sulle scorte di alcuni sistemi fondamentali. Adesso gli Stati Uniti stanno probabilmente cercando di guadagnare tempo, ricostituire gli arsenali e capire se tentare qualche altra azione contro l’Iran, perché uscire da quella guerra senza aver ottenuto risultati significativi sarebbe politicamente molto difficile da digerire.
Finora, però, non hanno tirato fuori un ragno dal buco.
Hanno ottenuto soprattutto la crisi nello Stretto di Hormuz e una nuova crisi energetica che colpisce pesantemente l’Europa e i Paesi orientali, ma che non rende certamente felici nemmeno gli americani. Il gradimento di Trump, secondo gli ultimi sondaggi citati, sarebbe sceso sotto il 30%.
Non male.
E mentre discutiamo di tutto questo, il fronte continua a muoversi
Sul terreno, oltre alle evacuazioni nel Dnipropetrovsk, Mosca sostiene di aver conquistato altre due località, una nella regione di Zaporižžja e una nel Donetsk.
Associated Press ha inoltre riportato che la Russia avrebbe attaccato gli impianti del gruppo energetico ucraino Naftogaz 13 volte nell’ultima settimana e quasi 300 volte dall’inizio dell’anno, secondo quanto dichiarato dalla stessa compagnia energetica ucraina.
Dall’inizio dell’invasione su vasta scala la Russia ha colpito ripetutamente la rete elettrica dell’Ucraina. L’obiettivo è evidente: mettere in difficoltà la popolazione civile e la capacità del Paese di sostenere la guerra, riducendo elettricità, riscaldamento, acqua e servizi, soprattutto in vista dell’inverno.
È una strategia brutale, ovviamente.
Ma a questo punto rimane una domanda che mi sembra inevitabile: non è esattamente quello che Kiev e Londra stanno cercando di fare alla Russia con i loro droni?
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