IRAN: A RISCHIO BASI USA IN EUROPA, SECONDO IL FINANCIAL TIMES


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Il Financial Times avverte che, nel caso di una nuova escalation tra Stati Uniti e Iran, le basi militari statunitensi in Europa, soprattutto quelle nel sud e nel sud-est del continente, potrebbero diventare obiettivi di una rappresaglia iraniana.

E il problema è che ormai siamo arrivati esattamente al punto che era abbastanza facile prevedere.

Sono finiti i 60 giorni nei quali avrebbero dovuto esserci colloqui, negoziati, accordi, memorandum, compromessi. Alla fine non c’è stato praticamente nulla, perché evidentemente non c’erano le condizioni per chiudere davvero la partita. Gli Stati Uniti non potevano accettare le richieste iraniane senza trasformare tutto in una sconfitta plateale, ma allo stesso tempo non erano nella condizione di imporre le proprie.

E quindi hanno fatto melina.

Hanno fatto scorrere il tempo, mantenendo uomini e mezzi nella regione, cercando nel frattempo di ricostituire le scorte e soprattutto facendo finta di essere ancora lì perché la guerra non sarebbe stata persa. Perché andarsene, dopo tutto quello che è successo, significherebbe in qualche modo ammetterlo.

Nel frattempo Trump continua con le sue uscite.

Ha pubblicato una cartina dello Stretto di Hormuz con la scritta “New U.S. Territory”, nuovo territorio statunitense.

Hormuz come la Groenlandia.

Siamo in uno di quei periodi della storia che, se le conseguenze non fossero drammatiche per milioni di persone, sarebbe materiale comico per i prossimi due o tre secoli. Magari tra diecimila anni qualcuno scaverà tra i reperti della nostra civiltà e penserà che questi personaggi fossero venerati per la loro capacità di far ridere.

Troveranno scritto che le armi servivano per portare la pace, che si bombardavano Paesi per esportare la democrazia, che si entrava in Venezuela per liberare i venezuelani e poi, guarda caso, si finiva a parlare di petrolio.

Penseranno che fosse satira.

Purtroppo non lo è.

La cartina pubblicata da Trump su Truth Social ha ovviamente una funzione politica molto semplice: parlare alla pancia del suo elettorato e trasmettere l’idea del presidente forte, quello che si è preso Hormuz, quello che ha messo l’Iran in ginocchio, quello che controlla la situazione.

Il problema è che poi arriva la realtà.

Trump continua a minacciare Teheran praticamente a giorni alterni. Nelle ore pari deve distruggere l’Iran, in quelle dispari l’Iran sarebbe già distrutto. Nel frattempo gli Stati Uniti sostengono di controllare lo Stretto di Hormuz, salvo poi scoprire che all’Iran basta attaccare o minacciare un paio di navi per fermare nuovamente il traffico commerciale.

E allora il controllo chi ce l’ha veramente?

Perché se Trump proclama Hormuz “nuovo territorio statunitense”, ma poi Teheran spara contro una nave e lo Stretto si blocca di nuovo, qualche dubbio viene.

Io ci rido, ma il problema è che intanto il Brent è arrivato sopra i 91 dollari al barile e gli effetti li paghiamo noi. Il costo dell’energia sale, i carburanti tornano a crescere e i piccoli interventi sulle accise finiscono divorati nel giro di pochissimo tempo.

Questa è la parte meno divertente della barzelletta.

L’Iran: “Correggeremo le illusioni di Trump”

La risposta iraniana alla provocazione di Trump è arrivata rapidamente. Il viceministro degli Esteri iraniano ha respinto come un’illusione la definizione dello Stretto di Hormuz come nuovo territorio statunitense, sostenendo in sostanza che questa illusione verrà presto corretta.

Nel frattempo Hormuz resta quasi completamente bloccato.

I transiti navali sono crollati. Nell’arco degli ultimi giorni il traffico si è ridotto a numeri bassissimi e, nelle ore successive agli ultimi attacchi, alcune rotte sono state nuovamente interrotte.

Reuters ricorda che prima dell’inizio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, lo Stretto di Hormuz garantiva il passaggio di circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. La sua interruzione rimane quindi uno dei problemi più gravi per i mercati energetici mondiali.

E infatti il Brent continua a salire.

Il traffico commerciale attraverso Hormuz, secondo Reuters, continua a subire interruzioni quasi totali a causa dei disaccordi sulle condizioni che dovrebbero regolare la navigazione.

Trump aveva persino intimato all’Oman di non accordarsi direttamente con l’Iran per garantire il passaggio delle navi.

Solo che l’Oman, molto banalmente, guarda una cartina.

È lì.

Ha l’Iran davanti.

Lo Stretto è lì.

Con chi dovrebbe accordarsi? Con Washington dall’altra parte del mondo oppure con il Paese che fisicamente controlla una parte fondamentale del passaggio?

A un certo punto anche gli alleati iniziano a capire che fare sempre gli interessi degli Stati Uniti può diventare piuttosto costoso.

Washington tende a infilarsi in ogni crisi, crea o alimenta tensioni, trascina dentro gli alleati, poi quando la situazione diventa ingestibile spesso lascia a loro il conto. È successo in Ucraina e il rischio è di vedere qualcosa di molto simile anche qui.

Gli europei finiscono per combattere guerre che non sono nate per difendere interessi europei, contro nemici che diventano nostri semplicemente perché sono nemici degli Stati Uniti.

Poi Washington cambia priorità, cambia amministrazione, riduce il proprio coinvolgimento e noi restiamo con le spese, i debiti, il riarmo e le conseguenze economiche.

Non è un concetto particolarmente complicato.

Hormuz chiuso finché Washington non rispetterà gli accordi

La posizione iraniana, almeno ufficialmente, rimane abbastanza chiara: lo Stretto di Hormuz resterà chiuso o fortemente limitato fino a quando gli Stati Uniti non rispetteranno gli accordi raggiunti in precedenza.

Teheran chiede, tra le altre cose, la fine del blocco marittimo, la rimozione delle sanzioni e il rispetto degli impegni contenuti nel memorandum preliminare sottoscritto con Washington.

Accordi che, secondo l’Iran, gli Stati Uniti non avrebbero rispettato.

E nel frattempo cominciano anche a emergere i primi problemi ambientali.

Gli attacchi alle petroliere nello Stretto hanno fatto crescere la preoccupazione per possibili fuoriuscite di petrolio. Sono circolate immagini di macchie attorno ad alcune navi colpite e il rischio di sversamenti è evidente.

È esattamente il problema che veniva quasi ignorato quando si parlava degli attacchi ucraini contro le petroliere nel Mar Nero e nel Mar d’Azov.

Quando venivano rivendicati decine e decine di attacchi contro navi russe o considerate parte della cosiddetta flotta ombra, sembrava che il rischio ambientale non esistesse. Qualche immagine satellitare di grandi macchie di petrolio era anche comparsa, poi però la questione era sparita rapidamente.

Ma una petroliera, se la colpisci, può perdere petrolio.

Non è una scoperta rivoluzionaria.

A meno che qualcuno voglia convincerci che i droni riescano sempre a colpire chirurgicamente la cabina di comando, evitando miracolosamente i serbatoi.

Considerando che ogni tanto gli stessi droni finiscono per errore dall’altra parte del Mar Nero, magari qualche dubbio sulla precisione chirurgica possiamo anche permettercelo.

E ora il rischio arriva in Europa

Ed eccoci alla parte più seria.

Secondo il Financial Times, Teheran starebbe valutando le possibili opzioni nel caso in cui Trump decidesse di intensificare nuovamente la guerra.

Tra queste ci sarebbe anche l’ipotesi di colpire installazioni militari statunitensi nel sud e nel sud-est dell’Europa, replicando in qualche modo quanto già accaduto contro le basi americane nei Paesi del Golfo.

Il modo in cui viene raccontata questa possibilità è già interessante.

Si dice che l’Iran starebbe pensando di “allargare il conflitto”.

Ma se Trump decide di intensificare nuovamente gli attacchi contro l’Iran e Teheran risponde colpendo basi americane utilizzate per quelle operazioni, chi è esattamente che ha allargato il conflitto?

Questa tecnica comunicativa è abbastanza collaudata: attacchi, l’altro risponde e poi dici che è stato lui a provocare l’escalation.

Secondo il Financial Times, tra i possibili obiettivi iraniani ci sarebbero basi statunitensi in Bulgaria e a Cipro. L’Italia non viene indicata direttamente, ma basta guardare una cartina per capire che sarebbe immediatamente dietro, soprattutto considerando installazioni come Sigonella.

Ed è qui che torna un concetto che ripeto da tempo: una base militare statunitense sul tuo territorio può anche diventare ciò che ti espone a un attacco.

Non necessariamente ciò che ti protegge.

Se da quella base partono rifornimenti, logistica, intelligence oppure operazioni collegate a una guerra contro un altro Paese, quel Paese può considerarla parte dell’apparato militare che lo sta attaccando.

Non serve essere d’accordo con l’Iran per capire il ragionamento.

È esattamente quello che è già successo nei Paesi del Golfo.

L’Italia, poi, non si trova certo completamente fuori da questa storia. Abbiamo concesso l’utilizzo di basi, abbiamo partecipato alle operazioni logistiche e sappiamo quanto sia stretto il rapporto con gli Stati Uniti e con Israele.

E Teheran queste cose le guarda.

Quando l’Iran pubblica immagini provocatorie dei leader occidentali considerati corresponsabili della guerra, dentro ci finisce anche la leadership italiana.

Non è folklore.

È un segnale politico.

Basta un errore per entrare davvero in guerra

Il rischio più grave non è neppure necessariamente l’attacco diretto a una base americana.

Mettiamo che l’Iran colpisca esclusivamente una struttura militare statunitense in Europa. Il governo del Paese coinvolto potrebbe inizialmente sostenere che l’obiettivo era americano e che quindi non esiste un ingresso diretto nella guerra.

Ma poi basta un errore.

Un missile che cade fuori dalla base.

Un’esplosione che coinvolge civili.

Una struttura nazionale colpita accidentalmente.

A quel punto partirebbe immediatamente la richiesta di risposta.

Bisogna reagire.

Siamo stati attaccati.

Dobbiamo difenderci.

E in pochi passaggi ti ritrovi dentro una guerra che fino al giorno prima sostenevi di non voler combattere.

È esattamente il meccanismo che ha trascinato progressivamente dentro il conflitto diversi Paesi del Golfo, ognuno dei quali ospitava strutture statunitensi e si è trovato improvvisamente esposto alle conseguenze delle decisioni prese a Washington.

Ci sono poi altre ipotesi allo studio, comprese operazioni contro infrastrutture sottomarine nello Stretto di Hormuz, come cavi e collegamenti strategici. Curiosamente è lo stesso tipo di scenario che per anni ci è stato raccontato nel Baltico, dove ogni volta che succedeva qualcosa a un cavo si tirava fuori immediatamente la Russia, salvo poi avere enormi difficoltà a dimostrare che dietro ci fossero effettivamente navi russe impegnate a sabotarlo.

Ma qui la questione fondamentale rimane un’altra.

Le basi statunitensi in Europa possono essere considerate obiettivi legittimi da Teheran se vengono utilizzate per sostenere una guerra contro l’Iran?

Dal punto di vista iraniano, evidentemente sì.

E questo significa che il rischio per l’Europa, e potenzialmente anche per l’Italia, è tutt’altro che teorico.

Per anni ci siamo raccontati che ospitare queste installazioni aumentasse automaticamente la nostra sicurezza.

Il problema è che quando gli Stati Uniti entrano in guerra con qualcuno, quelle stesse basi diventano parte della loro macchina militare.

E improvvisamente scopri che ciò che avrebbe dovuto proteggerti può trasformarsi nel motivo per cui qualcuno decide di colpirti.

È questo il vero rischio.

Non tanto le sparate di Trump sul “nuovo territorio statunitense”, che possono anche far ridere.

Il problema è quello che può succedere dopo.

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Danilo Torresi