FEDOROV VA NEGLI USA | IL PIANO PER SOSTITUIRE ZELENSKY?


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Non è che, niente niente, dietro c’è un piano nemmeno troppo segreto per sostituire Zelensky?

La domanda viene spontanea dopo le ultime notizie su Mykhailo Fedorov, l’ex ministro della Difesa ucraino allontanato da Zelensky e diventato improvvisamente uno dei personaggi politici più osservati del momento. Le Monde riferisce che starebbe valutando un viaggio negli Stati Uniti, proprio dopo il suo intervento pubblico sulle elezioni in Ucraina, tema che fino a ieri sembrava praticamente proibito anche solo nominare.

Per anni ci hanno spiegato che durante la guerra non si poteva votare. Non si può per la legge marziale, non si può per ragioni di sicurezza, non si può perché milioni di ucraini sono all’estero, non si può perché ci sono i soldati al fronte. Non si può, non si può, non si può.

Poi arriva Fedorov e dice, in sostanza, che un modo bisogna trovarlo.

E improvvisamente il problema non è più soltanto tecnico o giuridico. Diventa politico.

Le reazioni sono state immediate. Da più parti è stato ribadito che le elezioni sarebbero vietate dalla legge marziale, difficilissime da organizzare in tempo di guerra e soprattutto rischierebbero di “fare il gioco della Russia” e di creare divisioni in un momento nel quale l’unità nazionale sarebbe vitale.

Ma qui qualcosa non torna.

Perché quando qualcuno propone un negoziato o anche soltanto un compromesso, ci viene detto continuamente che il popolo ucraino è compatto intorno al proprio governo, che vuole proseguire la guerra, che non vuole concedere nulla alla Russia e che sostiene la linea di Zelensky.

Benissimo.

Allora un’elezione dovrebbe semplicemente confermare questa compattezza. Dovrebbe vincere Zelensky oppure qualcuno ancora più oltranzista di lui.

Fedorov, tra l’altro, nel suo intervento non ha parlato di pace, non ha parlato di negoziati, non ha parlato di compromessi con Mosca. Quindi, se davvero il consenso popolare è così granitico, che problema ci sarebbe?

Perché il voto dovrebbe “seminare divisioni” se sono tutti d’accordo?

Oppure il problema è proprio che forse non sono tutti d’accordo come ci raccontano.

Un funzionario citato da Politico, rimasto anonimo, ha liquidato con sarcasmo l’idea delle elezioni dicendo in sostanza: aspettiamo il prossimo grande attacco missilistico russo e poi andiamo a votare.

La battuta serve a chiudere il discorso.

Il problema è che, se si vuole davvero trovare un modo, un modo si cerca.

Nel 2026 esistono strumenti per permettere il voto all’estero. Esistono sistemi per organizzare consultazioni in condizioni difficili. Si potrebbe persino studiare un meccanismo specifico per chi è al fronte.

Certo, sarebbe complicato.

Ma complicato non significa impossibile.

E soprattutto è curioso vedere come, quando una legge fa comodo, diventi improvvisamente sacra e intoccabile, mentre in altri casi le leggi si cambiano nel giro di poche ore.

Il punto vero è il potere

La sensazione è che il problema delle elezioni sia molto meno tecnico di quanto venga raccontato.

Il problema vero è il potere.

Se Zelensky e chi gli sta intorno fossero davvero sicuri del consenso che dicono di avere, avrebbero molto meno da temere da un voto.

Invece la reazione è quasi di panico.

E il sospetto è abbastanza semplice: c’è chi teme di perdere privilegi, posizioni, accesso alle enormi quantità di denaro che continuano ad arrivare dall’Occidente e, soprattutto, il controllo di un sistema che negli ultimi anni è stato travolto da scandali continui sulla corruzione.

Questa è una questione che riguarda direttamente anche noi.

Quando qualcuno risponde che “la corruzione esiste anche in Russia”, la domanda è molto semplice: i nostri soldi dove vengono mandati?

Non in Russia.

Li mandiamo a Kiev.

Quindi il problema di come vengono utilizzati riguarda anche noi.

E mentre il governo ucraino viene nuovamente travolto da indagini, dimissioni e accuse, arriva questa figura nuova, giovane, popolare, con una reputazione costruita sulla tecnologia, sui droni, sulla modernizzazione delle forze armate e sulla lotta agli sprechi.

Fedorov.

Ed ecco che compare la notizia del possibile viaggio negli Stati Uniti.

Un viaggio negli USA che sembra quasi un’investitura

Secondo fonti citate dal Kyiv Independent, Fedorov starebbe pianificando un viaggio negli Stati Uniti. Il programma dei suoi incontri non sarebbe ancora chiaro, ma il semplice fatto che questa visita arrivi proprio adesso rende tutto molto interessante.

Fedorov ha rapporti stretti con l’ambiente tecnologico americano ed è stato associato per anni al rapporto con Elon Musk e Starlink. È uno dei volti della trasformazione tecnologica dell’esercito ucraino, soprattutto per quanto riguarda l’impiego dei droni e l’innovazione militare.

In pratica è giovane, è popolare, è presentabile, parla di lotta alla corruzione, parla di democrazia, parla di elezioni e adesso va negli Stati Uniti.

Manca soltanto qualcuno che gli metta una mano sulla spalla davanti alle telecamere.

A quel punto l’immagine sarebbe completa.

Sembra quasi il viaggio per ricevere l’investitura ufficiale del nuovo favorito americano.

Il nuovo protetto.

Il nuovo papabile.

Naturalmente è una mia interpretazione, ma la sensazione che ci sia un progetto per preparare il dopo Zelensky sta diventando sempre più forte.

Zelensky ha perso moltissima popolarità e il rapporto con l’amministrazione Trump è stato tutt’altro che semplice. La prima volta che si sono incontrati pubblicamente, Trump lo ha praticamente umiliato davanti a tutto il mondo. Negli incontri successivi i toni sono diventati più morbidi, ma la sostanza non è cambiata molto.

Trump può anche sorridergli, promettergli qualcosa e poi, una volta uscito dalla stanza, cambiare completamente tono.

Tanto le armi americane ormai le paghiamo noi europei.

Per Washington va benissimo così.

Gli Stati Uniti vendono, l’Europa paga e Kiev riceve.

Che sia Zelensky o qualcun altro, a quel punto diventa quasi secondario.

E allora perché non sostituire un personaggio ormai logorato con uno nuovo, più fresco, più vendibile e magari più facile da presentare come simbolo di una nuova Ucraina?

Cambiare tutto per non cambiare nulla.

Il nuovo volto che risolverà tutti i problemi

Il rischio è esattamente questo.

Fedorov viene presentato sempre più come la ventata d’aria fresca che dovrebbe risolvere tutto ciò che fino a ieri veniva minimizzato o negato: corruzione, crisi democratica, sfiducia nelle istituzioni, malcontento interno.

Il problema è che cambiare una faccia non significa necessariamente cambiare il sistema.

Puoi mescolare una pietanza quanto vuoi, ma se gli ingredienti sono gli stessi il risultato difficilmente cambia.

Io non ho particolare entusiasmo né per Fedorov né per Zelensky. Non è questo il punto.

La guerra è il risultato di responsabilità distribuite tra molti attori: Ucraina, Russia, Stati Uniti, Regno Unito e, in misura diversa, anche l’Europa. Pensare che il sistema possa essere risolto semplicemente sostituendo uno dei personaggi che ne fa parte mi sembra quantomeno ottimistico.

Se il cambiamento esiste davvero, dovrebbe arrivare dal basso, dalla società, dai cittadini.

Altrimenti rischiamo soltanto di assistere all’ennesima operazione di maquillage politico.

Il nuovo volto.

La nuova speranza.

Il nuovo leader che promette di cambiare tutto.

Poi il giorno dopo si ricomincia esattamente da dove si era rimasti.

E soprattutto Fedorov non parla di pace

C’è poi un dettaglio che secondo me dice molto.

Fedorov parla di elezioni.

Parla di democrazia.

Parla di corruzione.

Parla di fiducia nelle istituzioni.

Ma non parla di pace.

Non parla di negoziati.

Non parla di compromessi.

Non parla di come mettere fine alla guerra.

E i discorsi politici non vengono costruiti per caso.

Se il suo obiettivo fosse rappresentare una vera alternativa strategica a Zelensky, mi aspetterei almeno una posizione su questo punto.

Invece niente.

E questo rafforza il sospetto che il progetto possa essere molto meno rivoluzionario di quanto sembri.

Cambiare la faccia, mantenere la stessa linea.

Intanto lo scandalo corruzione continua

Zelensky, nel frattempo, ha anche altri problemi.

Iryna Mudra, vicecapo del suo ufficio, si è dimessa dopo essere stata coinvolta in un’indagine anticorruzione.

Le agenzie ucraine avevano annunciato di aver scoperto una rete di riciclaggio di denaro che coinvolgerebbe ex parlamentari, funzionari e persone molto vicine all’amministrazione presidenziale.

Secondo quanto emerso, circa 2,9 milioni di euro sarebbero stati ripuliti attraverso una banca e utilizzati anche per pagare la cauzione di Halushchenko, già coinvolto nel caso Midas e negli scandali legati alla corruzione nel settore energetico.

Quindi abbiamo gente accusata di essersi presa i soldi, di averli riciclati e poi di averne utilizzato una parte per pagare le cauzioni di altri soggetti coinvolti nello stesso sistema.

Una roba talmente assurda che sembra scritta male.

Mudra sostiene di non essere stata arrestata, di aver collaborato con gli investigatori e di non contestare il diritto delle autorità a indagare.

Bene.

Però intanto si è dimessa.

E gran parte della sua difesa pubblica è stata dedicata a ricordare il lavoro svolto contro la Russia, dalla creazione del tribunale speciale per il crimine di aggressione agli sforzi per utilizzare i circa 300 miliardi di dollari di beni russi congelati nel mondo.

Come se il fatto di aver fatto qualcosa contro Mosca potesse automaticamente rendere meno importante tutto il resto.

La corruzione c’è, però almeno ha combattuto la Russia.

Siamo sempre lì.

Zelensky cambia ancora ministro della Difesa

Come se non bastasse, Zelensky ha appena nominato un nuovo ministro della Difesa, Khmara, dopo l’allontanamento di Fedorov e un periodo con una gestione ad interim.

Le proteste che chiedevano il ritorno di Fedorov non sono servite.

Al suo posto è arrivato un altro uomo.

E Zelensky gli ha già indicato pubblicamente quello che si aspetta: più capacità di attacco a lungo raggio, maggiore collaborazione con i produttori di armi ucraini, rafforzamento della difesa aerea e più capacità sia offensive sia difensive insieme ai partner occidentali.

Parole che, francamente, non sembrano esattamente quelle di qualcuno concentrato sulla pace.

Il nuovo ministro ha capito subito l’aria che tira e ha promesso di intensificare gli attacchi in profondità contro le capacità militari ed economiche della Russia.

Quindi il messaggio è piuttosto chiaro.

Cambiano gli uomini, ma la linea rimane.

E forse è proprio questo il punto.

Fedorov può anche diventare il nuovo volto, il nuovo favorito, quello giovane, tecnologico, anticorruzione, presentabile agli Stati Uniti e facilmente vendibile all’opinione pubblica.

Ma la vera domanda non è chi sostituirà Zelensky.

La vera domanda è se cambierà qualcosa.

Perché, da quello che si vede finora, il rischio è che cambino soltanto il nome e la fotografia.

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Danilo Torresi