Il debito pubblico degli Stati Uniti ha superato i 40 trilioni di dollari, cioè 40.000 miliardi, e continua a crescere senza dare alcun segnale di rallentamento. Anzi, proprio l’accelerazione registrata negli ultimi anni è ciò che oggi preoccupa maggiormente economisti e analisti, perché molti di loro non discutono più se il sistema potrà reggere all’infinito, ma si chiedono semplicemente quando arriverà il momento in cui qualcosa si romperà.
Potrebbe accadere tra un anno, tra dieci o magari tra venti. Nessuno è in grado di prevederlo con precisione. Ciò che emerge dalle analisi è però un altro concetto: se questa traiettoria dovesse proseguire senza cambiamenti significativi, la principale economia mondiale rischierebbe di trascinare con sé gran parte del sistema finanziario internazionale. E tra le aree più esposte c’è proprio l’Europa.
Nel frattempo Donald Trump continua a muoversi sul piano internazionale con toni sempre più aggressivi. Mentre registravo queste riflessioni annunciava una nuova fase di “guerra economica” contro l’Iran, parlando di un isolamento senza precedenti e sostenendo che nessuno avrebbe offerto a Teheran condizioni migliori delle sue per raggiungere un accordo. È una narrazione che arriva dopo un conflitto che, dal mio punto di vista, gli Stati Uniti non sono riusciti a trasformare nella vittoria che avevano promesso e che oggi cercano di rileggere attraverso una comunicazione completamente diversa.
La coincidenza, però, colpisce. Proprio mentre si certifica un debito pubblico americano senza precedenti, Washington rilancia lo scontro economico con un altro Paese, mentre noi europei continuiamo a finanziare, direttamente o indirettamente, buona parte del sistema economico statunitense attraverso gli acquisti di gas, di armamenti e attraverso i nostri investimenti.
Perché il debito americano non è soltanto un problema degli americani
Molti pensano che il debito degli Stati Uniti riguardi soltanto gli Stati Uniti e che, in fondo, un loro eventuale tracollo sarebbe un problema esclusivamente americano. In realtà è esattamente il contrario, perché l’economia mondiale è costruita da decenni attorno al dollaro e ai mercati finanziari statunitensi.
Il dollaro continua a rappresentare la principale valuta utilizzata negli scambi internazionali, nelle riserve delle banche centrali e nel commercio di gran parte delle materie prime. Per decenni governi, banche, fondi pensione e investitori di tutto il mondo hanno acquistato titoli del Tesoro americano, prestando denaro a Washington nella convinzione che fosse il debitore più affidabile del pianeta.
Anche l’Europa ha fatto la stessa cosa.
Questo significa che se un giorno dovesse incrinarsi seriamente la fiducia nei confronti del sistema finanziario americano, le conseguenze non rimarrebbero confinate oltre l’Atlantico, ma investirebbero immediatamente i mercati europei, le banche, i fondi di investimento e, indirettamente, anche cittadini e imprese.
Come nasce un debito pubblico
Per capire il problema può essere utile immaginare una famiglia. Due persone lavorano e portano a casa complessivamente 4.000 euro al mese, ma ogni mese ne spendono 4.500. Per coprire quei 500 euro mancanti chiedono un prestito. Il mese successivo, oltre alle normali spese, devono pagare anche gli interessi di quel prestito; siccome continuano comunque a spendere più di quanto incassano, sono costretti a chiedere un nuovo finanziamento, che servirà in parte a coprire il deficit e in parte a pagare gli interessi del debito precedente. Se questo meccanismo continua per anni, il risultato è una montagna di debiti che cresce sempre più rapidamente.
Per uno Stato il principio è molto simile. Le entrate arrivano attraverso imposte, IVA, contributi e tasse, mentre le uscite comprendono sanità, pensioni, scuola, stipendi pubblici, difesa, infrastrutture e naturalmente gli interessi sul debito già accumulato. Se ogni anno le spese superano le entrate, il governo emette nuovi titoli di Stato che vengono acquistati dagli investitori. In pratica chiede nuovi prestiti per finanziare la spesa corrente.
Il problema nasce quando una parte crescente dei nuovi prestiti serve semplicemente a pagare gli interessi dei prestiti precedenti.
Come gli Stati Uniti sono arrivati a 40 trilioni
Nel 1986 il debito pubblico americano era di circa 5 trilioni di dollari. Oggi ha superato quota 40 trilioni e, soltanto dal 2017, è più che raddoppiato. Ciò che inquieta gli analisti non è soltanto il valore assoluto, ma la rapidità con cui continua ad aumentare.
Perché gli Stati Uniti hanno potuto permetterselo?
Perché emettono la valuta di riferimento mondiale. Il commercio internazionale, il petrolio, una parte enorme della finanza globale e delle riserve monetarie ruotano ancora attorno al dollaro, e questo permette a Washington di continuare a finanziarsi molto più facilmente rispetto a qualunque altro Paese.
Tuttavia qualcosa sta cambiando. Secondo i dati delle banche centrali, nel 2001 circa il 72% delle riserve valutarie mondiali era detenuto in dollari, mentre oggi quella quota è scesa intorno al 57%. Il dollaro resta la valuta dominante, ma la sua centralità si sta lentamente riducendo. Paesi come Russia, Cina, India, Brasile, Iran e Arabia Saudita stanno cercando di utilizzare sistemi di pagamento alternativi e, attraverso i BRICS, lavorano da tempo per ridurre la dipendenza dalla moneta americana.
Il vero problema sono gli interessi
Un altro elemento che emerge sempre più spesso nelle analisi economiche riguarda il peso degli interessi sul debito. Reuters sottolinea come gli interessi siano ormai diventati una delle principali voci di spesa del bilancio federale americano.
Questo significa che una parte enorme delle risorse pubbliche non viene utilizzata per costruire infrastrutture, finanziare la ricerca o migliorare i servizi, ma semplicemente per pagare il costo dei debiti già accumulati.
È come se una famiglia arrivasse al punto in cui la voce di spesa più pesante non fosse più il mutuo o l’affitto, ma gli interessi di tutti i prestiti contratti negli anni. A quel punto il margine di manovra si restringe sempre di più e ogni nuovo debito rende ancora più difficile uscire dalla spirale.
Maya MacGuineas, presidente del Committee for a Responsible Federal Budget, ha riassunto il problema con parole molto semplici: più aumenta il debito, più cresce il rischio di inflazione, vengono sacrificate altre priorità di bilancio e il Paese diventa più vulnerabile sia alle crisi interne sia a quelle internazionali.
Se crollano loro, rischiamo anche noi
Pensare che un’eventuale crisi americana possa lasciare indenne l’Europa significa sottovalutare quanto siano intrecciati i mercati finanziari. Se gli Stati Uniti dovessero affrontare una crisi del debito, gli effetti arriverebbero rapidamente anche da questa parte dell’Atlantico sotto forma di tassi di interesse più elevati, mutui più costosi, credito più caro per le imprese, maggiore instabilità dei mercati finanziari e rallentamento della crescita economica.
Anche l’Italia è esposta. Oltre a detenere direttamente decine di miliardi di dollari in titoli del Tesoro americano, le nostre banche investono in fondi internazionali, obbligazioni, ETF, derivati e strumenti finanziari che dipendono in larga misura dall’andamento dell’economia statunitense. Per questo motivo, anche se Roma non detenesse neppure un Treasury, sarebbe comunque coinvolta in un eventuale shock finanziario proveniente dagli Stati Uniti.
Le soluzioni esistono, ma sono tutte impopolari
In teoria le strade possibili sono poche. Uno Stato può cercare di aumentare le proprie entrate facendo crescere l’economia, può ridurre la spesa pubblica oppure aumentare la pressione fiscale. Nella pratica, però, ciascuna di queste soluzioni presenta costi politici enormi.
Far crescere l’economia richiede investimenti di lungo periodo, riforme e risultati che spesso arrivano quando il governo che li ha avviati non è più in carica. Ridurre la spesa significa tagliare pensioni, welfare, sanità, bonus o altri capitoli che inevitabilmente scontentano qualcuno. Aumentare le tasse è probabilmente la scelta meno popolare di tutte.
Ed è qui che entra in gioco il comportamento della politica moderna, che tende sempre più a ragionare nell’orizzonte della prossima tornata elettorale invece che nei prossimi vent’anni. Se una misura è necessaria ma rischia di far perdere consenso nell’immediato, molto spesso viene semplicemente rinviata.
Perché gli Stati Uniti chiedono sempre di più all’Europa
Guardando quello che sta accadendo negli ultimi mesi, viene spontaneo notare come Washington continui a chiedere agli alleati europei di aumentare gli investimenti nella difesa, di acquistare armamenti americani, di comprare gas naturale liquefatto statunitense e di spostare sempre più risorse verso l’economia americana.
Dal loro punto di vista la logica è evidente: se hai bisogno di aumentare le entrate, ogni nuovo contratto firmato dagli alleati rappresenta denaro che entra nell’economia degli Stati Uniti.
Dal nostro punto di vista, invece, quei miliardi sono risorse che escono dall’Europa.
Ed è difficile non vedere un collegamento tra queste dinamiche e la necessità americana di continuare ad alimentare la propria crescita economica mentre il debito continua ad aumentare a ritmi sempre più sostenuti.
Il problema è il tempo
Alla fine tutto si riduce a una questione molto semplice. Un’economia può sostenere anche un debito elevato, purché riesca a crescere abbastanza velocemente da renderlo progressivamente meno pesante. Se invece il debito aumenta più rapidamente dell’economia, prima o poi il sistema entra inevitabilmente in difficoltà.
Oggi gli analisti non sembrano più chiedersi se il problema arriverà, ma quando. Gli Stati Uniti dispongono ancora di vantaggi enormi: il dollaro resta la valuta di riferimento mondiale, l’economia americana continua a essere una delle più importanti del pianeta e le sue grandi aziende tecnologiche mantengono una posizione dominante. Tuttavia nessuno di questi elementi può garantire all’infinito che il debito continui a crescere senza conseguenze.
Ed è proprio questo il motivo per cui liquidare la questione dicendo “sono problemi degli americani” significa non aver capito quanto siamo ormai interconnessi. Se il sistema americano dovesse davvero entrare in crisi, il conto arriverebbe anche in Europa. E, come spesso accade, rischieremmo di pagarlo senza essere stati noi a decidere come si è arrivati fino a questo punto.
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