Per l’ennesima volta Kiev ha passato la notte sotto una pioggia di fuoco. Missili balistici, missili da crociera e centinaia di droni hanno colpito la capitale e altre aree dell’Ucraina. Senza una difesa aerea sufficiente, molti attacchi sono andati a segno e il bilancio, ancora una volta, è stato pesante.
Come sempre i nostri media si concentrano sulle vittime civili, sui palazzi distrutti e sulle immagini più drammatiche. Ed è giusto raccontarle, perché ogni morto civile è uno di troppo e ogni vittima va condannata.
Quello che però continua a mancare è il quadro completo.
Dall’altra parte del confine gli attacchi ucraini contro il territorio russo proseguono con la stessa continuità. Cambiano i giorni, cambiano i numeri, ma il principio resta identico: anche lì ci sono bombardamenti, danni e vittime. Eppure queste notizie finiscono quasi sempre in secondo piano, quando non vengono completamente ignorate.
L’Ucraina paga un prezzo molto più alto
Le Monde parla di un massiccio attacco contro la regione di Kiev, con missili balistici, missili da crociera e droni che hanno colpito diversi obiettivi.
Da settimane, però, emerge un altro aspetto di cui si parla molto meno.
Quando ci raccontano che gli attacchi ucraini alle raffinerie russe starebbero mettendo Mosca in ginocchio, che la Russia avrebbe problemi con il carburante e che la sua economia sarebbe ormai al collasso, raramente aggiungono che la situazione ucraina è infinitamente più difficile.
I pochi porti rimasti sul Mar Nero lavorano con enormi limitazioni. Le ferrovie vengono colpite continuamente per interrompere la logistica e i rifornimenti destinati al fronte. Le infrastrutture energetiche subiscono danni continui.
La guerra sta consumando il Paese.
E sul fronte, nel frattempo, la situazione continua a peggiorare.
La Russia è ormai arrivata a ridosso delle principali città fortificate del Donbass. Kostiantynivka viene ormai indicata come conquistata da numerose fonti russe, mentre nelle altre aree i combattimenti sono sempre più vicini ai centri urbani.
Solo un anno fa molti analisti assicuravano che Mosca non sarebbe mai arrivata fin lì o che avrebbe impiegato molti anni.
Invece è avanzata lentamente, pagando un prezzo altissimo in termini di perdite, ma avanzando comunque.
E pensare che proprio un anno fa era stata proposta la cessione di parte di quei territori come base per un cessate il fuoco.
La risposta di Kiev e degli alleati europei fu un rifiuto netto.
Oggi quei territori vengono conquistati sul campo.
Senza difesa aerea ogni attacco pesa di più
Secondo i dati riportati da Le Monde, durante la notte sarebbero stati lanciati decine di missili da crociera e centinaia di droni contro l’Ucraina, con Kiev come obiettivo principale.
Zelensky sostiene che Mosca abbia preparato a lungo questa offensiva, combinando diversi tipi di armamenti per infliggere il massimo danno possibile e ribadisce ancora una volta che senza sistemi Patriot e difese antimissile sufficienti la Russia non prenderà mai sul serio un negoziato.
È una tesi che viene ripetuta da tempo.
Prima si diceva che serviva aumentare la pressione militare sulla Russia.
Poi che servivano i carri armati.
Poi gli F-16.
Ora i Patriot.
La sensazione è che ogni volta emerga una nuova condizione ritenuta indispensabile per arrivare alla pace.
Il problema, però, è che gli Stati Uniti quei sistemi ormai li hanno in quantità limitata.
Ne hanno consumati enormi quantitativi durante il confronto con l’Iran e la produzione non riesce a tenere il passo con il ritmo con cui vengono utilizzati.
Non è tanto una questione di volontà politica.
Semplicemente, in molti casi, non ci sono più.
Anche la Russia continua a subire attacchi
Mentre Kiev denuncia i bombardamenti russi, Mosca riferisce di aver intercettato centinaia di droni lanciati dall’Ucraina.
Le Monde osserva che il Ministero della Difesa russo comunica soltanto il numero dei droni intercettati senza specificare quanti siano stati effettivamente lanciati.
Ed è vero.
Ma questo vale anche al contrario: in guerra ogni parte racconta i numeri che ritiene più utili alla propria narrazione.
Per questo è sempre più difficile avere un quadro realmente completo di ciò che accade.
La centrale di Zaporizhzhia torna a preoccupare
Una delle notizie più inquietanti riguarda la centrale nucleare di Zaporizhzhia.
Secondo quanto riportato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, l’impianto è rimasto isolato dall’ultima linea elettrica esterna ancora funzionante e oggi viene alimentato soltanto dai generatori diesel di emergenza.
È una situazione che dovrebbe preoccupare chiunque.
Parliamo della più grande centrale nucleare d’Europa.
In questo momento è sotto controllo russo, ma continua a trovarsi in una zona di guerra.
Le cause precise dell’interruzione non sono ancora chiare perché, proprio a causa dei combattimenti, i tecnici non possono raggiungere l’area interessata.
Ed è questo il punto.
Quando una centrale nucleare dipende esclusivamente dai generatori di emergenza, il margine di sicurezza si riduce inevitabilmente.
Solo obiettivi civili?
Il sindaco di Kiev ha parlato inizialmente di dodici vittime, poi diventate tredici e infine quattordici, oltre a decine di feriti.
Tra gli edifici colpiti viene citato anche un ospedale pediatrico.
Sono immagini che inevitabilmente finiscono sulle prime pagine di tutti i giornali.
Ma qui nasce una riflessione.
Se davvero la Russia lanciasse centinaia di missili e droni con l’obiettivo esclusivo di colpire civili, il numero delle vittime sarebbe quello che vediamo?
La domanda non vuole minimizzare la tragedia.
Quattordici morti sono già troppi.
Ma proprio il numero relativamente contenuto rispetto alla quantità di armamenti impiegati porta inevitabilmente a interrogarsi su quale fosse il bersaglio principale dell’operazione.
Senza una difesa aerea efficace molti missili raggiungono gli obiettivi previsti.
Altri vengono deviati, altri ancora cadono in aree diverse da quelle previste.
Lo stesso viene raccontato continuamente quando si parla dei droni che finiscono fuori dai confini ucraini.
Per questo è difficile stabilire con certezza, caso per caso, quale fosse il bersaglio originario.
Mosca parla di obiettivi militari
Dal lato russo la versione è completamente diversa.
Il Ministero della Difesa sostiene di aver colpito impianti industriali militari, infrastrutture logistiche, depositi di munizioni e stabilimenti coinvolti nella produzione di droni.
Tra gli obiettivi citati figurano aziende che assemblerebbero componenti per droni d’attacco, uno stabilimento dell’industria aeronautica Antonov e depositi contenenti munizioni termobariche e droni Baba Yaga.
Sono affermazioni che naturalmente arrivano dalla parte russa e che non possono essere verificate in modo indipendente.
Ma rappresentano comunque la versione che raramente trova spazio nel dibattito pubblico europeo.
I droni sconfinano ancora
Nelle stesse ore nuovi velivoli senza pilota hanno oltrepassato i confini dell’Ucraina.
Un drone è precipitato in Romania, un altro ha attraversato lo spazio aereo moldavo e un ulteriore velivolo si è schiantato in Turchia, nei pressi del Mar Nero, danneggiando alcuni veicoli all’interno di una stazione di polizia senza provocare feriti.
Reuters precisa che non esistono ancora prove che colleghino direttamente quest’ultimo episodio alla guerra tra Russia e Ucraina.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti.
Quando l’origine di un drone è certa o anche solo sospettata, spesso la responsabilità viene attribuita immediatamente.
Quando invece le informazioni sono incomplete, improvvisamente prevale la prudenza.
È una differenza che salta agli occhi.
La guerra alimenta anche la narrativa del riarmo
Ogni episodio di questo tipo contribuisce ad alimentare un messaggio sempre più ricorrente: la Russia rappresenta una minaccia permanente per tutta l’Europa e, di conseguenza, occorre aumentare ulteriormente la spesa militare.
Nell’immaginario collettivo il ragionamento diventa semplice: più droni cadono vicino ai confini dell’Alleanza Atlantica, più servono nuove armi.
Il risultato è che l’Europa continua ad acquistare armamenti, in gran parte statunitensi, mentre gli Stati Uniti vedono crescere esportazioni e produzione militare.
Nel frattempo Washington affronta un debito pubblico che ha ormai superato i 40 trilioni di dollari e molti economisti iniziano a guardare con crescente preoccupazione non tanto al numero in sé, quanto alla velocità con cui continua ad aumentare.
E anche questo finisce inevitabilmente per intrecciarsi con il dibattito sul riarmo europeo, sugli acquisti di gas naturale liquefatto americano e sulle nuove spese militari che l’Europa continua a mettere in programma.
La guerra, insomma, continua a produrre effetti ben oltre il campo di battaglia.
E mentre Kiev e Mosca proseguono i bombardamenti reciproci, il resto d’Europa si trova sempre più coinvolto in una crisi che non riguarda soltanto il fronte, ma anche l’economia, l’energia e le scelte politiche dei prossimi anni.
_____________________
Grazie per aver letto questo articolo!
Se ti è piaciuto, considera di abbonarti 👈 qui.
Con il tuo sostegno, potrò continuare a produrre contenuti di qualità e a condividere le mie conoscenze e le mie idee con te, sia attraverso il sito che attraverso i miei video su YouTube.
Grazie per il tuo supporto!