La linea dura sull’immigrazione avrebbe dovuto dimostrare che l’Italia era finalmente in grado di dettare le regole in Europa. Il risultato, però, rischia di essere esattamente opposto. Dopo l’irrigidimento deciso dal governo italiano nei confronti della Spagna, diversi Paesi europei hanno iniziato ad applicare con maggiore determinazione le norme sui richiedenti asilo e ora Germania, Austria, Svizzera, Svezia, Finlandia e Paesi Bassi si preparano a trasferire verso l’Italia migranti entrati nell’Unione europea proprio attraverso il nostro Paese.
Un possibile boomerang politico che arriva mentre la campagna elettorale in vista del 2027 comincia inevitabilmente a entrare nelle strategie dei partiti e mentre l’immigrazione resta uno dei temi sui quali il governo Meloni ha costruito una parte importante del proprio consenso.
Qualche settimana fa Roma aveva deciso di irrigidire i controlli nei collegamenti con la Spagna, intervenendo anche su porti e aeroporti e motivando la decisione con i rischi legati agli arrivi provenienti da Ceuta. Il governo aveva presentato quella scelta come un esempio della nuova fermezza italiana nella gestione dell’immigrazione e della sicurezza.
Adesso, però, anche gli altri governi europei sembrano intenzionati a utilizzare fino in fondo gli strumenti messi a disposizione dalle regole comunitarie. E per un Paese di primo approdo come l’Italia il risultato potrebbe essere tutt’altro che favorevole.
La Germania apre la strada ai trasferimenti
Il primo segnale importante è arrivato dalla Germania, dove il governo di Friedrich Merz deve affrontare una situazione politica interna particolarmente complicata e una crescente pressione sul tema dell’immigrazione.
Berlino ha annunciato di voler procedere con i trasferimenti verso l’Italia dei cosiddetti “dublinanti”, cioè richiedenti asilo arrivati inizialmente sul territorio italiano e successivamente trasferitisi in Germania.
Il principio alla base del sistema di Dublino è noto: salvo eccezioni, la responsabilità dell’esame della domanda di protezione ricade sul Paese europeo competente secondo i criteri previsti dal regolamento, spesso quello attraverso il quale il richiedente è entrato nell’Unione. Per un Paese geograficamente esposto alle rotte del Mediterraneo come l’Italia, l’applicazione rigorosa di questo principio può quindi tradursi in un numero consistente di trasferimenti in ingresso.
Roma ha contestato l’iniziativa tedesca, ma il problema nel frattempo si è allargato.
Non più uno o due Paesi: ora sono sei
Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, dopo Berlino anche Svezia, Finlandia, Svizzera e Austria si sono mosse nella stessa direzione. A queste si sono successivamente aggiunti i Paesi Bassi, portando a sei il numero dei Paesi coinvolti.
Il governo olandese ha confermato di aver avviato contatti con Roma per organizzare i trasferimenti. Un portavoce del Ministero della Giustizia e della Sicurezza dei Paesi Bassi ha spiegato che è in corso il lavoro necessario per definire una procedura efficace con l’Italia.
Il quadro che emerge è quindi piuttosto singolare: mentre Roma rivendica una politica di maggiore rigidità nella gestione dei movimenti migratori, altri governi europei stanno utilizzando quella stessa rigidità per applicare le regole che consentono di trasferire verso l’Italia richiedenti asilo passati inizialmente dal nostro territorio.
Ed è qui che la strategia rischia di trasformarsi in un boomerang.
Oltre 10.000 migranti potrebbero tornare in Italia
Le dimensioni potenziali del fenomeno non sarebbero marginali. Repubblica ha parlato apertamente di un “boomerang” per il governo, sostenendo che oltre 10.000 migranti potrebbero essere trasferiti nuovamente in Italia attraverso l’applicazione delle regole europee.
Il governo sostiene che l’irrigidimento dei controlli nei confronti della Spagna e la questione dei dublinanti siano due vicende differenti. Formalmente lo sono: si tratta di strumenti e procedure diverse. Politicamente, però, è difficile ignorare il contesto nel quale sta avvenendo tutto questo.
L’Italia ha chiesto maggiore fermezza nell’applicazione delle regole migratorie europee e gli altri Paesi stanno dimostrando di essere perfettamente disponibili ad applicarle. Il problema è che alcune di quelle regole possono penalizzare proprio l’Italia, perché la nostra posizione geografica ci rende uno dei principali punti di ingresso nell’Unione europea lungo la rotta mediterranea.
Essere più rigidi, quindi, non significa necessariamente ottenere un vantaggio. Dipende da quale regola viene applicata e soprattutto da chi ne sopporta le conseguenze.
La linea dura che rischia di ritorcersi contro Roma
Il paradosso politico è evidente. L’immigrazione è stata uno dei temi centrali sui quali Giorgia Meloni e il centrodestra hanno costruito la propria ascesa politica, promettendo maggiore controllo delle frontiere, riduzione degli sbarchi e una posizione più forte dell’Italia nei confronti degli altri governi europei.
Ora Roma rischia invece di trovarsi nella situazione di dover accogliere nuovamente persone che, dopo essere arrivate sulle coste italiane, avevano raggiunto Germania, Austria, Svizzera, Svezia, Finlandia o Paesi Bassi.
Naturalmente bisognerà vedere quanti trasferimenti verranno effettivamente realizzati, perché tra gli annunci dei governi, le procedure amministrative, i ricorsi e l’esecuzione concreta dei provvedimenti può esserci una differenza significativa. Ma dal punto di vista politico il segnale è già evidente: la rigidità invocata dall’Italia può essere utilizzata anche dagli altri Paesi europei contro gli interessi italiani.
E questo rende molto più difficile presentare quanto sta accadendo come una vittoria.
Il problema strutturale dell’Italia
Dietro lo scontro politico rimane infatti una questione che nessuna campagna propagandistica può cancellare: la geografia.
L’Italia si trova al centro del Mediterraneo e rappresenta una delle principali porte d’ingresso dell’Unione europea per chi arriva dall’Africa settentrionale. Finché il sistema europeo continuerà ad attribuire una parte rilevante della responsabilità ai Paesi di primo ingresso, Roma resterà inevitabilmente più esposta rispetto agli Stati dell’Europa settentrionale.
Per questo l’interesse italiano dovrebbe essere quello di ottenere una reale condivisione europea della gestione dei richiedenti asilo, anziché limitarsi a chiedere un’applicazione sempre più rigida di norme che, in determinate circostanze, possono ritorcersi proprio contro il nostro Paese.
Il rischio è altrimenti quello di ottenere una vittoria comunicativa immediata e scoprire qualche settimana dopo che gli stessi strumenti invocati contro gli altri possono essere utilizzati dagli altri contro di noi.
Sicurezza e terrorismo, il secondo fronte
Il governo ha collegato l’irrigidimento dei controlli anche alla questione della sicurezza e al rischio terroristico. È però necessario allargare lo sguardo alle conseguenze delle scelte di politica estera compiute dall’Italia e dall’Europa.
Negli ultimi anni Roma ha progressivamente rafforzato il proprio coinvolgimento nelle strategie occidentali, dall’Ucraina al Medio Oriente, sostenendo politicamente e militarmente scelte decise in larga parte all’interno dell’alleanza con Washington. L’Italia spende miliardi per sostenere Kiev, aumenta gli investimenti militari e rimane strettamente legata agli Stati Uniti anche nelle crisi mediorientali.
Queste scelte non avvengono in un vuoto geopolitico. Più l’Europa viene percepita come parte direttamente coinvolta nei conflitti che attraversano il Medio Oriente, maggiore diventa anche il rischio che le conseguenze politiche, sociali e di sicurezza di quelle crisi arrivino sul territorio europeo.
Presentare quindi il terrorismo esclusivamente come un problema da affrontare bloccando qualche collegamento o irrigidendo i controlli alle frontiere rischia di affrontare soltanto l’ultimo anello di una catena molto più lunga.
Il conto politico potrebbe arrivare nel 2027
È questo il punto sul quale il governo dovrà inevitabilmente confrontarsi. La promessa era quella di cambiare radicalmente la gestione dell’immigrazione e aumentare il peso dell’Italia in Europa. Se invece il risultato della nuova stagione di rigidità europea dovesse essere il ritorno nel nostro Paese di migliaia di richiedenti asilo, sarà difficile trasformare la vicenda in un successo politico.
Per il momento sappiamo che sei Paesi europei si stanno muovendo per trasferire richiedenti asilo verso l’Italia e che le stime riportate dalla stampa parlano potenzialmente di oltre 10.000 persone.
Bisognerà verificare quanti trasferimenti saranno realmente effettuati. Ma il problema politico è già sul tavolo: l’Italia ha chiesto all’Europa maggiore rigidità nella gestione dell’immigrazione e ora rischia di scoprire che, quando quelle regole vengono applicate fino in fondo, il Paese che paga il prezzo più alto può essere proprio il nostro.
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