“KIEV RECUPERA TERRENO” | MA DOVE, ESATTAMENTE?


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Mettiamo subito in chiaro una cosa: la Russia è in difficoltà. Manca la benzina, ci sono code ai distributori lunghe chilometri, le raffinerie bruciano, l’esportazione dei cereali sarebbe in crisi e persino il grano saraceno è diventato una specie di Armageddon economico. Lo raccontano ormai da giorni i principali giornali, con titoli sulle carenze di carburante e sulle difficoltà dell’economia russa, quindi a questo punto dovremmo essere praticamente arrivati al collasso definitivo di Mosca.

Del resto ci avevano già spiegato che i russi erano rimasti senza carri armati, poi senza missili, senza munizioni, senza divise, combattevano con le pale e recuperavano i chip dalle lavatrici. Forse è proprio per questo che adesso l’Ucraina bombarda anche i grandi magazzini dell’e-commerce russo: bisogna impedire che acquistino altre lavatrici, altrimenti magari ci costruiscono pure i missili con funzione asciugatrice.

Adesso, a completare il quadro della Russia allo sbando, torna anche la Corea del Nord.

Un’agenzia tedesca riporta che Pyongyang starebbe preparando l’invio di ulteriori soldati in Russia. “Ulteriori” lascia naturalmente intendere che altri siano già stati schierati, come del resto era accaduto nella regione di Kursk. Secondo l’intelligence sudcoreana, la Corea del Nord si starebbe preparando a inviare nuove truppe, anche se lo stesso Ministero della Difesa sudcoreano ha precisato che non ci sarebbero indicazioni di un dispiegamento imminente.

Quindi stanno per partire, però non risultano in partenza. Prima o poi arriveranno, forse. Nel frattempo Zelensky aveva parlato addirittura di decine di migliaia di nordcoreani potenzialmente schierati sul territorio russo, mentre nel 2024 circa 14.000 militari nordcoreani erano stati indicati come coinvolti nelle operazioni russe contro l’incursione ucraina nella regione di Kursk.

Comunque sia, il concetto mediatico rimane quello: Mosca è talmente in difficoltà da dover chiedere aiuto anche a Pyongyang.

E infatti Kiev sta recuperando terreno.

Almeno così ci dicono.

“L’Ucraina recupera il terreno perduto, ma il Donbass è a rischio”

Repubblica titola: “L’Ucraina recupera il terreno perduto, ma il Donbass è a rischio”.

E qui mi fermo un attimo, perché il problema è proprio nella frase.

Se l’Ucraina recupera il terreno perduto, come fa contemporaneamente il Donbass a essere sempre più a rischio?

Il Donbass, e in particolare il Donetsk, è esattamente la zona nella quale si concentra una parte fondamentale degli scontri. È lì che si trova la cintura delle città fortificate verso la quale l’esercito russo si è progressivamente avvicinato negli ultimi mesi: Kostiantynivka, Sloviansk, Kramatorsk e tutto il sistema difensivo che Kiev ha costruito nel corso degli anni.

Quella era anche una delle questioni centrali già discusse nei precedenti tentativi negoziali: Mosca voleva il controllo dell’area, Kiev aveva rifiutato qualsiasi concessione perché l’idea era che i russi non sarebbero riusciti ad arrivarci.

Adesso ci sono arrivati.

Quindi leggo che, attraverso una serie di micro-offensive, Kiev avrebbe recuperato chilometri di territorio dall’inizio dell’anno. Subito dopo, però, lo stesso ragionamento precisa che nelle regioni contese la Russia rimane in vantaggio.

E allora torno alla domanda di prima: dove sono stati recuperati questi chilometri?

A Leopoli?

In Romania?

A San Marino?

Perché il territorio che dovrebbe essere riconquistato è proprio quello delle regioni contese. Se lì il nemico continua ad avanzare, se continuano a cadere centri abitati e se la linea del fronte continua lentamente a spostarsi verso ovest, bisogna spiegare dove siano questi centinaia di chilometri quadrati recuperati.

I chilometri riconquistati che non si trovano sulle mappe

Da mesi vengono diffuse dichiarazioni di Zelensky, dei vertici militari e di varie fonti ucraine secondo cui Kiev avrebbe riconquistato centinaia di chilometri quadrati attraverso contrattacchi locali.

Il problema nasce quando si cercano questi territori sulle mappe.

Io i report di ISW li leggo praticamente ogni giorno e, anche quando nelle introduzioni compaiono dichiarazioni su grandi quantità di territorio riconquistato, entrando poi nei singoli settori del fronte il quadro è molto meno trionfale.

Ogni tanto viene segnalato un piccolo avanzamento ucraino, una posizione ripresa, un contrattacco riuscito o una zona nella quale le truppe russe vengono respinte di qualche centinaio di metri. Ma contemporaneamente continuano a comparire avanzate russe in altri settori, centri abitati che passano sotto controllo di Mosca e porzioni di territorio che sulle mappe diventano progressivamente rosse.

E infatti basta fare una cosa semplicissima: confrontare la mappa di qualche mese fa con quella di oggi.

La differenza si vede.

Se Kiev sta recuperando terreno complessivamente, quella differenza dovrebbe andare nella direzione opposta.

ISW: nuove avanzate russe verso Sloviansk

Proprio ISW, nel suo ultimo aggiornamento, segnala che le forze russe sono recentemente avanzate a est di Sloviansk, continuando a migliorare le proprie posizioni a sud-est della città in preparazione di futuri assalti contro la cintura delle fortezze ucraine.

Quindi mentre leggiamo che Kiev sta recuperando terreno, i russi avanzano proprio verso uno degli obiettivi strategici principali dell’intera campagna nel Donbass.

La risposta a questo problema è diventata nel tempo abbastanza curiosa: sì, avanzano, però avanzano lentamente.

E quindi?

Se il nemico prende una città il 31 gennaio invece che il 31 dicembre, quella città l’hai persa comunque.

Da tempo leggiamo analisi secondo cui Putin imporrebbe ai propri generali scadenze irrealistiche per conquistare il Donetsk. ISW sostiene che il presidente russo potrebbe avere una comprensione distorta della situazione sul terreno e che Mosca continui a fissare obiettivi temporali difficili da rispettare.

Può anche essere.

Ma se l’esercito russo raggiunge l’obiettivo due mesi, sei mesi o un anno dopo rispetto alla data prevista, dal punto di vista ucraino cambia relativamente poco.

Il punto non è dimostrare che Putin abbia sbagliato una previsione temporale.

Il punto è impedirgli di conquistare quel territorio.

Zelensky dice che Putin vuole tutto il Donetsk entro dicembre

Secondo Zelensky, Putin avrebbe ordinato all’esercito russo di completare la conquista dell’intera regione del Donetsk entro il 31 dicembre 2026.

Può essere vero, può essere una valutazione dell’intelligence ucraina oppure una ricostruzione politica. Ma anche qui il problema rimane lo stesso: non sappiamo se Putin abbia realmente fissato quella scadenza, mentre sappiamo benissimo quali siano gli obiettivi militari russi.

Lo stesso Zelensky indica infatti Kostiantynivka, Sloviansk e Kramatorsk tra gli obiettivi principali di Mosca.

Non è una scoperta dell’ultima ora.

La Russia punta da tempo alla cintura delle città fortificate e continua ad avvicinarsi progressivamente a quell’area.

Per anni ci è stato risposto che non sarebbe mai riuscita ad arrivarci. Poi, quando è arrivata più vicina, ci è stato spiegato che non sarebbe mai riuscita a conquistarla. Se un domani dovesse conquistarla, immagino che la nuova spiegazione sarà che ci ha messo troppo tempo.

Ma intanto il territorio sarebbe perso.

Dopo miliardi e armi, forse bisognerebbe guardare il risultato

Il punto che continuo a trovare insopportabile è proprio questo: non è vero che Kiev sia stata lasciata sola e costretta ad arrendersi senza combattere.

L’Ucraina è stata sostenuta da decine di Paesi, ha ricevuto centinaia di miliardi, armi, intelligence, addestramento e sostegno politico praticamente illimitato.

Quindi quando qualcuno risponde che “non potevano arrendersi” o che “dovevano difendersi”, sta rispondendo a una domanda che nessuno ha posto.

Si sono difesi.

Li abbiamo aiutati a difendersi.

Abbiamo mandato tutto quello che potevamo mandare.

Il problema è verificare il risultato.

E il risultato è che, nonostante tutto questo sostegno, Kiev continua a perdere territorio.

A questo punto una classe politica normale dovrebbe almeno prendere in considerazione l’idea di cambiare strategia, invece di ripetere continuamente che la vittoria è dietro l’angolo e che basta aspettare ancora.

La Russia è quasi fallita, ma continua ad avanzare

Nel frattempo dobbiamo continuare a tenere insieme due narrazioni difficilmente conciliabili.

Da una parte la Russia sarebbe praticamente senza benzina, economicamente devastata, con problemi nelle esportazioni, costretta a chiedere uomini alla Corea del Nord e sempre più vicina al collasso.

Dall’altra continua a produrre missili, bombardare l’Ucraina, avanzare nel Donbass e prepararsi a nuovi assalti verso Sloviansk e Kramatorsk.

Qualcosa non torna.

Questo non significa che l’economia russa non abbia problemi. Li ha, e gli attacchi ucraini contro raffinerie e infrastrutture provocano danni reali.

Ma una cosa è dire che la Russia sta subendo danni.

Un’altra è trasformare automaticamente quei danni nella dimostrazione che Mosca stia perdendo la guerra.

Perché una guerra territoriale si misura innanzitutto sul territorio.

E lì, ancora oggi, la direzione rimane principalmente una.

Wadephul dice che Kiev è sulla strada della vittoria

Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul sostiene invece che l’Ucraina sia sulla strada della vittoria.

Bisogna evidentemente avere una capacità di visione che io non possiedo.

Perché guardando la situazione vedo un’Ucraina che perde territori, un’economia distrutta, infrastrutture continuamente bombardate, enormi difficoltà energetiche e logistiche, una carenza di uomini e centinaia di miliardi occidentali già spesi o promessi.

Se questa è la strada della vittoria, sarebbe utile almeno sapere quanto manca all’arrivo.

Wadephul ha inoltre annunciato di voler parlare con il segretario di Stato americano Marco Rubio per spingere Washington a svolgere un ruolo più attivo diplomaticamente, sottolineando che gli Stati Uniti mantengono canali con Mosca molto più stretti rispetto alla maggior parte dei Paesi europei.

E qui arriviamo a un altro paradosso meraviglioso.

L’Europa chiede agli americani di parlare con Mosca invece di farlo direttamente

La Germania vuole fare uno sforzo diplomatico.

Ottimo.

E quale sarebbe questo sforzo?

Chiedere agli Stati Uniti di parlare di più con la Russia.

Ma perché non ci parla direttamente la Germania?

Per anni molti governi europei hanno evitato quasi completamente qualsiasi contatto politico serio con Mosca. Chiunque abbia provato a mantenere aperto un canale con Putin è stato criticato: Orbán, Fico, Scholz quando ormai era politicamente indebolito e altri leader europei che hanno provato a riaprire un dialogo.

Poi però chiediamo a Washington di fare diplomazia al posto nostro.

Gli Stati Uniti, nel frattempo, i contatti con Mosca li hanno mantenuti.

Noi invece andiamo a Kiev, facciamo passerelle, promettiamo altri miliardi, nuove armi e sostegno “incrollabile”, poi chiediamo agli americani di occuparsi della diplomazia.

Forse, se vogliamo davvero fermare una guerra che si svolge in Europa e che sta distruggendo anche una parte dell’economia europea, sarebbe arrivato il momento che l’Europa provasse a fare diplomazia direttamente.

E intanto altri droni entrano nello spazio aereo europeo

Nelle stesse ore Moldavia e Romania hanno segnalato un drone proveniente dall’Ucraina entrato nel loro spazio aereo.

Il Ministero della Difesa moldavo lo definisce un drone “non identificato”.

Proveniente dall’Ucraina.

Non identificato.

Ormai abbiamo imparato il meccanismo: quando non è chiaro di chi sia, soprattutto se arriva dall’Ucraina, rimane semplicemente un drone non identificato. Quando invece esiste anche solo il sospetto che possa essere russo, la parola Russia tende a comparire immediatamente.

Nel frattempo continuano i bombardamenti reciproci.

La Russia ha colpito nuovamente Odessa e le infrastrutture portuali. Secondo le fonti ucraine sono stati interessati magazzini alimentari, strutture energetiche e abitazioni; il Ministero della Difesa russo sostiene invece di aver colpito un’autocisterna, cinque serbatoi di carburante e diversi magazzini contenenti equipaggiamento militare.

Dall’altra parte Kiev continua a colpire il territorio russo, compresi i grandi centri logistici di Ozon, uno dei maggiori operatori dell’e-commerce del Paese, producendo incendi e colonne di fumo molto efficaci dal punto di vista mediatico.

Vittime civili, ma il linguaggio cambia a seconda del passaporto

Il problema è che anche questi attacchi producono vittime.

Ozon ha segnalato feriti e, nel Krasnodar, secondo fonti riportate anche da media occidentali, due bambini sarebbero morti e altre persone, tra cui diversi minori, sarebbero rimaste ferite in seguito alla caduta dei detriti di un drone.

Ed è interessante osservare come cambia il linguaggio.

Quando un drone russo cade su una scuola o un edificio civile in Ucraina, il titolo diventa facilmente “drone russo colpisce una scuola”.

Quando un drone ucraino provoca vittime in Russia, diventa “caduta di detriti di un drone”.

Tecnicamente entrambe le formule possono anche essere corrette.

Il problema è la sistematicità con cui una parte viene personalizzata e attribuita immediatamente al responsabile, mentre l’altra viene raccontata attraverso formule più neutre e impersonali.

Le vittime civili, però, sono sempre vittime civili.

Russe o ucraine.

“Aumenteremo la pressione finché la Russia non smetterà di uccidere”

Il presidente del Consiglio europeo António Costa ha dichiarato che l’Europa aumenterà la pressione sulla Russia finché Mosca non smetterà di uccidere, non dimostrerà una reale volontà di pace e non si siederà al tavolo dei negoziati.

Bellissimo.

E come aumentiamo la pressione?

Mandando altre armi.

Finanziando ulteriormente Kiev.

Sostenendo la produzione di nuovi missili a lungo raggio.

Il Regno Unito, ad esempio, continua a sostenere l’Ucraina proprio nello sviluppo di sistemi capaci di colpire sempre più in profondità il territorio russo.

Quindi il ragionamento sarebbe: dobbiamo fare in modo che la Russia smetta di bombardare e di uccidere, e per ottenere questo risultato forniamo all’altra parte più strumenti per bombardare la Russia.

Dopodiché, quando Mosca risponde, aumentiamo ancora la pressione perché Mosca deve smettere di rispondere.

Una strategia diplomatica impressionante.

La domanda rimane sempre la stessa: dove stanno recuperando terreno?

Alla fine, tolti i titoli sulle raffinerie, le code alla benzina, il grano saraceno, i nordcoreani, i droni e le dichiarazioni sulla vittoria imminente, rimane una domanda estremamente semplice.

Dove, precisamente, Kiev sta recuperando terreno?

Perché ISW segnala nuove avanzate russe verso Sloviansk.

DeepState continua a mostrare territori che cambiano controllo.

Mosca è arrivata a ridosso della cintura fortificata.

Kostiantynivka è sempre più compromessa.

Kramatorsk e Sloviansk sono ormai al centro delle valutazioni operative russe.

E contemporaneamente leggiamo che l’Ucraina “recupera terreno”.

Può anche aver riconquistato localmente qualche chilometro quadrato in alcuni settori. Nessuno lo esclude.

Ma il dato complessivo della guerra non si misura sommando soltanto le micro-offensive riuscite e ignorando le avanzate avversarie.

Si guarda la linea del fronte.

Si confrontano le mappe.

Si verifica chi controllava cosa sei mesi fa e chi controlla cosa oggi.

E finché quella verifica continuerà a mostrare una Russia che, lentamente, avanza verso gli obiettivi che aveva dichiarato da tempo, raccontare che Kiev sta ribaltando la situazione perché ha riconquistato qualche chilometro senza spiegare chiaramente dove rischia di diventare soltanto un esercizio di comunicazione.

La Russia avrà anche le code ai distributori.

Ma al fronte, purtroppo per Kiev, le code sembrano andare nella direzione opposta.

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Danilo Torresi