A dieci anni dal sisma di Amatrice tornano le grandi presenze, le dichiarazioni solenni e le passerelle istituzionali. Il presidente Mattarella parla di una delle pagine più drammatiche della Repubblica e dice che bisogna ultimare la ricostruzione velocemente.
Velocemente.
Detto dieci anni dopo fa un certo effetto, perché Amatrice resta ancora oggi il simbolo più evidente di una ricostruzione che procede con una lentezza esasperante. E non c’è soltanto Amatrice: ci sono altri paesi e altri centri del cratere che, a distanza di un decennio, conservano ancora ferite enormi, cantieri aperti, edifici da ricostruire e persone che continuano a vivere in sistemazioni nate come provvisorie e diventate, di fatto, permanenti.
Io in quelle zone ci passo spesso e i moduli abitativi ci sono ancora. Dentro ci vivono persone che ormai hanno trasformato quella sistemazione d’emergenza nella propria casa. Pensate a cosa significhi per una famiglia che aveva perso tutto, che non aveva alternative e che dieci anni dopo si ritrova ancora lì.
Nel frattempo, naturalmente, il mondo è cambiato. Sono aumentati i costi dell’energia, del carburante, delle materie prime e praticamente di qualsiasi componente necessario per costruire. I soldi sono arrivati lentamente, spesso male e in quantità insufficienti rispetto alla dimensione del problema.
E adesso scopriamo anche che tra i responsabili dei ritardi ci sarebbe il Superbonus.
Ricostruzione entro il 2035. Forse
Repubblica riporta le dichiarazioni del commissario straordinario alla ricostruzione Guido Castelli, esponente di Fratelli d’Italia, con un titolo che indica come obiettivo quello di terminare i lavori nel 2035.
Tradotto: diciannove anni dopo il terremoto.
Alla domanda su una possibile data certa per la conclusione della ricostruzione, però, Castelli è stato molto più prudente: ha spiegato che l’esperienza avrebbe insegnato come possano sempre arrivare imprevisti capaci di tradire le aspettative, citando il Covid, l’inflazione successiva alla guerra in Ucraina e anche il Superbonus 110%.
Mancavano le cavallette e gli alieni e avevamo completato l’elenco.
La parte curiosa è proprio quella sul Superbonus, perché viene presentato come uno degli elementi che avrebbero rallentato la ricostruzione, mentre proprio nelle aree terremotate lo stesso meccanismo è stato mantenuto o reintrodotto perché ci si è resi conto che, senza incentivi così forti, tantissime famiglie semplicemente non avrebbero avuto i soldi necessari per ricostruire.
E questa non è una questione ideologica. È molto più semplice.
Una famiglia che aveva già una casa e l’ha persa per un terremoto non necessariamente dispone di centinaia di migliaia di euro per costruirsene un’altra.
Il Superbonus non pagava qualsiasi cosa al 110%
Sul Superbonus è stata costruita negli anni una narrazione talmente semplificata che sembra quasi che lo Stato regalasse a chiunque qualsiasi ristrutturazione pagando il 110% di qualunque cifra.
Non funzionava così.
C’erano massimali di spesa, lavori ammessi, requisiti da rispettare e percentuali applicate entro limiti precisi. Se un intervento costava 300.000 euro e il massimale agevolabile era, per esempio, 96.000, l’incentivo riguardava quella cifra, non tutti i 300.000 euro.
Il vero elemento che aveva reso quella misura utilizzabile da tantissime famiglie era soprattutto un altro: la cessione del credito e lo sconto in fattura.
Perché la detrazione fiscale può funzionare benissimo per chi ha redditi sufficienti e capienza fiscale abbastanza ampia. Ma chi non ha abbastanza tasse da compensare non riesce materialmente a sfruttarla.
Con la cessione del credito, invece, quel credito poteva essere ceduto a una banca o a un altro soggetto e trasformato immediatamente, anche con uno sconto, in liquidità utile per finanziare i lavori.
Questo permetteva di intervenire anche a chi non disponeva in partenza delle somme necessarie.
Perché nelle zone terremotate era ancora più importante
Nel caso della ricostruzione post-sisma il problema è ancora più evidente.
Facciamo un esempio volutamente semplice. Se ricostruire una casa costa 100 e lo Stato deve finanziare direttamente quella ricostruzione, deve trovare 100 da spendere.
Se invece una parte di quella somma viene riconosciuta attraverso un credito fiscale distribuito su più anni, lo Stato non deve necessariamente tirare fuori immediatamente l’intera cifra: registra un mancato introito fiscale nel tempo.
Contemporaneamente, però, la famiglia ricostruisce casa.
L’impresa lavora.
I dipendenti ricevono uno stipendio.
Si pagano contributi.
Si paga IVA.
Lavorano progettisti, tecnici, artigiani, fornitori, trasportatori e tutte le attività collegate alla filiera dell’edilizia.
Si produce quindi anche gettito fiscale e indotto economico.
Questo è il concetto di investimento.
Naturalmente il 110% era una percentuale difficilmente sostenibile nel lungo periodo e andava rivista. Bastava abbassarla progressivamente, mantenendo però gli strumenti che rendevano materialmente accessibile l’incentivo, soprattutto sconto in fattura e cessione del credito.
Invece si è scelta un’altra strada.
Prima Draghi, poi la mannaia definitiva
Lo smantellamento del sistema non è iniziato con il governo Meloni. Già durante il governo Draghi erano state introdotte modifiche che avevano progressivamente complicato la cessione dei crediti e reso sempre più difficile utilizzare il Superbonus, mettendo in difficoltà anche famiglie e imprese che avevano già avviato i lavori.
Poi è arrivato il governo Meloni e il colpo è diventato definitivo.
Politicamente il Superbonus era ormai diventato il simbolo di tutto ciò che si voleva attribuire al Movimento 5 Stelle: debito, sprechi, frodi, conti pubblici fuori controllo. Quindi eliminarlo diventava conveniente anche dal punto di vista propagandistico.
Il problema è che nel frattempo tantissime famiglie avevano già firmato contratti, avviato cantieri, preso impegni economici e impostato i lavori sulla base di regole che venivano cambiate continuamente.
Risultato: persone che improvvisamente non riuscivano più a monetizzare i crediti e si ritrovavano esposte per cifre enormi.
E a chi attribuiscono la colpa?
Naturalmente al nome della misura.
Non a chi ha cambiato le regole mentre i lavori erano già in corso.
Il paradosso: il Superbonus è “debito”, le armi sono “investimenti”
La cosa che trovo più interessante è il modo completamente diverso con cui vengono raccontate le spese pubbliche a seconda della loro destinazione.
Un incentivo per rendere le case più sicure dal punto di vista sismico, più efficienti energeticamente, per dare lavoro alle imprese italiane, ai progettisti italiani, agli operai italiani e generare un indotto prevalentemente interno viene definito un costo.
Anzi, un debito.
Miliardi e miliardi destinati invece all’acquisto di armamenti, spesso prodotti fuori dall’Italia, vengono definiti investimenti.
Il Superbonus sarebbe uno spreco.
L’aumento della spesa militare fino agli obiettivi NATO sarebbe una necessità strategica.
Ricostruire una casa terremotata produce debito.
Comprare un sistema d’arma americano produce sicurezza.
È una scelta politica, naturalmente, ma sarebbe almeno corretto chiamarla con il suo nome invece di fingere che esista una differenza economica naturale tra le due cose.
Sono entrambe decisioni sull’utilizzo delle risorse pubbliche.
La differenza è dove scegli di mandare quei soldi.
E intanto Amatrice aspetta
Mentre discutiamo di tutto questo, però, Amatrice rimane lì.
Dieci anni dopo.
Persone ancora nei moduli.
Cantieri ancora aperti.
Edifici ancora da ricostruire.
Costi aumentati.
Tempi allungati.
Nuove promesse.
Adesso si parla addirittura del 2035 come possibile orizzonte per completare la ricostruzione, anche se nessuno vuole realmente impegnarsi su una data perché potrebbero sempre arrivare altri “imprevisti”.
Nel frattempo il presidente Mattarella dice che bisogna accelerare, Giorgia Meloni ammette che molto resta da fare e il commissario alla ricostruzione spiega che non è possibile dare certezze.
Dopo dieci anni.
E mentre il Paese continua a trovare miliardi per nuove spese militari, per il riarmo e per sostenere guerre fuori dai nostri confini, quando si parla di ricostruire territori italiani devastati da un terremoto iniziano improvvisamente i problemi di bilancio, le procedure, gli imprevisti, l’inflazione, il Covid e naturalmente il Superbonus.
Alla fine, però, il risultato concreto rimane molto più semplice di tutte queste spiegazioni: a dieci anni dal terremoto, Amatrice non è ancora ricostruita.
E per chi vive ancora dentro un modulo abitativo, probabilmente è questo l’unico dato che conta davvero.
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