Zelensky ha un nuovo piano per la pace. Nuovo, si fa per dire, perché leggendo i punti principali la sensazione è quella di trovarsi davanti all’ennesima riproposizione dello stesso schema: cessate il fuoco immediato, ritiro reciproco delle forze, creazione di una zona cuscinetto e garanzie di sicurezza affidate all’Unione Europea e alla NATO.
Nel frattempo, proprio mentre si presenta questa nuova iniziativa, l’Unione Europea annuncia altri 6,1 miliardi di euro per Kiev e torna a riunirsi la cosiddetta coalizione dei volenterosi, nel giorno del 35º anniversario dell’indipendenza ucraina. Zelensky, dal canto suo, celebra la ricorrenza con toni tutt’altro che concilianti, arrivando a dichiarare che l’Ucraina starebbe trasformando i soldati russi in “fertilizzante”.
Non esattamente il modo più morbido per introdurre un piano di pace.
Eppure da Bruxelles arriva immediatamente altro sostegno economico, mentre i leader europei tornano a ribadire il loro appoggio incrollabile a Kiev. Il tutto in un momento in cui la situazione ucraina rimane estremamente difficile, tanto sul fronte quanto dal punto di vista delle difese aeree e delle infrastrutture.
Altri 6,1 miliardi mentre si parla di pace
Le Monde ha riportato l’annuncio di una nuova tranche europea da 6,1 miliardi destinata all’Ucraina, mentre a Kiev si prepara il vertice dei volenterosi e Giorgia Meloni dovrebbe partecipare in collegamento.
Il quadro è quasi perfetto: da una parte si parla di negoziati e di pace, dall’altra continuano ad arrivare miliardi, armi e promesse di ulteriore sostegno militare.
Nel frattempo i giornali continuano a raccontare le difficoltà economiche della Russia, dalle code ai distributori alle carenze di carburante, fino ai problemi agricoli e commerciali. Ogni difficoltà viene presentata come la dimostrazione che Mosca sia ormai vicina al cedimento.
Poi però si guarda quello che succede in Ucraina e il quadro cambia completamente: perdita di uomini, perdita di territori, bombardamenti sulle infrastrutture, carenza di intercettori e una corruzione che continua a investire pezzi importanti dello Stato.
Eppure la narrazione rimane quella della “strada verso la vittoria”.
Il nuovo piano arriva nel momento peggiore per Kiev
Il tempismo non è secondario. Questa proposta arriva in uno dei momenti più difficili per Kiev, sia per quanto riguarda il fronte sia per quanto riguarda i bombardamenti russi.
ISW riporta che Zelensky avrebbe presentato una proposta congiunta tra Ucraina, Stati Uniti ed Europa per porre fine alla guerra, precisando però che il piano offrirebbe “significative concessioni all’Ucraina”, mentre Mosca continua a rifiutarsi di rinunciare alle proprie richieste principali.
Ed è proprio qui che nasce il problema.
Perché se la Russia ritiene di avere l’iniziativa militare e continua a ottenere risultati sul terreno, per quale motivo dovrebbe accettare un accordo che le offre meno di quello che ritiene di poter ottenere continuando la guerra?
La proposta, detta in maniera molto semplice, sembra chiedere a chi sta avanzando di fermarsi, ritirarsi e rinunciare a una parte dei risultati ottenuti, mentre chi è in difficoltà non dovrebbe concedere praticamente nulla.
Politicamente si può presentare in molti modi, ma dal punto di vista della logica negoziale è difficile immaginare che Mosca possa accettarlo così com’è.
I tre punti del piano
Secondo quanto riportato da ISW, la proposta elaborata da Zelensky durante i colloqui con gli inviati statunitensi Witkoff e Kushner si baserebbe su tre priorità principali.
La prima è un cessate il fuoco immediato.
La seconda è un ritiro reciproco delle forze russe e ucraine dall’attuale linea del fronte, con la creazione di una fascia di separazione.
La terza riguarda le garanzie di sicurezza europee e NATO nella zona interessata.
Ed è proprio questo terzo punto a rendere l’intera proposta particolarmente difficile da accettare per Mosca, perché significherebbe introdurre una presenza NATO proprio a ridosso della Russia, cioè uno degli elementi che il Cremlino considera da anni una delle principali cause strategiche del conflitto.
In pratica, Ucraina e Russia dovrebbero ritirarsi dalla linea di contatto e, nello spazio creato, arriverebbero forze occidentali appartenenti o collegate alla NATO.
Dal punto di vista russo, più che una concessione potrebbe essere interpretato come il risultato peggiore possibile: fermare l’avanzata militare e contemporaneamente accettare la presenza dell’Alleanza Atlantica nella zona che Mosca considera strategicamente più sensibile.
Non serve essere particolarmente favorevoli alla Russia per capire perché una proposta del genere abbia poche possibilità di essere accettata.
Witkoff e Kushner non arrivano a Kiev
A rendere ancora più curiosa la situazione c’è il fatto che Witkoff e Kushner, indicati da Zelensky come interlocutori nella preparazione del piano, non si siano poi recati a Kiev per le celebrazioni.
Il presidente finlandese Alexander Stubb ha attribuito la mancata visita alla posizione della Russia, sostenendo che il problema centrale dei negoziati sarebbe proprio l’assenza di una reale volontà di pace da parte di Mosca.
Quindi il ragionamento diventa questo: gli inviati americani non arrivano a Kiev, ma la responsabilità sarebbe comunque russa.
Nel frattempo Zelensky sostiene di aver concordato con gli americani una proposta importante, Washington rinvia gli incontri e Mosca non mostra alcuna fretta.
Forse perché la Russia non sente la necessità di accettare immediatamente un piano del genere.
E questo, volenti o nolenti, dice qualcosa sui rapporti di forza.
La Russia dovrebbe fermarsi proprio mentre avanza
Riassumendo il piano, il punto fondamentale è abbastanza semplice: cessate il fuoco, ritiro delle forze, zona cuscinetto e garanzie NATO.
Ma se la Russia ritiene di stare vincendo militarmente, perché dovrebbe farlo?
Dovrebbe fermarsi proprio mentre continua a guadagnare terreno, rinunciare a una parte di quello che considera acquisito con la forza e accettare una presenza occidentale vicino ai propri confini.
Dal punto di vista negoziale non è una concessione reciproca, perché la parte più pesante delle rinunce ricadrebbe proprio su Mosca.
Ed è questo il paradosso della situazione: da una parte ci viene detto che l’Ucraina avrebbe ribaltato l’andamento della guerra e sarebbe ormai sulla strada della vittoria, dall’altra Zelensky continua a chiedere con insistenza un cessate il fuoco, nuove sanzioni contro la Russia e soprattutto nuovi Patriot.
Se stai vincendo, perché hai bisogno così urgentemente di fermare tutto?
Zelensky chiede ancora sanzioni e Patriot
Le Monde riporta che Zelensky continua a esercitare pressioni su Washington affinché vengano introdotte nuove sanzioni contro la Russia e arrivino ulteriori sistemi Patriot.
Secondo il presidente ucraino, Mosca potrebbe produrre fino a 1.300 missili balistici all’anno.
Questo è probabilmente uno dei dati che spiega meglio l’urgenza di Kiev.
La Russia continua ad avere una capacità di produzione missilistica enorme, mentre l’Ucraina ha sempre meno strumenti per intercettare quegli attacchi. Gli Stati Uniti stessi hanno scorte limitate e l’Europa non può semplicemente inventarsi sistemi Patriot che non esistono.
Quindi la necessità di una tregua diventa abbastanza evidente.
Il problema è che chiedere una tregua significa anche dover offrire qualcosa in cambio.
E Zelensky, politicamente, ha margini molto ridotti per fare vere concessioni, perché una parte dell’opinione pubblica e del sistema politico ucraino non accetterebbe facilmente compromessi territoriali.
Da qui il cortocircuito: Kiev ha bisogno di fermare i combattimenti, ma non può presentare un accordo che sembri una resa.
Mosca invece non sembra avere fretta
Secondo TASS, il viaggio di Witkoff e Kushner a Mosca sarebbe stato rinviato almeno alla fine di agosto.
La Russia non sembra quindi particolarmente impaziente di chiudere.
E anche questo è significativo.
Quando una parte ritiene di avere l’iniziativa, difficilmente sente la stessa urgenza di chi invece subisce più pressione.
Abbiamo visto qualcosa di simile anche nel confronto tra Stati Uniti e Iran, quando Trump annunciava continuamente accordi imminenti mentre dall’altra parte Teheran rimaneva fermo sulle proprie condizioni.
Chi ha bisogno di un accordo tende a parlarne continuamente.
Chi pensa di poter aspettare, aspetta.
Ed è esattamente quello che sembra accadere oggi tra Kiev e Mosca.
Il vero problema è che il piano non cambia nulla
Alla fine, questo nuovo piano di pace non sembra introdurre una svolta reale.
Kiev continua a chiedere un cessate il fuoco.
Continua a rifiutare concessioni territoriali significative.
Continua a pretendere garanzie NATO.
Continua a chiedere nuove sanzioni e nuove armi.
Mosca continua a pretendere il riconoscimento dei risultati territoriali e continua a considerare inaccettabile una presenza militare NATO ai propri confini.
Quindi siamo sostanzialmente nello stesso punto di prima.
Con una differenza: la situazione militare sul terreno continua a cambiare.
E cambia principalmente a favore della Russia.
Per questo ogni mese che passa rende ancora più difficile per Kiev ottenere al tavolo negoziale ciò che non riesce più a ottenere sul campo.
Nel frattempo l’Europa continua a stanziare miliardi, i volenterosi continuano a riunirsi, Zelensky continua a chiedere Patriot e Washington rinvia gli incontri.
Il piano di pace c’è.
La pace, molto meno.
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