KIEV “SULLA STRADA PER LA VITTORIA” | INTANTO PERDE ALTRO TERRITORIO


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Johann Wadephul, ministro degli Esteri tedesco, sostiene che l’Ucraina sia sulla strada giusta verso la vittoria e che, insieme ai suoi sostenitori, abbia una prospettiva di lungo periodo per arrivare a quella che definisce una “pace giusta”. Bene. Peccato che, mentre si continua a parlare di vittoria, dal fronte arrivino notizie che raccontano una situazione decisamente diversa, con nuove avanzate russe, territori persi, infrastrutture ucraine sotto pressione e una capacità sempre più ridotta di fermare i missili balistici di Mosca.

Le Monde, citando DeepState, riporta che le forze russe hanno conquistato Rodynske, nella zona di Pokrovsk, e parliamo di una località che prima della guerra aveva quasi 10.000 abitanti. Nel frattempo Putin accusa Kiev di aver “aperto il vaso di Pandora” attraverso gli attacchi contro obiettivi economici e civili in Russia, annunciando rappresaglie molto più distruttive.

Direi che come “strada verso la vittoria” siamo messi benissimo.

Perché il punto è proprio questo: da quattro anni e mezzo ci viene spiegato che la Russia sarebbe sul punto di cedere, prima per le sanzioni, poi per le perdite al fronte, poi per la mancanza di missili, poi per le difficoltà economiche, adesso per gli attacchi ucraini contro raffinerie, magazzini e infrastrutture sul territorio russo. Ogni volta manca poco. Ogni volta bisogna stringere i denti ancora un po’.

Eppure, mentre la vittoria continua a essere spostata più avanti, il fronte continua a muoversi nella direzione opposta.

La “pace giusta” che somiglia molto a una resa russa

Wadephul, durante la sua visita a Kiev, ha dichiarato che l’Ucraina e i suoi sostenitori hanno una prospettiva di lungo periodo e che raggiungeranno l’obiettivo di una pace giusta, sottolineando che deve prevalere lo Stato di diritto e non la legge del più forte.

Il problema è capire che cosa si intenda davvero per “pace giusta”.

Perché, a giudicare dalla posizione che viene espressa ormai da anni, pace giusta significa sostanzialmente che la Russia deve ritirarsi, rinunciare ai territori conquistati e accettare le condizioni poste dall’altra parte.

Quello, più che un compromesso, assomiglia molto a una vittoria piena di Kiev.

Il problema è che, se guardiamo il campo di battaglia, la Russia non sembra essere nella posizione di chi sta perdendo e dovrebbe quindi accettare una resa politica. Al contrario, continua a guadagnare terreno, lentamente ma costantemente, mentre l’Ucraina perde uomini, territori e infrastrutture.

Eppure ci viene detto che proprio questa sarebbe la strada della vittoria.

Forse è una strada talmente lunga che scavalca l’orizzonte e quindi, semplicemente, noi non riusciamo ancora a vederne la fine.

Quattro anni e mezzo a “stringere i denti”

Per credere che la strategia stia funzionando bisogna ormai fare un discreto esercizio di rimozione.

Bisogna innanzitutto convincersi che le avanzate russe contino poco perché sarebbero troppo lente. Poi bisogna fare finta che il fronte non sia più così importante, nonostante l’obiettivo militare dichiarato dell’Ucraina sia sempre stato recuperare i territori occupati.

Bisogna dimenticare che per anni le sanzioni avrebbero dovuto distruggere l’economia russa e che siamo ormai arrivati a parlare del ventiduesimo pacchetto, mentre Mosca continua a combattere e a produrre armamenti.

Adesso dobbiamo credere che saranno gli attacchi ucraini contro Wildberries, Ozon, raffinerie, depositi e infrastrutture economiche a mettere definitivamente in ginocchio la Russia.

Contemporaneamente non dobbiamo guardare troppo da vicino quello che i bombardamenti russi stanno facendo all’Ucraina, soprattutto a logistica, trasporti, porti, energia, commercio e settore agricolo.

Non dobbiamo pensare ai centinaia di miliardi già trasferiti a Kiev e a quelli promessi per i prossimi anni, né alla corruzione che continua a emergere proprio nei settori che gestiscono quei fondi.

Non dobbiamo pensare alle armi sottratte agli arsenali europei, che ora devono essere ricomprate dagli Stati Uniti con altri soldi pubblici, e non dobbiamo pensare al nuovo riarmo che nel frattempo grava sui bilanci dei Paesi europei.

Bisogna semplicemente stringere i denti.

Ancora un po’.

Poi vinceremo.

Intanto il commercio ucraino è sotto pressione

La realtà economica dell’Ucraina, però, è molto più difficile da ignorare.

I porti sul Mar Nero subiscono attacchi continui, le infrastrutture logistiche vengono colpite, il settore agricolo è in difficoltà e le esportazioni risultano fortemente compromesse.

La difesa aerea, inoltre, è sempre più debole e contro i missili balistici la situazione è particolarmente critica.

Wadephul ha annunciato la volontà di continuare a fare pressione per ottenere ulteriori sistemi Patriot per Kiev, ma qui c’è un problema molto concreto: gli Stati Uniti stessi non ne hanno disponibilità illimitata.

Quindi bisogna trovare sistemi che non ci sono, soldi che non ci sono e nuove scorte da ricostituire.

Ma, evidentemente, siamo comunque sulla strada giusta.

Anche l’Europa dà una mano a sostenere il fronte

Nel frattempo l’Europa continua a contribuire alla strategia di Kiev anche sul piano umano, restringendo in alcuni casi la possibilità per nuovi cittadini ucraini di ottenere protezione se non risultano in regola con gli obblighi militari.

Il principio è abbastanza evidente: l’Ucraina ha bisogno di uomini.

E l’Europa lo sa.

Una parte dei cittadini ucraini che tenta oggi di lasciare il Paese lo fa anche per evitare la mobilitazione, mentre quelli già presenti in Europa continuano a beneficiare della protezione temporanea.

Così, mentre si parla di libertà, democrazia e sostegno al popolo ucraino, contemporaneamente si cerca di evitare che troppi uomini in età militare possano sottrarsi al reclutamento.

Del resto, se siamo quasi alla vittoria, qualcuno dovrà pur andare al fronte a completarla.

Gli ordigni esplosivi vicino a Sumy

Nelle stesse ore arrivano anche notizie tragiche dalla regione di Sumy, dove due persone sono morte e una terza è rimasta ferita dopo essere entrata in contatto con ordigni esplosivi.

In uno dei casi, secondo Ukrinform, un ciclista sarebbe passato sopra un ordigno ed è rimasto ucciso.

L’origine precisa degli esplosivi non è stata chiarita e questo rende inutile attribuire responsabilità senza elementi certi. È però un altro esempio delle conseguenze di una guerra che lascia sul territorio mine, ordigni inesplosi, munizioni e aree contaminate che continueranno a rappresentare un pericolo per i civili anche quando i combattimenti finiranno.

Human Rights Watch aveva già documentato nel 2022 l’utilizzo di mine antipersona da parte delle forze ucraine in alcune aree, ma naturalmente questo non significa che gli episodi attuali siano necessariamente collegati a quel fenomeno.

Significa semplicemente che in una guerra di questa portata, soprattutto nelle zone vicine al fronte, il rischio per i civili continua anche quando non cadono missili.

Fedorov torna sulla corruzione

Nel frattempo Mykhailo Fedorov continua ad attaccare uno dei problemi più gravi del sistema ucraino: la corruzione.

L’ex ministro della Difesa, già finito al centro delle polemiche dopo aver chiesto di preparare il ritorno alle elezioni, ha denunciato ancora una volta la diffusione della corruzione all’interno del Ministero della Difesa.

Secondo quanto riportato dal Kyiv Independent, Fedorov avrebbe affermato che durante il suo mandato ha visto centinaia di persone arricchirsi a spese del bilancio statale.

Tradotto: soldi pubblici.

E considerando quanto l’economia ucraina dipenda ormai dagli aiuti occidentali, una parte significativa di quei soldi pubblici arriva direttamente o indirettamente da noi.

È questo che rende il problema della corruzione ucraina anche un problema europeo.

Se l’Unione Europea ha già approvato decine di miliardi di nuovi aiuti, se altri ne verranno stanziati nei prossimi anni e se un ex ministro arriva a dire che centinaia di persone si sono arricchite sfruttando il bilancio della difesa, qualche domanda sarebbe legittima.

Eppure l’indignazione politica europea su questo punto rimane sorprendentemente contenuta.

Fedorov parla di elezioni e Zelensky chiude

Fedorov continua anche a sostenere la necessità di preparare il ritorno a un ciclo elettorale.

Dopo la sua prima apertura, però, le reazioni sono state durissime.

Zelensky ha chiuso alla possibilità di elezioni durante la guerra, arrivando a descriverne le conseguenze come potenzialmente devastanti per l’Ucraina.

Ed è curioso perché, se davvero il popolo ucraino è compatto intorno al governo, alla guerra e alla linea politica seguita finora, un voto dovrebbe semplicemente confermare questa unità.

Se invece le elezioni vengono considerate un rischio enorme, viene spontaneo chiedersi quanto sia davvero solido il consenso che ci viene continuamente raccontato.

Fedorov, dal canto suo, sta evidentemente costruendo una propria posizione politica attorno a due temi molto forti: corruzione e ritorno al voto.

Temi che, prima o poi, potrebbero diventare centrali se l’Ucraina dovesse realmente tornare alle urne.

Le vittime civili e il caso di Kryvyi Rih

Sul piano militare, intanto, continuano anche le vittime civili.

Uno degli episodi più gravi degli ultimi giorni riguarda l’attacco russo contro un centro commerciale a Kryvyi Rih, dove il bilancio è salito a 16 morti e numerosi feriti.

Un attacco del genere è ovviamente da condannare.

Ogni vittima civile è una vittima di troppo.

Ma anche qui è emerso un elemento ulteriore che ha aperto un’indagine interna in Ucraina.

Secondo le autorità della regione di Dnipropetrovsk, il direttore dell’esercizio commerciale sarebbe stato incriminato per negligenza perché, nonostante l’allarme antiaereo, il centro sarebbe rimasto aperto.

Tra il suono della sirena e l’impatto del primo drone sarebbero trascorsi circa venti minuti.

Gli investigatori stanno quindi cercando di capire perché il personale e i clienti non siano stati fatti evacuare o indirizzati verso i rifugi.

Questo naturalmente non cambia la responsabilità di chi ha lanciato l’attacco.

Ma dimostra quanto, in una situazione di guerra, ogni anello della catena di sicurezza sia fondamentale.

Se la popolazione si abitua agli allarmi, se gli esercizi commerciali continuano a lavorare nonostante le sirene e se la guerra viene percepita come una normalità quotidiana, basta un singolo attacco per trasformare una negligenza in una strage.

Fermare la guerra sarebbe il modo più efficace per evitare le vittime

Alla fine, però, si torna sempre allo stesso punto.

Ogni attacco che provoca vittime civili va condannato.

Quello russo.

Quello ucraino.

Qualunque sia il lato del confine.

Ma il modo più efficace per evitare nuove vittime non è continuare a rendere la guerra sempre più distruttiva, bensì trovare il modo di fermarla.

Oggi, invece, la strategia continua a essere quella dell’escalation.

Kiev colpisce sempre più in profondità sul territorio russo.

Mosca promette rappresaglie più pesanti.

Gli europei cercano nuovi Patriot.

Arrivano nuovi miliardi.

Si continua a parlare di vittoria.

E intanto il fronte si muove, l’Ucraina perde territorio, l’economia viene colpita, i civili muoiono e la corruzione continua a divorare una parte delle risorse.

Se questa è davvero la strada della vittoria, il problema è che dopo quattro anni e mezzo continuiamo ancora a non vedere dove porti.

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Danilo Torresi