Le conseguenze degli attacchi ucraini sul territorio russo stanno arrivando e, secondo Vladimir Putin, saranno ancora più pesanti. Il presidente russo ha parlato apertamente di “rappresaglie molto più distruttive”, sostenendo che Kiev avrebbe “aperto il vaso di Pandora” colpendo infrastrutture economiche e obiettivi civili in Russia. E il punto è che, guardando quello che sta succedendo nelle ultime settimane sul territorio ucraino, la risposta russa sembra essere già iniziata, soprattutto contro logistica, commercio, porti, infrastrutture e settori strategici dell’economia.
Per mesi ci hanno spiegato che gli attacchi ucraini contro raffinerie, depositi, magazzini e infrastrutture russe avrebbero costretto Mosca a cedere, a negoziare oppure addirittura ad arrendersi. La formula era sempre la stessa: colpire l’economia russa per mettere Putin sotto pressione. Il problema è che una strategia del genere non si svolge nel vuoto, e ogni escalation produce inevitabilmente una risposta.
Putin lo ha detto senza troppi giri di parole: secondo lui Kiev ha deciso autonomamente di alzare il livello dello scontro e ora dovrà aspettarsi conseguenze sui settori più sensibili della propria economia.
Gli obiettivi civili diventano legittimi solo quando li colpisce Kiev?
Quello che continua a stupirmi è il doppio standard con cui vengono raccontati gli attacchi da una parte e dall’altra. Per mesi abbiamo sentito condanne quotidiane contro la Russia per i bombardamenti sugli obiettivi civili ucraini, salvo poi accettare quasi senza discussione gli attacchi ucraini contro magazzini dell’e-commerce, depositi, infrastrutture economiche e altri obiettivi civili sul territorio russo.
Prima Wildberries, ora anche Ozon, uno dei principali colossi dell’e-commerce russo. Sono magazzini civili, strutture enormi, facili da colpire proprio perché non possono essere protette come un sito militare strategico e, soprattutto, producono immagini mediaticamente molto forti: fiamme, colonne di fumo, esplosioni, fotografie che fanno immediatamente il giro del mondo.
Militarmente, però, la domanda rimane: quanto spostano davvero l’equilibrio della guerra?
Perché colpire un magazzino può provocare un danno economico, può interrompere temporaneamente una catena logistica e certamente può produrre vittime, ma se contemporaneamente al fronte continui a perdere territorio, bisogna capire quale sia l’obiettivo finale della strategia.
L’obiettivo teorico dell’Ucraina dovrebbe essere respingere l’esercito russo e recuperare i territori occupati. Non conquistare Mosca.
E da questo punto di vista, dopo anni di attacchi in profondità, la situazione sul terreno non sembra essersi ribaltata.
Il piano per colpire gli aeroporti civili russi
A rendere ancora più evidente il livello dell’escalation c’è anche quanto riportato da The Atlantic su un piano sviluppato dai vertici militari ucraini per colpire gli aeroporti civili russi attraverso sciami di droni, potenzialmente guidati anche da sistemi di intelligenza artificiale.
L’obiettivo sarebbe stato isolare Mosca e aumentare la pressione sul Cremlino, costringendo Putin a sedersi al tavolo delle trattative.
Il piano, sempre secondo quanto riportato, sarebbe stato poi fermato da Zelensky.
Ma il punto rimane.
Se davvero l’Ucraina stava valutando un attacco sistematico contro aeroporti civili per paralizzare i collegamenti e colpire l’economia russa, allora diventa difficile continuare a sostenere che la guerra contro le infrastrutture civili sia una prerogativa esclusiva di Mosca.
Da una parte il bombardamento di un’infrastruttura civile viene raccontato come terrorismo o crimine.
Dall’altra diventa una strategia per mettere pressione sull’economia.
La differenza sembra dipendere soprattutto da chi lancia il drone.
Kursk avrebbe dovuto insegnare qualcosa
Il precedente più evidente rimane l’operazione ucraina nella regione di Kursk del 2024.
All’epoca una parte enorme della comunicazione occidentale presentò l’incursione come un successo strategico straordinario, quasi come l’inizio del ribaltamento della guerra. Le immagini dell’avanzata ucraina in territorio russo venivano trattate come la dimostrazione che Mosca fosse vulnerabile e che Kiev avesse finalmente ripreso l’iniziativa.
Già allora, però, diversi analisti avevano avvertito che quell’operazione avrebbe potuto avere conseguenze molto pesanti.
L’Ucraina aveva concentrato alcune delle proprie unità migliori in una zona che in quel momento era relativamente poco difesa, proprio perché Mosca non aveva schierato lì una presenza militare paragonabile a quella delle principali direttrici del fronte.
Quando la Russia ha deciso di reagire, ha respinto progressivamente le forze ucraine e ha creato una zona cuscinetto oltre il proprio confine.
Il risultato è stato Sumy.
Una nuova area di pressione militare che prima non esisteva nelle stesse dimensioni.
E questo è esattamente il problema delle escalation: magari producono un risultato immediato, magari servono per qualche settimana a mostrare immagini positive all’opinione pubblica, ma poi arriva la risposta dell’altra parte.
E se l’altra parte dispone di capacità militari maggiori, la risposta rischia di essere più pesante dell’attacco iniziale.
Putin: “Avete aperto il vaso di Pandora”
Putin sostiene che sia esattamente quello che sta accadendo adesso. Secondo la sua ricostruzione, Kiev ha deciso di attaccare sistematicamente infrastrutture economiche russe, puntando a logistica, commercio, raffinerie, depositi di carburante e magazzini, e quindi Mosca risponderà colpendo gli stessi settori in Ucraina.
Il messaggio è chiarissimo: se provate a interrompere la nostra logistica, noi interromperemo la vostra.
Se colpite la nostra economia, noi colpiremo la vostra.
E il problema per Kiev è che le capacità delle due parti non sono simmetriche.
I bombardamenti russi contro l’Ucraina producono danni molto più pesanti rispetto a quelli che Kiev riesce a provocare in Russia, soprattutto perché l’Ucraina ha sempre meno difese aeree e quasi nessuna capacità sufficiente contro i missili balistici.
Questo significa che mentre Kiev può incendiare una raffineria, un deposito o un magazzino russo, Mosca può contemporaneamente colpire porti, ferrovie, infrastrutture energetiche, depositi, nodi logistici e stabilimenti industriali ucraini su una scala molto più ampia.
Ed è esattamente quello che stiamo vedendo.
Le colonne di fumo fanno notizia, il fronte molto meno
Gli attacchi ucraini in Russia hanno sicuramente provocato danni e nessuno li nega. Raffinerie colpite, depositi incendiati, magazzini distrutti e problemi temporanei nella distribuzione del carburante sono reali.
La domanda però è sempre la stessa: questi danni hanno modificato la situazione al fronte?
Putin sostiene di no.
E, almeno guardando le mappe, è difficile sostenere il contrario.
Anche ISW, pur con tutte le cautele e le formule utilizzate nei propri report, continua a registrare avanzate russe in diversi settori. DeepState ha segnalato nuove perdite territoriali ucraine e la linea del fronte continua lentamente a spostarsi verso le ultime grandi città fortificate del Donbass.
Le mappe parlano più dei titoli.
Puoi leggere ogni giorno che una determinata avanzata non è confermata o che un progresso è minimo, poi confronti la carta di qualche mese fa con quella attuale e scopri che la zona sotto controllo russo è aumentata.
Quindi gli attacchi contro l’economia russa producono certamente un effetto mediatico, ma non hanno finora ribaltato la situazione militare.
Ozon, Wildberries e la logica degli obiettivi “facili”
Gli attacchi contro grandi magazzini come Wildberries e Ozon mostrano anche un altro aspetto della strategia.
Sono obiettivi relativamente facili.
Un impianto militare importante viene protetto da sistemi di difesa aerea, contromisure elettroniche e strutture di sicurezza. Un enorme magazzino commerciale, invece, molto meno.
Se un drone riesce ad arrivare su un sito del genere, il danno visivo può essere enorme: un incendio in un deposito pieno di merci produce colonne di fumo impressionanti e immagini perfette per la propaganda.
Il valore militare, invece, può essere limitato.
E qui nasce un’altra contraddizione: gli obiettivi civili vengono reinterpretati come obiettivi legittimi perché colpiscono l’economia.
Ma allora lo stesso ragionamento può essere applicato dalla Russia alle infrastrutture ucraine?
Se un porto commerciale viene utilizzato anche per la logistica militare, diventa legittimo?
Se una ferrovia trasporta armi, diventa legittima?
Se un deposito civile sostiene indirettamente l’economia di guerra, diventa legittimo?
È un terreno pericolosissimo, perché una volta accettata questa logica quasi ogni infrastruttura civile può essere trasformata in un obiettivo.
Ed è esattamente il “vaso di Pandora” di cui parla Putin.
La risposta russa è già iniziata
Mosca promette rappresaglie contro i settori più sensibili dell’economia ucraina, ma la sensazione è che non serva nemmeno aspettare.
Gli attacchi degli ultimi giorni stanno già colpendo pesantemente logistica, trasporti, commercio, porti e infrastrutture energetiche.
Kiev è sempre più vulnerabile perché i sistemi Patriot e gli intercettori disponibili non sono sufficienti, mentre gli Stati Uniti stessi hanno consumato enormi quantità di munizioni nelle altre crisi internazionali.
La conseguenza è semplice: una percentuale sempre maggiore dei missili russi raggiunge gli obiettivi.
E, se l’obiettivo ucraino era mettere in ginocchio Mosca attraverso la guerra economica, il rischio è che il risultato sia una rappresaglia molto più pesante contro un’economia ucraina che partiva già da una situazione infinitamente più fragile.
Eppure ci dicono che Kiev è “sulla strada della vittoria”
Dentro questo quadro arriva anche il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul, che sostiene di vedere l’Ucraina sulla strada della vittoria e dichiara di scommettere sul successo di Kiev.
Prima o poi, continuando a ripeterlo, magari un giorno qualcuno potrà anche dire di aver avuto ragione.
Ma siamo a quattro anni e mezzo di guerra.
E dopo quattro anni e mezzo il problema non è quello che speravamo accadesse nel 2022, ma quello che è realmente successo.
L’Ucraina ha perso una parte enorme del proprio territorio, la sua economia dipende completamente dagli aiuti occidentali, le infrastrutture vengono distrutte, il Paese ha una gravissima carenza di uomini, la difesa aerea è sempre più debole e al fronte continua a perdere terreno.
Nel frattempo anche l’Europa ha pagato un prezzo economico enorme.
Quindi quando sento parlare ancora di “strada della vittoria”, la domanda è inevitabile: quanto deve essere lunga questa strada?
Perché dopo quattro anni e mezzo sarebbe anche il caso di vedere qualche indicazione che stiamo andando nella direzione giusta.
Il problema non è se la Russia subisce danni
Qualcuno continua a rispondere che anche la Russia sta pagando un prezzo.
Certo che lo sta pagando.
Ha subito perdite militari, economiche e infrastrutturali enormi.
Ma il punto non è questo.
Il punto è capire se quelle perdite migliorano la nostra situazione.
Io vivo in Europa, non in Russia. I miei soldi e quelli degli altri contribuenti europei vengono utilizzati per finanziare Kiev, per comprare armi, per aumentare la spesa militare e per sostenere una guerra che continua a produrre conseguenze economiche anche qui.
Quando vado a fare la spesa, quando pago il carburante, quando vedo i problemi della sanità, delle infrastrutture, delle strade, dei servizi pubblici, mi interessa capire quale vantaggio concreto stiamo ottenendo da questa strategia.
Sapere che anche un cittadino russo paga di più la benzina non risolve il mio problema.
Sapere che è bruciata una raffineria a centinaia di chilometri da Mosca non ripara una strada italiana, non riduce una lista d’attesa in ospedale e non aumenta uno stipendio europeo.
E soprattutto non restituisce all’Ucraina il territorio che continua a perdere.
Questo è il punto che viene continuamente evitato.
Non basta dimostrare che anche la Russia subisce danni.
Bisogna dimostrare che la strategia che stiamo finanziando porta al risultato che diciamo di voler ottenere.
Finora, guardando il fronte e guardando ciò che sta accadendo all’Ucraina, quel risultato non si vede.
Anzi, il rischio è che ogni nuova escalation produca esattamente ciò che diversi analisti avevano previsto fin dall’inizio: una risposta russa più pesante, nuovi danni per Kiev e nessun cambiamento decisivo sul campo di battaglia.
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