RECLUTE DI KIEV DISERTANO DURANTE L’ADDESTRAMENTO IN GERMANIA


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Le reclute ucraine scappano direttamente dai centri di addestramento e, questa volta, la conferma arriva anche dalla Germania. Era già emerso qualcosa di simile in passato da altri Paesi europei coinvolti nell’addestramento delle forze di Kiev, ma il dato importante è un altro: da mesi, se non da anni, l’esercito ucraino lamenta una carenza sempre più grave di uomini da mandare al fronte, mentre quelli che già combattono sono costretti a restare in prima linea per periodi lunghissimi, spesso in condizioni sempre peggiori.

Ci sono state testimonianze di soldati rimasti per giorni senza rifornimenti adeguati, con carenze di cibo e persino di acqua potabile, mentre i bombardamenti russi contro strade, ferrovie, nodi logistici e infrastrutture rendono ancora più difficile far arrivare ciò che già scarseggiava. E alla fine ritorniamo sempre allo stesso punto: per quanto ci abbiano raccontato che i droni avrebbero rivoluzionato completamente la guerra, nel 2026 servono ancora uomini, servono soldati e serve qualcuno disposto ad andare al fronte.

E qui cominciano i problemi.

Perché questa guerra, che continua a essere presentata come quasi vinta grazie a una Russia che sarebbe in difficoltà, senza benzina e vicina al collasso, evidentemente non convince moltissimo proprio quelli che dovrebbero andare a combatterla. Molti cercano di evitare la mobilitazione, altri si nascondono, altri ancora vengono fermati per strada e portati nei centri di reclutamento, mentre qualcuno, una volta arrivato all’addestramento, approfitta della prima occasione per andarsene.

Se non riesce a farlo durante l’addestramento, può provarci una volta arrivato al fronte.

Ed è un problema che gli stessi comandanti ucraini avevano iniziato a denunciare mesi fa, quando ancora emergevano più apertamente testimonianze sulle condizioni delle nuove reclute. Si parlava di uomini pochi, addestrati in fretta, scarsamente motivati e che spesso, al primo vero scontro, non combattevano oppure abbandonavano le posizioni. Una situazione che finiva addirittura per peggiorare le cose, perché i comandi pianificavano le operazioni contando su numeri che poi, nel momento decisivo, non esistevano più.

Anche la Germania conferma le diserzioni

Adesso il Ministero federale della Difesa tedesco ha confermato di essere a conoscenza di casi di diserzione tra soldati ucraini durante l’addestramento in Germania.

La formula utilizzata è naturalmente molto prudente: si parla di “casi isolati” e non vengono forniti ulteriori dettagli. Il portavoce dell’Alto Comando dell’addestramento di Strausberg, vicino a Berlino, ha ammesso l’esistenza degli episodi soltanto in seguito a una richiesta di informazioni, precisando inoltre che le forze armate tedesche non avrebbero alcun ruolo nell’identificazione dei disertori e che la questione riguarderebbe esclusivamente le autorità ucraine.

Tradotto: sappiamo che qualcuno è scappato, ma per i numeri e per tutto il resto chiedete a Kiev.

E campa cavallo.

Perché è difficile immaginare che il governo ucraino arrivi spontaneamente a spiegare quanti uomini siano effettivamente fuggiti, quanti abbiano disertato durante l’addestramento o quanti abbiano abbandonato le unità una volta arrivati al fronte. È lo stesso problema che abbiamo con molte altre statistiche della guerra: quando il dato diventa politicamente scomodo, semplicemente smette di essere dettagliato.

Lo abbiamo visto con le perdite ucraine, che vengono comunicate molto meno rispetto a quelle russe, e lo abbiamo visto anche con gli attacchi missilistici, quando le percentuali di intercettazione hanno iniziato a diventare sempre più difficili da sostenere.

Se il numero non aiuta la narrazione, il numero tende a sparire.

Dopo quattro anni e mezzo, qualcuno non vuole più andare a morire

Francamente non mi sembra neppure così difficile da capire.

Dopo quattro anni e mezzo di guerra, guardando come sta andando realmente il conflitto e non come viene raccontato nei titoli più ottimistici, è abbastanza comprensibile che una parte della popolazione non voglia andare al fronte.

Chi è riuscito a lasciare il Paese lo ha fatto spesso anni fa. Chi è rimasto cerca, quando può, di evitare la mobilitazione. Chi viene reclutato controvoglia può tentare di scappare durante l’addestramento oppure una volta arrivato in prima linea.

Perché dovrebbe sorprendere?

Il problema sarebbe capire quale sia oggi l’obiettivo realistico della guerra.

Se l’obiettivo rimane la vittoria militare, allora Kiev dovrebbe riconquistare i territori occupati, respingere le forze russe verso i confini precedenti e recuperare progressivamente le regioni perdute. Quella sarebbe una vittoria militare.

Tutto il resto può avere un effetto mediatico enorme, può produrre una colonna di fumo in Russia, può colpire una raffineria o un deposito e può diventare virale per qualche ora, ma non cambia necessariamente l’equilibrio territoriale della guerra.

E chi deve partire per il fronte questo probabilmente lo vede molto meglio di chi guarda il conflitto da migliaia di chilometri di distanza.

Gli arruolamenti forzati e la tensione dentro l’Ucraina

La tensione intorno al reclutamento continua infatti a crescere.

Secondo quanto riportato dal Kyiv Independent, a Leopoli un ufficiale addetto al reclutamento, un uomo di 55 anni, è stato accoltellato mentre controllava i documenti ed è morto durante il trasporto in ospedale. Un sospettato di 25 anni è stato successivamente ferito a una gamba dalla polizia e arrestato.

È un episodio gravissimo, naturalmente, e non può essere giustificato. Ma racconta comunque il livello di tensione raggiunto intorno alla mobilitazione.

Da mesi circolano immagini di uomini fermati per strada, tirati fuori da automobili, locali e abitazioni, mentre le proteste dei familiari continuano in varie città. La gente normale non vuole vedere figli, mariti o nipoti partire per un fronte dal quale teme che non torneranno.

E questa tensione aumenta proprio perché manca la rotazione.

Se non arrivano nuove reclute, quelli già schierati non possono essere sostituiti. Se non possono essere sostituiti, rimangono al fronte più a lungo. Se rimangono al fronte più a lungo mentre i rifornimenti peggiorano e la pressione russa aumenta, il morale inevitabilmente crolla.

È un circolo vizioso.

L’Europa prova a chiudere anche la via di fuga

In questo quadro entra anche la nuova politica europea sulla protezione temporanea per gli ucraini.

Il Consiglio dell’Unione Europea ha prorogato fino al 4 marzo 2028 il regime di protezione temporanea per gli ucraini già beneficiari, mantenendo quindi per milioni di persone l’accesso ai diritti e alle forme di assistenza previste nei diversi Paesi membri.

Il problema riguarda chi arriva adesso.

Secondo le nuove condizioni, per alcuni nuovi richiedenti diventa molto più difficile ottenere la stessa protezione se risultano non in regola con gli obblighi militari previsti in Ucraina. Ed è qui che la questione diventa politicamente interessante, perché l’Europa si trova di fatto davanti a una contraddizione evidente.

Da una parte sostiene di difendere libertà, democrazia e diritti.

Dall’altra sa benissimo che Kiev ha una carenza enorme di uomini e, restringendo le possibilità per chi tenta di lasciare oggi il Paese, contribuisce indirettamente a ridurre una delle vie di fuga dalla mobilitazione.

In parole povere, chi è scappato anni fa mantiene la protezione; chi prova a farlo adesso rischia di trovarsi davanti una porta molto meno aperta.

Il momento in cui avviene non è irrilevante.

Kiev ha bisogno di uomini

Perché tutto questo succede mentre l’Ucraina ha un problema evidentissimo di personale militare.

Non di carri armati.

Non soltanto di missili.

Non soltanto di droni.

Di uomini.

I soldati servono ancora, perché qualcuno deve tenere le trincee, controllare il territorio, difendere le posizioni, sostituire i feriti e garantire la rotazione delle unità.

E quando gli uomini non ci sono più, puoi avere tutta la tecnologia che vuoi, ma il problema resta.

Per questo le diserzioni durante l’addestramento in Germania sono molto più importanti di quanto sembri il piccolo trafiletto di agenzia che le racconta. Non sono soltanto l’episodio di qualcuno che scavalca un recinto e se ne va, ma il sintomo di una guerra che sta chiedendo sempre più uomini a una società che sembra disposta a darne sempre meno.

Nel frattempo le priorità sembrano altre

E tutto questo accade mentre Zelensky firma sanzioni contro Masha e Orso.

Un cartone animato per bambini.

Si può certamente sostenere che anche la propaganda culturale abbia un ruolo durante una guerra, che una produzione russa possa veicolare elementi della cultura nazionale e che Kiev voglia limitare qualsiasi forma di influenza proveniente da Mosca. Ma quando il Paese ha problemi con il commercio, con i porti, con le infrastrutture, con l’economia, con la corruzione, con il reclutamento e soprattutto con il fronte, è difficile non notare quanto surreale possa apparire l’ordine delle priorità.

Il problema per la sicurezza nazionale è davvero Masha e Orso?

Oppure sono i soldati che non arrivano, quelli che scappano, quelli che rimangono mesi in prima linea senza essere sostituiti e una guerra che continua a consumare il Paese?

Il punto che nessuno vuole dire apertamente

Alla fine la questione è molto semplice.

Kiev ha bisogno di uomini perché non riesce più a garantire una rotazione sufficiente al fronte, e l’Europa sa perfettamente che questo problema esiste. Per questo diventano importanti sia le notizie sulle diserzioni sia le nuove regole sulla protezione dei cittadini ucraini che arrivano nel territorio europeo.

Il problema è che ammettere apertamente una crisi così grave di personale significherebbe anche ammettere qualcosa di molto più scomodo: la guerra non sta andando come viene raccontata.

Per questo è molto più semplice concentrare l’attenzione sui droni ucraini che colpiscono in profondità il territorio russo, sulle raffinerie che bruciano e sulle colonne di fumo che producono immagini perfette per i social. Sono risultati visibili, spettacolari e mediaticamente efficaci.

Ma una colonna di fumo non sostituisce un battaglione.

Un drone che colpisce una raffineria non riconquista il Donbass.

E soprattutto non convince automaticamente una recluta a rischiare la vita in una guerra della quale, dopo quattro anni e mezzo, diventa sempre più difficile spiegare quale sia il punto di arrivo realistico.

Quando persino durante l’addestramento in Germania qualcuno decide che la scelta migliore sia scappare, forse il problema non è più soltanto il reclutamento.

Forse il problema è la guerra stessa.

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Danilo Torresi