I “VOLENTEROSI” VANNO AL FRONTE? AH NO, SI RIUNISCONO A KIEV


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Siamo salvi: tornano i volenterosi. Lunedì saranno a Kiev per il 35º anniversario dell’indipendenza ucraina e, naturalmente, per riaffermare il loro “incrollabile sostegno al popolo ucraino e alla sua lotta per preservare la sovranità e l’indipendenza”.

Un sostegno incrollabile che, a giudicare dai risultati, ha funzionato benissimo. L’Ucraina ha perso una parte enorme del proprio territorio, continua a perdere terreno nel Donbass, ha sempre meno difese contro i missili balistici russi, la logistica è sotto pressione, il commercio è stato colpito duramente, i porti lavorano con enormi difficoltà, il governo è continuamente investito da scandali sulla corruzione e persino le nuove reclute cominciano a scappare dai campi di addestramento. Però arrivano i volenterosi a ribadire il sostegno.

Per un attimo avevo pensato che magari volessero andare al fronte. Poi mi sono ricordato che, evidentemente, il fronte è riservato agli ucraini.

Kiev senza intercettori e l’Europa senza missili

Il problema più immediato è ormai abbastanza chiaro: Kiev ha sempre meno missili intercettori e contro gli attacchi balistici russi la situazione è diventata drammatica. Quando i sistemi in grado di intercettare quelle minacce vengono meno, una percentuale sempre maggiore degli attacchi riesce ad arrivare sugli obiettivi, con conseguenze enormi per infrastrutture, logistica, trasporti e capacità industriale.

L’Europa, nel frattempo, non dispone di scorte infinite da mandare all’Ucraina, e anche quando vorrebbe continuare a comprare nuovi intercettori dagli Stati Uniti si trova davanti a due problemi molto semplici: servono miliardi e gli americani stessi non hanno più disponibilità illimitate.

Quindi l’Europa dovrebbe trovare altri soldi per comprare sistemi americani da regalare a Kiev, mentre si parla già di decine e decine di miliardi da reperire nei prossimi anni. Alla fine il punto è sempre lo stesso: quei soldi non crescono sugli alberi, arrivano dalle tasse che già paghiamo e dalle risorse che potrebbero essere destinate ad altri settori, come sanità, istruzione, ricerca, stipendi e pensioni.

Ma evidentemente nel 2026 la sanità è diventata un lusso, la pensione quasi un vezzo e la scuola un accessorio, mentre trovare miliardi per i missili sembra essere diventata una necessità imprescindibile.

Tanto, a giudicare dalle nostre classi dirigenti, uno potrebbe anche chiedersi a che cosa serva studiare così tanto. C’è chi passa anni a laurearsi in medicina o ingegneria, affronta turni massacranti e responsabilità enormi per qualche migliaio di euro al mese, mentre altri possono risparmiarsi tutta quella fatica e intraprendere direttamente una carriera politica.

Al fronte, però, la guerra continua a essere persa

Mentre si preparano visite, dichiarazioni solenni e nuovi pacchetti di sostegno, la Russia continua a erodere territorio ucraino. Un altro centro abitato è passato sotto controllo russo e le forze di Mosca si avvicinano sempre di più alle ultime grandi città fortificate del Donbass.

Il fronte, curiosamente, sembra essere diventato sempre meno importante nel racconto occidentale proprio mentre continua ad andare male per Kiev. Si parla molto di attacchi in profondità contro la Russia, di droni, di esplosioni, di raffinerie colpite e di colonne di fumo, ma alla fine una guerra territoriale si vince recuperando il territorio perso, non semplicemente colpendo un deposito a centinaia di chilometri di distanza.

E oggi Kiev non riesce a riconquistare praticamente nulla.

ISW continua a segnalare avanzate russe, progressi a Kostiantynivka, attività a Kupiansk, movimenti nell’area di Dobropillia e nuove infiltrazioni a Zaporižžja, mentre le mappe continuano lentamente a cambiare colore.

Non serve che ogni avanzata sia enorme. Se ogni giorno perdi un pezzo, alla fine il pezzo diventa grande.

E intanto i volenterosi ribadiscono il sostegno.

La Germania vuole altri 12 miliardi di missili

Dentro questo clima arriva anche la Germania, che secondo Politico starebbe pianificando un nuovo arsenale di armi a lungo raggio per un valore di circa 12 miliardi di euro, ufficialmente destinato a “scoraggiare la Russia”.

Bisogna sempre aggiungere questa parte, naturalmente.

Non stiamo costruendo armi per prepararci alla guerra.

Costruiamo armi per la pace.

Missili balistici, sistemi a lungo raggio, capacità di colpire a centinaia o addirittura migliaia di chilometri dietro il fronte, centri di comando, aeroporti, lanciatori, nodi logistici, ma tutto rigorosamente per scoraggiare Mosca.

La Germania vuole dotarsi di sistemi capaci di colpire in profondità sul territorio avversario, ma il concetto comunicativo resta quello della deterrenza, perché dire apertamente “stiamo costruendo strumenti per poter colpire la Russia” probabilmente suonerebbe meno rassicurante.

Il punto interessante è che la Russia questi strumenti li ha già.

Ne ha molti.

ISW ha persino sostenuto recentemente che Mosca starebbe accumulando missili balistici e da crociera perché ne produce più di quanti ne utilizzi in alcune fasi della guerra. Quindi i russi possiedono già enormi capacità di attacco a lungo raggio, ma evidentemente questo non ha scoraggiato né l’Ucraina né i Paesi occidentali dal colpire sempre più in profondità sul territorio russo.

La Gran Bretagna ha fornito droni, Kiev li utilizza contro la Russia, gli attacchi sono aumentati e gli europei continuano a sostenere queste operazioni.

Allora la domanda è semplice: se i missili russi non hanno scoraggiato noi, perché i missili tedeschi dovrebbero improvvisamente scoraggiare loro?

Non è possibile che il risultato sia esattamente opposto, cioè convincere Mosca che l’Europa sta diventando una minaccia militare sempre più concreta e che quindi debba armarsi ancora di più?

Il missile “a basso costo” che ci salverà nel 2027

Politico parla anche di un nuovo missile da crociera “a basso costo” che la Germania vorrebbe iniziare a schierare già nel 2027.

E qui entra in gioco una comunicazione quasi pubblicitaria.

Basso costo.

Rapido.

Pronto già nel 2027.

Sembra la promozione del centro commerciale: compri qualcosa di cui non avevi bisogno perché ti dicono che è scontato. Costava mille, ora costa cinquecento, quindi ti convinci di aver risparmiato cinquecento euro. In realtà ne hai spesi cinquecento che prima non avresti speso.

Il principio è abbastanza simile.

Dodici miliardi di euro per nuovi sistemi d’arma diventano improvvisamente accettabili perché una parte dei missili sarà “a basso costo” e perché arriverà rapidamente. Nell’immaginario dell’opinione pubblica il messaggio diventa: tranquilli, i vostri soldi sono spesi bene, avremo presto strumenti economici ed efficaci che garantiranno la pace.

Peccato che nel frattempo ci venga detto anche che la Russia sarebbe quasi fallita, che la sua economia starebbe crollando, che le sanzioni funzionano e che Mosca sarebbe sempre più debole.

Quindi dobbiamo spendere decine di miliardi per costruire missili capaci di affrontare un Paese che, a quanto pare, starebbe già crollando da solo.

La logica continua a essere curiosa.

Il riarmo deve arrivare nel 2030, ma la minaccia sarebbe già oggi

C’è poi un’altra contraddizione che continua a tornare.

Uno degli argomenti principali utilizzati per giustificare il riarmo europeo è che la Russia potrebbe attaccare l’Europa nei prossimi anni. Per questo dobbiamo essere pronti entro il 2030 o il 2035.

Benissimo.

Ma se Mosca vuole davvero attaccarci, ed è già pronta oggi, perché dovrebbe aspettare tranquillamente che noi completiamo il riarmo?

Ci manda un messaggio e ci dice di prendercela comoda?

Aspetta che la Germania costruisca i missili, che la NATO aumenti la produzione, che gli europei portino la spesa militare al livello richiesto e poi, quando siamo pronti, parte?

La stessa premessa del riarmo crea un problema logico evidente: o la minaccia è immediata, e allora aspettare dieci anni non ha senso, oppure non è immediata, e allora forse il racconto dell’invasione imminente viene utilizzato anche per giustificare una scelta politica e industriale già presa.

Più il fronte peggiora, più aumentano le promesse

Nel frattempo, al fronte, la Russia continua a guadagnare terreno. Mosca ha annunciato la conquista di un altro centro abitato nel Donetsk, mentre ISW segnala progressi, seppure in alcuni casi limitati o non ancora completamente confermati, in diversi settori.

A Kostiantynivka vengono registrati nuovi avanzamenti russi, a Kupiansk continuano le segnalazioni di progressi, nell’area di Dobropillia persistono combattimenti e a Zaporižžja vengono riportate nuove missioni di infiltrazione.

Ma ormai il fronte sembra essere quasi un dettaglio.

Quello che deve arrivare all’opinione pubblica è sempre un equilibrio molto preciso: la situazione deve andare abbastanza bene da giustificare altri miliardi per continuare, ma abbastanza male da convincerci che la Russia rappresenti una minaccia e che quindi dobbiamo riarmarci.

La Russia deve essere contemporaneamente debole e fortissima.

Quasi sconfitta, ma pronta a invadere l’Europa.

Senza benzina, ma capace di produrre più missili di quanti ne utilizzi.

Sul punto di fallire, ma abbastanza pericolosa da giustificare centinaia di miliardi di spesa militare.

E i bombardamenti continuano da entrambe le parti

Nelle ultime ore il Ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver intercettato 457 droni ucraini diretti contro il territorio della Federazione, mentre Mosca sostiene di aver colpito in Ucraina infrastrutture ferroviarie, centri logistici, depositi e strutture utilizzate per la produzione o lo stoccaggio di componenti militari.

Naturalmente queste sono dichiarazioni russe e devono essere considerate come tali, esattamente come quelle ucraine vengono considerate dichiarazioni provenienti da Kiev.

Il problema è che nel racconto occidentale si tende spesso a mostrare quasi esclusivamente una parte degli attacchi. Quando la Russia colpisce Kiev, l’attenzione va immediatamente agli edifici civili e alle vittime, ed è giusto che queste vengano raccontate. Quando centinaia di droni ucraini vengono lanciati contro il territorio russo, l’episodio viene invece molto più facilmente presentato come parte della legittima strategia di difesa.

La guerra però rimane la stessa da entrambe le parti.

Si lanciano missili.

Si lanciano droni.

Si colpiscono infrastrutture.

Si cerca di danneggiare la capacità economica e militare dell’avversario.

E mentre tutto questo continua, i volenterosi arrivano a Kiev per riaffermare ancora una volta il loro “incrollabile sostegno”.

Incrollabile, sicuramente. E i risultati?

Forse sarebbe arrivato il momento di smettere di misurare il successo in base alla quantità di dichiarazioni, visite ufficiali, miliardi stanziati e sistemi d’arma promessi, e iniziare a guardare semplicemente ciò che è accaduto sul terreno.

L’Ucraina ha perso circa un quinto del proprio territorio.

Le sue difese aeree sono sempre più deboli.

La logistica viene colpita continuamente.

La corruzione continua a emergere ai livelli più alti.

Le reclute scarseggiano.

Le città fortificate del Donbass sono sempre più sotto pressione.

L’Europa ha speso e promette di spendere ancora decine e decine di miliardi.

E adesso la risposta sarebbe costruire altri missili.

Naturalmente per la pace.

A questo punto i volenterosi possono anche tornare a Kiev ogni settimana a riaffermare il loro sostegno incrollabile, ma prima o poi qualcuno dovrebbe iniziare a chiedere una cosa molto più semplice: dopo tutti questi anni, tutti questi soldi, tutte queste armi e tutte queste promesse, il risultato concreto quale sarebbe?

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Danilo Torresi