La Russia sarebbe praticamente allo sbando: benzina che manca, code ai distributori, raffinerie in fiamme, colonne di fumo visibili ovunque e un’economia che starebbe per cedere. Questo è il racconto che continua ad arrivare da buona parte delle agenzie e dei media occidentali. Poi però, nello stesso giorno, arrivano le notizie dal fronte e scopri che Kiev ha perso altro terreno, che le forze russe continuano ad avanzare a Sumy e nel Donetsk, che gli attacchi su larga scala contro l’Ucraina proseguono e che Mosca, secondo ISW, starebbe addirittura accumulando missili balistici e da crociera per continuare a colpire.
Allora bisogna mettersi d’accordo, perché o la Russia è sul punto di crollare oppure rappresenta una minaccia esistenziale per l’Europa. Le due cose possono anche convivere per un certo periodo, ma non possono diventare contemporaneamente il mantra da utilizzare a seconda della necessità politica del momento: quando bisogna convincere l’opinione pubblica che la guerra sta andando bene, la Russia è quasi fallita; quando invece bisogna giustificare il riarmo, la spesa militare e il coinvolgimento sempre maggiore dei Paesi europei, Mosca torna immediatamente a essere una minaccia capace di invadere mezzo continente.
Ed è proprio dentro questa contraddizione che si inserisce tutta la storia dei droni, degli sconfinamenti, dei depositi di armi “russi”, delle incursioni sospette e degli allarmi continui che arrivano da Romania, Lettonia, Finlandia, Germania e dagli altri Paesi dell’Europa orientale.
Droni ovunque, ma poi spesso si scopre che erano ucraini
In Romania un caccia F-16 ha distrutto un drone marino carico di esplosivi diretto verso un giacimento di gas. Le autorità hanno sottolineato che non proveniva dall’Ucraina e, pur senza indicarne con certezza l’origine, il presidente romeno ha accusato direttamente la Russia, parlando di un numero crescente di incidenti irresponsabili da parte della Federazione Russa e della necessità di restare vigili insieme agli alleati NATO.
Nel frattempo Ursula von der Leyen ha parlato di una vera e propria campagna di guerra ibrida, sostenendo che queste provocazioni servirebbero a intimidire i cittadini europei e a dividere l’Unione.
Il problema è che, quando si va a guardare nel dettaglio molti degli episodi degli ultimi mesi, il quadro diventa meno lineare.
Basta prendere il drone abbattuto in Lettonia il 14 agosto. Nei primi report il contesto era costruito intorno alla Russia: Lettonia confinante con la Russia, incursioni nei Paesi baltici, minaccia crescente, caccia NATO in volo. Dopo le indagini, però, le forze armate lettoni hanno comunicato che quel drone era di origine ucraina e che aveva violato lo spazio aereo lettone durante gli attacchi di Kiev contro obiettivi russi.
Quindi era ucraino.
E non è il primo caso.
Negli ultimi mesi diversi droni diretti verso la Russia hanno deviato dalla loro rotta entrando nello spazio aereo di Paesi baltici o dell’Europa orientale. Alcuni sono stati attribuiti inizialmente, direttamente o indirettamente, alla Russia; successivamente è emerso che erano ucraini o che comunque non esistevano prove per attribuirli a Mosca.
Il meccanismo mediatico, però, funziona sempre nello stesso modo: quando c’è anche solo il sospetto che un drone sia russo, la parola Russia entra immediatamente nei titoli; quando invece l’origine è incerta o comincia a emergere una possibile provenienza ucraina, diventa improvvisamente un “drone non identificato”.
Il risultato è che nell’immaginario collettivo rimane comunque la minaccia russa.
Anche in Finlandia basta il sospetto
Lo stesso schema si ripete con un presunto sconfinamento aereo in Finlandia. Il Ministero della Difesa finlandese ha comunicato di sospettare che un aereo russo possa aver violato lo spazio aereo nazionale nel Golfo di Finlandia.
Sospetta.
Forse ha sconfinato.
Forse era russo.
È in corso un’indagine.
Però la notizia è già sufficiente per alimentare la percezione di una nuova provocazione.
Chi conosce minimamente la geografia del Baltico sa che in quell’area gli spazi aerei nazionali sono molto vicini, con corridoi stretti e rotte militari che passano continuamente a ridosso dei confini. I caccia dei Paesi NATO si alzano regolarmente in volo per controllare gli aerei russi, esattamente come succede da anni.
Questo non significa che gli sconfinamenti non possano avvenire, ma significa che una presunta violazione ancora da accertare non può essere automaticamente trasformata nella prova dell’imminente invasione dell’Europa.
Eppure è proprio questa la sensazione che viene continuamente alimentata.
La minaccia deve restare sempre accesa
Dal punto di vista comunicativo il meccanismo è perfetto. Quando la situazione al fronte peggiora, quando gli attacchi russi diventano più pesanti e quando diventa difficile sostenere che Kiev stia recuperando terreno, aumenta contemporaneamente il racconto della minaccia russa contro l’Europa.
Droni.
Aerei.
Guerra ibrida.
Sabotaggi.
Depositi clandestini.
Possibili infiltrazioni.
Tutto contribuisce a mantenere altissima la tensione e, soprattutto, a rendere più accettabile per l’opinione pubblica l’aumento continuo della spesa militare.
Se il cittadino percepisce la Russia come una minaccia immediata, sarà molto meno portato a chiedersi perché miliardi di euro vengano spostati verso il riarmo invece che verso sanità, energia, salari o riduzione delle tasse.
Allo stesso tempo, però, bisogna continuare a raccontargli che la Russia è vicina al collasso, altrimenti qualcuno potrebbe iniziare a domandarsi perché dopo anni di sanzioni, armi, miliardi e sacrifici economici la situazione militare continui a muoversi nella direzione opposta.
La formula diventa quindi: la Russia è fortissima quando dobbiamo avere paura, ma è debolissima quando dobbiamo credere che stiamo vincendo.
Comodo.
Il “deposito segreto russo” con due pistole
Un altro esempio arriva dalla Germania, dove le autorità hanno scoperto vicino a Berlino un presunto deposito clandestino di armi attribuito ai servizi segreti russi.
Il titolo è perfetto: deposito segreto di armi russe in Germania.
Poi vai a leggere e scopri che, in un nascondiglio nella regione del Brandeburgo, sono state trovate due pistole.
Due.
Le autorità sostengono che il deposito potrebbe essere stato predisposto per agenti incaricati di compiere operazioni clandestine sul territorio tedesco, comprese azioni violente o omicidi mirati. La Procura generale sta indagando e l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione ritiene possibile un collegamento con i servizi russi.
Possibile.
Presunto.
In fase di indagine.
Nel titolo, però, è già russo.
Ed è proprio questa trasformazione continua del sospetto in certezza narrativa che dovrebbe almeno farci porre qualche domanda.
Intanto la Russia sarebbe senza benzina
Mentre si moltiplicano gli allarmi sulla minaccia russa, le stesse agenzie continuano a raccontare una Russia quasi senza carburante.
Le Monde riporta che le difficoltà starebbero iniziando a colpire anche San Pietroburgo, dove alcune compagnie petrolifere avrebbero introdotto limiti alle vendite di benzina. Gazprom avrebbe reintrodotto un tetto di 60 litri in alcune stazioni e continuano a circolare fotografie di code ai distributori.
Che l’Ucraina abbia colpito duramente una parte delle infrastrutture energetiche russe è evidente, così come è evidente che alcuni attacchi alle raffinerie abbiano creato problemi locali e temporanei.
Ma da qui a raccontare un Paese completamente senza benzina ce ne passa.
Le stesse fonti locali parlano spesso di carenze circoscritte, di singole tipologie di carburante indisponibili o di problemi limitati a determinate stazioni, mentre il racconto internazionale tende inevitabilmente a trasformare tutto nel segnale che la Russia sia finalmente vicina al collasso.
È fatta.
Manca la benzina.
Abbiamo vinto.
Poi però arriva ISW.
ISW certifica nuove avanzate russe
Secondo gli analisti dell’Institute for the Study of War, le forze russe hanno continuato ad avanzare sia nella regione di Sumy sia nel Donetsk, con progressi documentati attraverso immagini e video geolocalizzati.
Nello stesso rapporto ISW sottolinea inoltre come Mosca stia continuando a lanciare grandi ondate di missili balistici, missili da crociera e droni a lungo raggio contro l’Ucraina, con l’obiettivo di saturare le difese aeree, logorarle e continuare a esercitare pressione sul Paese.
Ancora più interessante è un altro passaggio: secondo gli analisti, la Russia starebbe accumulando missili balistici e da crociera per poter proseguire nel tempo questa campagna di attacchi.
Alla faccia dei missili finiti.
Per anni abbiamo sentito dire che Mosca stava esaurendo le proprie scorte. Poi abbiamo scoperto che continua a produrre, continua a lanciare e, secondo le stesse fonti occidentali, riesce persino ad accumulare abbastanza missili da pianificare campagne prolungate.
Nel frattempo Kiev ha sempre meno sistemi in grado di intercettare i missili balistici.
E questa è una delle ragioni per cui gli attacchi russi stanno diventando sempre più devastanti.
Ma la guerra si vince al fronte
Questo è il punto che secondo me viene continuamente nascosto dietro le colonne di fumo delle raffinerie russe.
Puoi bombardare Mosca.
Puoi colpire una raffineria.
Puoi creare code a un distributore di San Pietroburgo.
Puoi danneggiare un deposito.
Ma se nel frattempo non riesci a riconquistare il territorio che hai perso, la guerra non la stai vincendo.
Per vincere militarmente la guerra, Kiev dovrebbe respingere i russi dal Donbass, recuperare le aree occupate e riportare la linea del fronte verso est.
Questo non sta accadendo.
Al contrario, ISW segnala ancora avanzate russe.
A Sumy il problema nasce anche dall’operazione ucraina nella regione di Kursk del 2024. Kiev aveva concentrato alcune delle proprie unità migliori per entrare in territorio russo in un settore scarsamente difeso; una volta respinta l’incursione, Mosca ha creato una fascia di sicurezza e ha iniziato a spingere in direzione opposta, proprio verso Sumy.
Nel Donetsk, invece, il nodo rimane la cintura delle città fortificate: Pokrovsk, Kostiantynivka, Kramatorsk e Sloviansk. È lì che si decide una parte fondamentale della guerra terrestre.
E lì la Russia continua ad avanzare.
Lentamente.
Pagando un prezzo elevato.
Ma avanzando.
La contraddizione resta tutta qui
Se la Russia fosse davvero sul punto di collassare, dovremmo vedere il fronte muoversi nella direzione opposta.
Dovremmo vedere Kiev riconquistare territori.
Dovremmo vedere le forze russe arretrare.
Dovremmo vedere una capacità offensiva sempre più debole.
Invece continuiamo a vedere attacchi missilistici pesanti, nuove avanzate e una pressione costante sulle difese ucraine.
Questo non significa che la Russia non abbia problemi economici, logistici o energetici.
Li ha.
Ma trasformare ogni difficoltà in “Russia in ginocchio” mentre contemporaneamente il fronte continua a muoversi a favore di Mosca significa raccontare una realtà molto parziale.
E mentre Mosca costruisce basi in Russia, la NATO si rafforza al confine russo
C’è poi l’ultima contraddizione.
Quando la Russia costruisce nuove basi militari sul proprio territorio, vicino al confine con l’Ucraina, ci viene spiegato che si tratta di una nuova minaccia per la NATO.
Contemporaneamente la Norvegia, che è un Paese NATO e non è in guerra con la Russia, sta rafforzando la propria presenza militare nell’Artico ampliando la Brigata Finnmark, schierata vicino al confine russo.
La brigata verrà potenziata con artiglieria, difesa aerea e nuove capacità operative. Il comandante ha parlato di un livello di potenza di fuoco completamente diverso rispetto al passato, mentre il ministro della Difesa norvegese ha ribadito che Oslo è pronta a difendere ogni centimetro del territorio norvegese e della NATO.
Benissimo.
È legittimo che la Norvegia rafforzi la propria difesa.
Ma allora dovrebbe essere altrettanto evidente che una base russa costruita in Russia, a ridosso di un Paese con cui Mosca è effettivamente in guerra, possa avere almeno una spiegazione militare che non sia automaticamente “la Russia vuole invadere l’Europa”.
Altrimenti torniamo sempre allo stesso schema.
Quando ci armiamo noi, ci difendiamo.
Quando si armano loro, minacciano.
Quando i nostri droni sconfinano, è un errore.
Quando sospettiamo che siano russi, è guerra ibrida.
Quando la Russia ha problemi con la benzina, sta collassando.
Quando avanza al fronte, però, bisogna voltarsi dall’altra parte.
Ed è forse proprio questa la contraddizione più evidente di tutta la narrazione sulla guerra: la Russia deve essere contemporaneamente abbastanza debole da farci credere che la vittoria sia vicina e abbastanza forte da convincerci a spendere centinaia di miliardi per prepararci alla sua invasione.
_____________________
Grazie per aver letto questo articolo!
Se ti è piaciuto, considera di abbonarti 👈 qui.
Con il tuo sostegno, potrò continuare a produrre contenuti di qualità e a condividere le mie conoscenze e le mie idee con te, sia attraverso il sito che attraverso i miei video su YouTube.
Grazie per il tuo supporto!