La domanda del giorno è semplice: che cosa voleva davvero la CIA dal Cremlino?
Un paio di giorni fa il direttore della CIA, John Ratcliffe, si è recato improvvisamente a Mosca a bordo di un aereo statunitense transitato dalla Lettonia. La visita non risultava programmata pubblicamente, gli incontri sono stati mantenuti riservati e nessuno, al di fuori dei diretti interessati, sa con certezza quali argomenti siano stati affrontati.
Eppure, nel giro di poche ore, una parte consistente del panorama mediatico occidentale è riuscita a trasformare questa assenza quasi totale di informazioni in una storia molto precisa: Ratcliffe sarebbe andato in Russia per avvertire Mosca di non attaccare la NATO.
NTV ha riportato le indiscrezioni del Wall Street Journal e di Politico, basate su fonti anonime, secondo le quali il direttore della CIA avrebbe lanciato un avvertimento alla Russia circa un possibile attacco contro gli alleati occidentali, con particolare riferimento ai Paesi baltici.
La cosa curiosa è che contemporaneamente viene specificato che non esistono informazioni ufficiali sul motivo del viaggio.
Quindi non sappiamo che cosa sia andato a fare Ratcliffe a Mosca, non sappiamo con precisione con chi abbia parlato, non conosciamo i contenuti dei colloqui, ma sappiamo già che sarebbe andato lì per impedire a Putin di attaccare la NATO.
Una ricostruzione notevole.
Il Corriere della Sera ha aperto la giornata con titoli ancora più espliciti: «Il capo della CIA in Russia ha avvertito Putin di non attaccare i Paesi della NATO». Poco distante compariva un altro articolo su una presunta escalation preparata da Putin e sulle difficoltà dei negoziati, mentre un ulteriore approfondimento era dedicato al Regno Unito con un titolo che lasciava pochissimo spazio all’immaginazione: «Londra si prepara a un attacco russo».
E nel sottotitolo: «Lo faranno? È inevitabile? Acqua e cibo in scatola: il nuovo manuale».
Repubblica, nello stesso contesto, titolava invece: «Putin vuole il colpo di grazia. Il capo della CIA a Mosca per chiedere al Cremlino di non attaccare i Paesi NATO».
Il «colpo di grazia», però, normalmente lo dà chi sta vincendo, non chi sta perdendo. E questo crea un piccolo problema narrativo, perché contemporaneamente ci viene spiegato da mesi che la Russia sarebbe in enorme difficoltà, sotto pressione economica, militarmente logorata e sempre più vicina al collasso.
Quindi delle due l’una: Mosca è talmente in difficoltà da essere prossima alla sconfitta oppure è talmente potente da potersi permettere di attaccare direttamente la NATO e magari Londra.
In qualche modo, però, nel racconto mediatico riescono a essere vere entrambe le cose contemporaneamente.
Fortunatamente sarebbe arrivato Ratcliffe, in fretta e furia, a fermare simbolicamente il dito di Putin che già immaginiamo sospeso sul pulsante rosso.
Il governo russo ha naturalmente respinto queste ricostruzioni, definendo allarmistiche le indiscrezioni diffuse dal Wall Street Journal, dalla CBS e poi rilanciate da numerosi media occidentali. Mosca sostiene che la visita del direttore della CIA abbia riguardato normali contatti tra servizi e che Ratcliffe non abbia incontrato Putin.
Anche questa versione, naturalmente, va presa per quello che è: la versione russa.
Il punto però rimane un altro. Non sappiamo di che cosa abbiano parlato.
Eppure una delle ipotesi possibili è stata trasformata quasi immediatamente in una certezza narrativa: il capo della CIA sarebbe andato a Mosca per bacchettare il Cremlino e impedire una nuova aggressione russa contro l’Occidente.
Questa interpretazione ha anche un effetto comunicativo molto preciso, perché restituisce l’immagine di un’America dominante che si presenta direttamente a casa dell’avversario per intimargli che cosa può e non può fare.
Se invece raccontassimo semplicemente i fatti disponibili, l’immagine sarebbe diversa: il capo dell’intelligence statunitense è volato senza preavviso pubblico in Russia per incontrare rappresentanti dell’apparato russo, in un momento in cui Washington ha diversi problemi contemporaneamente aperti con Mosca, dall’Ucraina all’Iran.
In quel caso diventa molto meno chiaro chi stia convocando chi e soprattutto chi abbia realmente bisogno di parlare con l’altro.
Anche il racconto secondo il quale Londra starebbe preparandosi specificamente a un imminente attacco russo merita qualche precisazione.
Il governo britannico sta effettivamente aggiornando e rafforzando i propri programmi di resilienza nazionale. Esiste un piano dedicato alle emergenze e alle interruzioni dei servizi che prende in considerazione una vasta gamma di rischi: conflitti internazionali, cyberattacchi, blackout, problemi alle infrastrutture, nuove tecnologie, minacce ibride ed eventi meteorologici estremi.
Nella documentazione britannica viene citata anche la Russia, insieme agli attacchi informatici e agli altri rischi per la sicurezza nazionale, ma questo è ben diverso dal dire che «Londra si prepara a un attacco russo», lasciando intendere che un bombardamento sia praticamente dietro l’angolo.
La differenza comunicativa non è irrilevante.
Un piano nazionale di emergenza che prepara un Paese a blackout, cyberattacchi, crisi energetiche, catastrofi naturali e conflitti internazionali è normale amministrazione per uno Stato moderno. Trasformarlo nella preparazione a un’imminente offensiva russa produce invece un effetto completamente diverso sull’opinione pubblica.
La gente deve percepire una minaccia continua.
Deve sentire che il pericolo è sempre dietro l’angolo, che la Russia può colpire domani mattina, che i Paesi baltici potrebbero essere invasi, che Londra deve preparare le scorte d’acqua e di cibo, perché una popolazione spaventata accetta molto più facilmente miliardi di spesa militare, riarmo, aumento dei bilanci della difesa e prosecuzione indefinita della guerra in Ucraina.
Se invece la Russia fosse descritta esclusivamente come un Paese ormai sconfitto, economicamente distrutto e militarmente incapace di rappresentare una vera minaccia, qualcuno potrebbe iniziare a domandarsi perché dovremmo spendere altre centinaia di miliardi per difenderci da lei.
Quindi Mosca deve essere contemporaneamente quasi sconfitta e terribilmente pericolosa.
È un equilibrio comunicativo perfetto.
Sulla visita di Ratcliffe, anche Le Monde ha riportato dichiarazioni molto più prudenti. Trump avrebbe suggerito che il viaggio potrebbe avere a che fare con gli sforzi per porre fine alla guerra, mentre il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha parlato genericamente di contatti positivi.
Nulla di più.
Non lo sanno i giornali, non lo sappiamo noi, non lo sanno gli analisti televisivi e probabilmente non lo sanno nemmeno molti funzionari occidentali rimasti fuori dai colloqui.
Esistono quindi diverse ipotesi.
Una di queste riguarda effettivamente l’Ucraina. Un’altra riguarda i rapporti bilaterali tra Washington e Mosca. Ma ce n’è una che, osservando il contesto più ampio, appare almeno altrettanto plausibile: l’Iran.
Gli Stati Uniti si trovano in una situazione estremamente complicata dopo il conflitto con Teheran. Washington aveva inizialmente presentato l’operazione militare come un intervento destinato a mettere in ginocchio l’Iran, distruggendone le capacità missilistiche e nucleari e costringendolo a trattare da una posizione di debolezza.
Il risultato, però, è stato molto diverso.
L’Iran continua a esistere, continua a utilizzare lo Stretto di Hormuz come leva strategica e continua a imporre agli Stati Uniti costi economici e politici enormi. Di fronte alle difficoltà militari e diplomatiche, Trump è passato a una strategia di pressione economica sempre più aggressiva, minacciando sanzioni non soltanto contro Teheran, ma anche contro i Paesi che continuano a commerciare con l’Iran.
E qui entrano in gioco due attori fondamentali: Cina e Russia.
Pechino ha già fatto capire di non avere alcuna intenzione di interrompere i propri rapporti economici con Teheran soltanto perché Washington lo pretende. Il problema è ancora più delicato considerando i rapporti tra Trump e Xi Jinping e la necessità per il presidente statunitense di arrivare ai prossimi incontri con Pechino senza apparire in una posizione di debolezza.
La Russia, dall’altra parte, è uno dei principali partner politici e strategici dell’Iran.
Per questo è perfettamente possibile che il viaggio del direttore della CIA abbia riguardato anche, o soprattutto, una possibile mediazione russa sulla crisi iraniana.
Washington potrebbe avere bisogno di Mosca per trovare una via d’uscita da una situazione nella quale la pressione militare non ha prodotto il risultato sperato e quella economica rischia di trasformarsi in un nuovo scontro con Cina e Russia.
Questo non significa che sia sicuramente andata così.
Non lo sappiamo.
Ma appare quantomeno più logico considerare questa possibilità piuttosto che accettare automaticamente l’immagine cinematografica di Ratcliffe che attraversa mezzo mondo per presentarsi al Cremlino e dire a Putin: «Non ti permettere di attaccare la NATO».
Un gesto del genere, se davvero formulato nei termini descritti da alcuni media, sarebbe di per sé una provocazione diplomatica enorme.
Molto più verosimile è che dietro una visita segreta del capo della CIA ci siano negoziati altrettanto riservati, scambi di informazioni, concessioni, richieste reciproche e dossier che potrebbero riguardare contemporaneamente Ucraina, Iran e rapporti tra Stati Uniti e Russia.
Del resto, quando il capo dell’intelligence di una superpotenza vola improvvisamente a casa dell’altra superpotenza per avere contatti riservati, forse vale la pena domandarsi chi abbia realmente bisogno di chi.
La certezza, per ora, è soltanto una: Mosca ha confermato la visita, Peskov ha escluso un incontro con Putin e ha parlato di contatti tra servizi segreti.
Tutto il resto, almeno finché non emergeranno informazioni concrete, rimane nel territorio delle ipotesi.
Il problema nasce quando un’ipotesi viene trasformata in un titolo certo: Putin sta per attaccare la NATO, Londra si prepara, e la CIA è corsa a fermarlo.
Perché a quel punto non stiamo più descrivendo ciò che sappiamo.
Stiamo costruendo una storia.
_____________________
Grazie per aver letto questo articolo!
Se ti è piaciuto, considera di abbonarti 👈 qui.
Con il tuo sostegno, potrò continuare a produrre contenuti di qualità e a condividere le mie conoscenze e le mie idee con te, sia attraverso il sito che attraverso i miei video su YouTube.
Grazie per il tuo supporto!