MISSILI ANTICARRO A BARI E ARMI DEL KUWAIT A PISA | MA CHE SUCCEDE IN ITALIA?


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Ma sul territorio italiano fanno tutti quello che vogliono?

La domanda viene spontanea mettendo insieme due vicende molto diverse tra loro, ma accomunate da un elemento piuttosto evidente: materiale militare che si muove sul territorio italiano in circostanze che sollevano più di una domanda.

La prima riguarda un C-17 dell’Aeronautica militare del Kuwait atterrato a Pisa, con a bordo un cannone riconducibile alle forze armate kuwaitiane. Non è chiaro se l’arma fosse in fase di carico o scarico, né quale fosse esattamente la destinazione finale.

Una delle ipotesi è che il sistema fosse arrivato in Italia per attività di manutenzione presso Rheinmetall, che opera anche su questo tipo di armamenti. Potrebbe quindi trattarsi di una movimentazione perfettamente legittima.

Il problema, però, è che il Kuwait è un Paese extra-NATO e, come ricorda Il Fatto Quotidiano, la legge italiana n. 185 del 1990 disciplina in maniera precisa esportazione, importazione e transito di materiali d’armamento, prevedendo autorizzazioni e controlli specifici.

Alla Farnesina sarebbero stati chiesti chiarimenti sulla presenza del mezzo e dell’armamento in Italia, senza ottenere almeno inizialmente una risposta.

Da qui nasce inevitabilmente il dubbio: quella movimentazione era stata regolarmente autorizzata?

Tra le ipotesi circolate c’è anche un possibile collegamento con Camp Darby, il grande deposito militare statunitense tra Pisa e Livorno, uno dei principali arsenali americani in Europa.

Ed è proprio qui che torna una questione già emersa più volte: il rapporto tra le basi presenti sul territorio italiano e le attività militari statunitensi.

Formalmente esistono regole, accordi e memorandum. Nella pratica, soprattutto durante le crisi internazionali, diventa spesso difficile per l’opinione pubblica capire con precisione quali attività vengano svolte, quali materiali transitino e quali siano concretamente le responsabilità italiane.

Lo abbiamo visto anche durante la guerra contro l’Iran, quando si è discusso a lungo della differenza tra voli logistici, attività di supporto e operazioni direttamente collegate al conflitto.

Il problema non è soltanto giuridico. È anche politico e di sicurezza.

Se il territorio italiano viene utilizzato come piattaforma logistica per operazioni militari condotte da altri Paesi, anche senza una partecipazione diretta italiana ai combattimenti, aumenta inevitabilmente il livello di coinvolgimento del nostro Paese e quindi anche il rischio per i cittadini.

Ma la vicenda probabilmente più inquietante è un’altra: quella dei missili anticarro trovati in un mezzo sbarcato al porto di Bari.

Il fatto risalirebbe al 7 giugno 2026, ma è diventato pubblico soltanto successivamente.

Secondo quanto riportato da Repubblica, un veicolo con targa francese, proveniente dalla Grecia, è stato sottoposto a controllo dalla Guardia di Finanza dopo lo sbarco nel porto di Bari.

All’interno sarebbero stati trovati cinque contenitori destinati a sistemi d’arma anticarro.

Uno era vuoto, uno conteneva un missile da addestramento inerte, mentre gli altri tre contenevano Akeron MP operativi, prodotti dal gruppo europeo MBDA.

Non stiamo parlando di materiale destinato alle forze di polizia o di semplici sistemi per esercitazione.

L’Akeron MP, precedentemente noto come MMP, è un sofisticato missile anticarro a medio raggio, progettato specificamente per il combattimento. È dotato di testata perforante, sensori a infrarossi e collegamento in fibra ottica, che consente all’operatore di intervenire sulla guida anche durante il volo.

MBDA è uno dei principali gruppi missilistici europei, partecipato da Airbus, BAE Systems e Leonardo.

Il punto però non è tanto la sofisticazione dell’arma.

Il punto è come quei missili stavano attraversando l’Italia.

Secondo quanto emerso dai controlli, non sarebbero state presentate le autorizzazioni italiane necessarie al transito di materiale militare.

E c’è un dettaglio ancora più strano.

I contenitori presentavano delle fasce blu che, secondo gli standard NATO, indicano normalmente munizionamento da addestramento, quindi privo di testata esplosiva.

Peccato che, una volta rimosse quelle fasce, sotto sarebbero comparse le marcature giallo-nere normalmente associate invece a munizionamento operativo ad alto esplosivo con capacità perforante.

In altre parole, almeno secondo quanto emerso dall’indagine, tre missili veri sarebbero stati presentati esteriormente come materiale da addestramento.

E qui la vicenda cambia completamente livello.

Perché una cosa è sbagliare un documento. Un’altra è trasportare armi operative con marcature che ne fanno apparire diversa la natura.

Il conducente avrebbe spiegato che il materiale proveniva da Creta, dove sarebbe stato utilizzato per un test, e che stava semplicemente rientrando in Francia.

Una spiegazione che potrebbe anche avere una base reale.

Il problema è che il giudice per le indagini preliminari avrebbe riscontrato numerose anomalie: documentazione incompleta, timbri non coerenti, lettere troppo generiche, assenza del packing list e soprattutto mancanza delle autorizzazioni previste per il transito di materiale d’armamento.

La società di trasporto direttamente coinvolta, inoltre, non risulterebbe specializzata né autorizzata per movimentare materiale militare. Il conducente avrebbe spiegato di operare come subappaltatore.

Anche questo può succedere. Nelle grandi catene logistiche i subappalti sono frequenti e chi si trova alla fine della filiera può conoscere soltanto una parte dell’operazione complessiva.

Ma rimane il fatto essenziale: tre missili anticarro operativi, marcati esternamente come materiale da addestramento, stavano attraversando l’Italia con una documentazione che gli investigatori hanno ritenuto problematica.

A quel punto le ipotesi diventano sostanzialmente due.

La prima è quella più grave: traffico illecito di armi.

La seconda è quella meno inquietante, ma comunque tutt’altro che rassicurante: un trasporto legittimo gestito in maniera disastrosa dal punto di vista amministrativo e della sicurezza.

Nel primo caso avremmo un problema enorme.

Nel secondo, sinceramente, non è che possiamo dormire molto più tranquilli.

Perché stiamo comunque parlando di tre missili anticarro con testata esplosiva che potrebbero essere transitati su un normale camion, sulle stesse strade utilizzate quotidianamente da migliaia di persone.

Immaginate un mezzo del genere fermo in un autogrill mentre qualcuno prende un caffè con i propri figli.

Non esattamente il genere di carico che dovrebbe circolare senza una catena di autorizzazioni, controlli e misure di sicurezza perfettamente tracciabile.

A questo punto nasce inevitabilmente anche un altro dubbio: quei missili potevano essere in qualche modo collegati alla guerra in Ucraina?

Non ci sono elementi per affermarlo.

MBDA è coinvolta nelle forniture militari occidentali a Kiev, ma l’Akeron MP non risulta tra i sistemi ufficialmente dichiarati dalla Francia come inviati all’Ucraina.

Quindi non esiste, allo stato delle informazioni disponibili, una prova che questi tre missili provenissero da forniture destinate a Kiev o dal mercato nero ucraino.

Anzi, è molto possibile che non c’entrino nulla.

Ma il dubbio nasce inevitabilmente perché uno dei problemi già evidenziati dagli investigatori europei riguarda proprio la dispersione di una parte del materiale militare inviato in Ucraina e il rischio che alcune armi finiscano nei circuiti criminali.

Droni, armi leggere e altri sistemi militari sono inevitabilmente molto appetibili per le organizzazioni criminali.

Questo non significa che gli Akeron trovati a Bari abbiano quella provenienza.

Significa però che quando trovi missili operativi camuffati da materiale d’addestramento, senza una documentazione perfettamente regolare, è normale chiedersi da dove arrivino, per chi fossero destinati e chi li abbia realmente commissionati.

Se stavano tornando in Francia dopo un test a Creta, perché mancavano autorizzazioni fondamentali?

Perché i documenti presentavano anomalie?

Perché le marcature operative erano state coperte con quelle da addestramento?

E soprattutto: chi era il cliente finale di quei tre missili?

Sono domande tutt’altro che marginali.

La vicenda di Pisa e quella di Bari sono ovviamente due casi distinti e non esiste alcun elemento per collegarli direttamente.

Ma insieme suscitano una considerazione più generale.

Sul territorio italiano circolano mezzi, sistemi d’arma e materiale militare proveniente da Paesi stranieri, alleati e non, spesso in un contesto geopolitico già estremamente delicato.

Da una parte abbiamo movimentazioni militari ufficiali sulle quali è difficile ottenere spiegazioni immediate.

Dall’altra abbiamo addirittura sistemi anticarro operativi trovati durante un controllo e accompagnati da documentazione ritenuta insufficiente o irregolare.

E allora la domanda resta lì:

chi controlla realmente ciò che transita sul territorio italiano?

Perché, quando si parla di tre missili anticarro sofisticati fatti passare alla meglio da un porto italiano, sapere semplicemente che «sono stati trovati» non basta.

Bisogna sapere da dove arrivavano, dove stavano andando, per conto di chi e soprattutto perché qualcuno aveva sentito la necessità di farli sembrare qualcosa che non erano.

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Danilo Torresi

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