Dal Washington Post arriva la notizia:
Putin avrebbe chiesto a Trump tutto il Donetsk in cambio della fine della guerra.
In cambio restituirebbe parte di Zaporizhia e Kherson.
Oggi la Russia controlla già tutto il Luhansk, buona parte del Donetsk, di Zaporizhia e di Kherson.
In pratica le stesse condizioni che aveva proposto all’incontro in Alaska —
quello saltato perché Zelensky e i nostri politici europei avevano detto no:
niente riconoscimento dei territori persi, niente concessioni, niente trattativa.
E poi, ovviamente, la colpa fu della Russia.
Gli sconfitti che pretendono di dettare le condizioni.
Mentre perdono terreno ogni giorno.
Ora però c’è di nuovo una parvenza di dialogo.
Putin e Trump si sono sentiti al telefono,
Trump ha detto no ai Tomahawk per Zelensky,
e subito dopo è partita la solita reazione a catena.
Zelensky ha chiamato gli alleati europei e, come sempre, è partita la campagna di sabotaggio.
Germania e Polonia in prima fila:
Merz ha detto che “la capitolazione dell’Ucraina non è un’opzione”,
Tusk che “la solidarietà all’Ucraina è più importante che mai”.
Intanto Trump, che si è già assicurato una bella fetta dei 6.800 miliardi del riarmo europeo,
ora vorrebbe fermare la guerra — per i suoi interessi, ovviamente.
Mentre l’Europa, a parole pacifista, nei fatti vuole che continui.
Eppure la realtà è semplice:
la Russia avanza,
noi e Kiev arretriamo.
La logica vorrebbe che chi sta perdendo cerchi un compromesso.
Ma qui accade l’opposto:
si rifiuta la diplomazia e si continua a perdere sul campo.
Se anche stavolta diranno di no,
la Russia farà quello che fa sempre:
si prenderà con la forza ciò che non vogliamo concedere con la ragione.
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