TRUMP BOMBARDA ISFAHAN E PREPARA LE TRUPPE DI TERRA | OBIETTIVO: SBLOCCARE HORMUZ


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Secondo il Wall Street Journal, Trump starebbe valutando di porre fine alla campagna militare contro l’Iran, anche nel caso in cui lo Stretto di Hormuz dovesse rimanere chiuso. Una dichiarazione che, già di per sé, suona quantomeno strana.

Perché significherebbe accettare la chiusura di una rotta da cui passa tra il 20% e il 30% dell’energia mondiale, quindi rinunciare proprio a quello che è diventato il nodo centrale della guerra. Ma se c’è una cosa che abbiamo imparato osservando le dichiarazioni di Trump, è che spesso funziona al contrario: quando ipotizza di fare una cosa e poi la ridimensiona, molto spesso è proprio quella che si prepara a fare.

E infatti, mentre emergono queste ipotesi di “ritirata”, arrivano notizie completamente diverse. Sempre secondo il Wall Street Journal, gli Stati Uniti avrebbero condotto un massiccio attacco contro un deposito di munizioni iraniano a Isfahan, utilizzando bombe anti-bunker da 900 kg. Non ci sono conferme ufficiali, ma lo stesso Trump ha pubblicato un video con delle esplosioni che sembrerebbero proprio riferirsi a quell’operazione.

E qui si apre una riflessione interessante. Quando un’azione viene così tanto enfatizzata, mostrata, rilanciata, viene il dubbio che non ce ne siano poi molte altre davvero decisive. È il principio di chi ha poca marmellata e la spalma su tutta la fetta per farla sembrare di più. Perché se davvero gli attacchi fossero stati così incisivi come raccontato, non ci sarebbe bisogno di dimostrarlo continuamente.

Nel frattempo, mentre si parla di negoziati che “stanno andando benissimo”, i fatti raccontano altro. I bombardamenti continuano, l’escalation aumenta e soprattutto gli Stati Uniti stanno ammassando decine di migliaia di soldati nel Golfo, tra paracadutisti, fanteria e marines, con altri contingenti in arrivo. Questo non è il comportamento di chi sta chiudendo una guerra, ma di chi si prepara ad allargarla.

L’obiettivo dichiarato resta sempre lo stesso: riaprire lo Stretto di Hormuz. Ma qui emerge una contraddizione enorme. Perché quello stretto era perfettamente funzionante prima dell’attacco del 28 febbraio. Quindi oggi si presenta come obiettivo di vittoria la soluzione di un problema che non esisteva prima dell’intervento statunitense. È come se qualcuno desse fuoco a un bosco per poi rivendicare il merito di aver spento l’incendio.

E infatti, secondo Reuters, all’interno dell’amministrazione americana si discute apertamente della possibilità di schierare truppe di terra in Iran per garantire il passaggio delle petroliere. Ufficialmente si parla di operazioni aeree e navali, ma nella realtà si prende in considerazione anche la presenza sul territorio iraniano.

Gli scenari sono tre. Il primo è l’isola di Kharg, il cuore dell’export petrolifero iraniano, che Trump definisce “facile da conquistare”. Il secondo è l’isola di Qeshm, dove si troverebbero infrastrutture militari. Il terzo, ancora più complesso, è un’operazione diretta sui depositi di uranio iraniani. E qui si entra in uno scenario estremamente rischioso: operazioni in territorio nemico, sotto attacco, con materiali altamente sensibili da mettere in sicurezza e trasportare. Una cosa tutt’altro che semplice.

Contemporaneamente, mentre tutto questo accade, la Casa Bianca continua a sostenere che sono in corso trattative con l’Iran. Ma anche qui c’è una frattura evidente. Teheran nega qualsiasi negoziato diretto e parla al massimo di contatti indiretti tramite intermediari. Eppure da Washington si insiste nel dire che i colloqui sono positivi, produttivi e che l’Iran è sempre più disposto a cedere.

Questa doppia narrativa non è casuale. È parte della guerra stessa. Gli Stati Uniti parlano ai propri cittadini, devono trasmettere l’idea di controllo, evitare panico e giustificare i costi crescenti, anche perché l’aumento dei prezzi sta colpendo direttamente l’opinione pubblica americana. Dall’altra parte, l’Iran nega le trattative per non apparire debole, per non dare l’impressione di cedere. Ma c’è una regola non scritta: quando si tratta davvero, spesso non lo si dice. Lo si fa e basta.

E quindi quando una parte insiste troppo nel dire che sta vincendo e che l’altro è pronto a cedere, spesso è proprio lì che emergono le difficoltà. Perché se davvero l’Iran fosse in ginocchio, non ci sarebbe bisogno di ripeterlo continuamente.

Infine c’è il tema che tiene insieme tutto: i soldi.

Dopo l’allarme sulle scorte di Tomahawk consumate in quantità enorme, emerge un’altra informazione. Trump starebbe valutando di chiedere ai Paesi arabi di finanziare la guerra contro l’Iran. Un’idea che, secondo la Casa Bianca, è concreta e di cui si parlerà ancora.

E qui il paradosso è evidente. I Paesi del Golfo non hanno iniziato questa guerra, non avevano un conflitto diretto con l’Iran, e ora si ritrovano con il territorio destabilizzato, esposti agli attacchi e alle tensioni. E oltre a subire tutto questo, dovrebbero anche pagare per continuarlo.

È lo stesso schema già visto in Europa: decisioni prese altrove, conseguenze scaricate sugli alleati, costi economici e strategici che ricadono su chi non ha scelto quella guerra.

Alla fine il quadro è molto chiaro. Da una parte si parla di chiudere il conflitto, di negoziati in corso, di situazione sotto controllo. Dall’altra si bombardano obiettivi, si ammassano truppe, si pianificano operazioni di terra e si cercano nuovi finanziamenti.

Una guerra che doveva essere rapida e semplice si sta rivelando sempre più lunga, costosa e difficile da gestire. Non solo sul piano militare, ma anche su quello economico e politico. E soprattutto, sempre più lontana da quella narrativa di controllo totale che viene raccontata.

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Danilo Torresi