Le peggiori previsioni sulle conseguenze della guerra in Iran si stanno concretizzando. E si stanno concretizzando tutte insieme.
L’aumento dei prezzi di petrolio e gas, il rischio sempre più concreto di stagflazione globale — quindi inflazione alta e crescita quasi zero — stanno trasformando quello che doveva essere uno shock temporaneo in una crisi strutturale. Una crisi in cui i governi, soprattutto in Europa, hanno margini di manovra sempre più ridotti.
E ormai non lo dicono più solo gli analisti. Lo dicono anche i responsabili politici. Il commissario europeo all’energia, Dan Jørgensen, invita apertamente a ridurre i consumi di carburante, parlando di una vera e propria scarsità sui mercati globali. Il dato è già pesante: in appena 30 giorni di guerra, l’Unione Europea ha speso 14 miliardi di euro in più per le importazioni energetiche. E la cosa più preoccupante è che, anche se la guerra finisse domani, non si tornerebbe alla normalità. Le infrastrutture sono danneggiate, i mercati destabilizzati, e le conseguenze ormai sono destinate a durare nel tempo.
Gli effetti si vedono già. Compagnie come Lufthansa iniziano a cancellare voli per l’aumento del costo del carburante. Quindi non è più una crisi teorica, è già realtà.
Nel frattempo, mentre tutto questo accade, Trump continua a cambiare versione. All’inizio doveva durare 3-4 settimane, ma siamo già oltre la quinta. Poi parlava di negoziati imminenti, con un Iran “in ginocchio”. Ora dice che potrebbe finire in 2-3 settimane anche senza accordo. Una contraddizione continua.
E soprattutto, arriva a dire una cosa molto chiara: l’Europa deve cavarsela da sola sul petrolio.
Cioè il quadro è questo: gli Stati Uniti avviano una guerra di aggressione illegale, senza avvisare gli alleati, causando conseguenze economiche e poi dicono agli altri di arrangiarsi. E se non basta, passano anche all’attacco.
Trump se la prende con il Regno Unito e con altri Paesi europei, accusandoli di non aver sostenuto la guerra contro l’Iran. E arriva a dire che i Paesi che non riescono ad ottenere petrolio a causa del blocco dello Stretto di Hormuz dovrebbero comprarlo dagli Stati Uniti. In pratica: problema creato, crisi generata e poi soluzione offerta… a pagamento.
Nel frattempo, gli Stati Uniti fanno anche sapere di non voler essere loro a risolvere la questione di Hormuz. Anzi, lasciano intendere che debbano essere altri a occuparsene (cioè l’Europa). E Trump arriva persino a dire che gli Stati Uniti non hanno nulla a che fare con quel problema. Quando quel problema, semplicemente, non esisteva prima dell’attacco.
Questo mostra chiaramente una cosa: gli interessi americani e quelli europei sono sempre più divergenti.
E mentre Washington fatica a raggiungere i propri obiettivi — non ha fermato il nucleare iraniano, la minaccia della bomba nucleare era inesistente, non ha distrutto il sistema missilistico, non ha rovesciato il regime — c’è invece chi ottiene risultati concreti.
👉 Israele
Perché Israele sta portando avanti una strategia chiara: espansione e controllo territoriale. In Libano, il ministro della Difesa Katz ha annunciato la creazione di una zona cuscinetto nel sud del Paese, larga circa 30 chilometri, con centinaia di migliaia di civili evacuati e senza possibilità di ritorno. Non una misura temporanea, ma un cambiamento permanente.
Le Nazioni Unite esprimono preoccupazione. Il sottosegretario generale Tom Fletcher parla apertamente del rischio di nuovi territori occupati, sulla scia di quanto già visto a Gaza.
E quindi il quadro finale è questo.
Da una parte, gli Stati Uniti: avviano la guerra, non raggiungono gli obiettivi, attaccano gli alleati, scaricano i costi e cercano perfino di trarne vantaggio economico. Dall’altra, Israele: porta avanti una strategia coerente e ottiene risultati sul terreno. Nel mezzo, l’Europa: paga il prezzo, subisce le conseguenze e resta senza una vera autonomia strategica.
Una guerra che doveva essere rapida si è trasformata in una crisi globale. E più passa il tempo, più diventa evidente che non è sotto controllo — e che le conseguenze, economiche e geopolitiche, ce le porteremo dietro per anni.
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