USA E ISRAELE STANNO PERDENDO LA GUERRA | DOPO 34 GIORNI NESSUN RISULTATO


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Dopo 34 giorni di guerra contro l’Iran, si può fare un primo bilancio. E il punto centrale è semplice: al di là della narrativa, Stati Uniti e Israele non stanno ottenendo i risultati che avevano promesso.

Trump ha provato a rassicurare con un discorso di una ventina di minuti rivolto soprattutto al pubblico interno americano. Ma se lo si sintetizza, il messaggio è sempre lo stesso, ripetuto ormai da settimane: la guerra è necessaria, è già stata vinta, deve continuare e finirà presto. Una sequenza che, già di per sé, contiene una contraddizione evidente.

Parla di vittorie decisive, di obiettivi quasi raggiunti e di un’ulteriore escalation nelle prossime due o tre settimane, arrivando perfino a minacciare di riportare l’Iran “all’età della pietra”. Eppure questa comunicazione appare sempre più scollegata dai fatti.

C’è un dettaglio significativo: nel discorso spariscono quasi del tutto i negoziati, che fino a pochi giorni fa venivano descritti come imminenti e positivi, con un Iran “in ginocchio”. Al loro posto restano solo le minacce. Se non ci sarà un accordo, dice Trump, verranno colpite infrastrutture strategiche iraniane, comprese le centrali elettriche.

Il problema è che, mentre si parla di capacità iraniane “drasticamente ridotte”, le notizie delle stesse ore raccontano una realtà molto diversa. L’Iran continua a lanciare missili, Israele intercetta più ondate nello stesso giorno, Hezbollah attacca dal Libano e gli stessi Stati Uniti mettono in allerta i propri cittadini in Iraq. Non è il quadro di un nemico neutralizzato.

Anche sugli obiettivi iniziali il bilancio è debole. Il regime non è caduto, la struttura di potere è stata rapidamente sostituita e la capacità di risposta resta attiva. Ma soprattutto, lo Stretto di Hormuz è ancora sotto controllo iraniano. Ed è un punto centrale, perché quel blocco non esisteva prima della guerra: è una conseguenza diretta del conflitto, non la causa. E oggi gli Stati Uniti non riescono a risolverlo. Prima chiedono aiuto agli alleati, poi li attaccano, poi dichiarano che non è un problema degli Stati Uniti.

Nel frattempo emerge anche il tema energetico. Trump ammette che gli americani sono preoccupati per l’aumento dei prezzi della benzina, ma attribuisce tutto agli attacchi iraniani, ignorando che quegli attacchi arrivano dopo l’inizio della guerra. In altre parole, causa ed effetto vengono invertiti.

I mercati, però, sembrano capirlo. C’è stato un piccolo rimbalzo, ma il prezzo del petrolio resta alto. Segno che nessuno crede davvero a una fine rapida del conflitto. Anche perché una guerra non si chiude unilateralmente: se una parte continua a combattere, la guerra continua.

Nel frattempo Israele si trova a gestire più fronti contemporaneamente — Iran, Libano e Yemen — con una pressione crescente sulla difesa dei cieli, sulle operazioni militari e sulle scorte di munizioni. Sia Stati Uniti che Israele stanno bruciando miliardi in armamenti, tra missili intercettori e offensivi, senza ottenere risultati decisivi.

E sullo sfondo c’è la vera conseguenza globale: la crisi energetica, che colpisce soprattutto l’Europa. Prezzi in aumento, instabilità e rischi per le economie. Eppure, nonostante questo, l’Europa continua a restare allineata alle decisioni di Washington.

Ed è qui che si arriva al punto centrale. Gli interessi degli Stati Uniti non coincidono automaticamente con quelli europei. Anzi, sempre più spesso divergono. Ma mentre la guerra si allunga, i costi aumentano e gli obiettivi restano lontani, l’Europa continua a pagare il prezzo più alto senza cambiare direzione.

E più passa il tempo, più diventa evidente che questa non è una guerra sotto controllo. È una guerra che si sta complicando, e le conseguenze — economiche e geopolitiche — sono solo all’inizio.

Nelle ultime ore, poi, emerge un altro episodio che chiarisce bene il livello di confusione comunicativa che accompagna questo conflitto. Trump, nel suo solito post su Truth, ha dichiarato che l’Iran avrebbe chiesto un cessate il fuoco agli Stati Uniti. Una dichiarazione perfettamente coerente con la narrativa di un Iran in difficoltà, pronto a cedere.

Ma la smentita arriva immediatamente. Il Ministero degli Esteri iraniano nega tutto: nessuna richiesta, nessun contatto diretto. Ancora una volta, due versioni completamente opposte.

Questo rafforza un’impressione sempre più evidente: la comunicazione americana punta molto sull’apparire, sulla costruzione di una realtà favorevole, più che sulla coerenza con i fatti. Il messaggio verso il pubblico interno è sempre lo stesso: un’America forte, vincente, dominante. Anche quando ciò che accade sul campo racconta altro.

Dall’altra parte, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian sceglie di parlare direttamente al popolo americano. Nella sua lettera sostiene che l’Iran non ha mai scelto la via dell’aggressione nella sua storia moderna e invita a non farsi abbagliare da un “fiume di distorsioni e narrazioni inventate”. È una comunicazione opposta, che cerca di ribaltare completamente la percezione del conflitto.

Ma, ancora una volta, al di là delle dichiarazioni, restano i fatti. L’Iran continua a rispondere militarmente, e lo fa in modo significativo. Gli attacchi missilistici contro Israele causano danni rilevanti, anche se queste informazioni emergono poco, filtrate o ridimensionate, perché mostrano un aspetto scomodo: le difficoltà reali di Israele e, indirettamente, degli Stati Uniti.

E quindi si crea un doppio livello. Da una parte la narrativa ufficiale di controllo, di negoziati, di nemico in difficoltà. Dall’altra, una realtà fatta di attacchi continui, capacità militari ancora attive e una guerra che non si ferma.

Più si insiste nel raccontare una situazione sotto controllo, più emerge il dubbio opposto: che quella situazione non sia affatto sotto controllo. E che tutta questa comunicazione serva soprattutto a coprire una difficoltà crescente, più che a descrivere ciò che sta realmente accadendo.

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Danilo Torresi