Il coinvolgimento dell’Italia nelle operazioni statunitensi in Iran avrà delle conseguenze.
Ha già delle conseguenze economiche e potrebbe averne anche legali in futuro.
Di questo è convinta Rebecca Hamilton, associata al College of Law dell’American University, che insieme ad altri 99 accademici ha firmato una lettera per denunciare le violazioni del diritto internazionale, anche alla luce delle dichiarazioni rilasciate da Stati Uniti, Israele e Iran.
Ma il punto è concentrarsi sulle conseguenze per l’Italia.
Perché l’Italia, dopo aver chiarito di non aver bloccato l’uso della base di Sigonella, si è esposta in modo netto.
Per alcune ore si era parlato di un possibile blocco, ma è arrivata subito la smentita del governo:
non è cambiato nulla, l’Italia non è la Spagna.
La Spagna, infatti, ha dichiarato chiaramente che l’uso delle basi e dello spazio aereo per operazioni legate alla guerra contro l’Iran è vietato, perché considerata una guerra illegale, senza copertura giuridica internazionale.
È l’unico Paese europeo ad aver preso una posizione così netta.
L’Italia invece è tra i Paesi che più consentono l’uso delle basi agli Stati Uniti.
E lo dimostra anche il fatto che gli stessi Stati Uniti hanno confermato che il supporto italiano è pressoché totale.
Il problema è che questa scelta espone l’Italia non solo a possibili ritorsioni dirette, ma soprattutto a conseguenze più concrete nel futuro.
L’autorizzazione all’uso delle basi per operazioni considerate illegali potrebbe infatti coinvolgere l’Italia nelle responsabilità successive, con effetti sia sul piano statale che su quello dei cittadini.
Secondo Rebecca Hamilton, sarebbe giusto negare l’uso delle basi e i cittadini dovrebbero fare pressione sui governi affinché questo avvenga.
Il quadro del diritto internazionale sta peggiorando:
ci sono minacce di attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane, e indagini su obiettivi civili colpiti, tra cui la scuola femminile dove sarebbero morte oltre 170 studentesse.
Nel frattempo, queste sono le conseguenze che potremmo subire nel futuro.
Abbiamo già visto il deferimento legato alla vicenda Almasri.
Nell’immediato, invece, c’è la questione economica.
L’Europa, con il patto di stabilità, non consente all’Italia di discostarsi dal percorso di spesa previsto.
E infatti nei recenti decreti del Consiglio dei Ministri non ci sono stati interventi significativi a sostegno dell’economia.
Perché? Perché non ci sono spazi di manovra.
Eppure, per le armi, lo spazio sembra esserci.
Nel frattempo, la crescita del PIL è stata dimezzata, l’inflazione è in aumento, i prezzi dei carburanti sono alle stelle.
Il decreto accise non ha funzionato.
Il decreto bollette rischia di essere pressoché inutile.
Il quadro complessivo è quello di un Paese esposto, con pochi margini e con conseguenze che rischiano di aggravarsi nel tempo.
Secondo il The New York Times, la luna di miele del governo Meloni con gli italiani è finita.
Una lunga fase di consenso che si è interrotta soprattutto a causa del referendum, che ha rappresentato uno schiaffo politico evidente.
Ma anche a causa del rapporto molto stretto con Donald Trump, che si è rivelato un punto debole.
Gli italiani, tra la guerra in Ucraina, i miliardi spesi e ora la guerra in Iran, stanno iniziando a percepire le conseguenze economiche, energetiche e reputazionali di queste scelte.
Il referendum ha certificato anche un altro dato: zero risultati concreti in quasi quattro anni di governo.
Nessuna riforma strutturale significativa, solo piccoli decreti spesso inutili o controproducenti.
Un esempio è la contraddizione tra il decreto Caivano e il caso della famiglia nel bosco: da una parte norme più dure sull’obbligo scolastico, dall’altra un uso propagandistico opposto durante il referendum.
Una linea incoerente, che dà l’idea di un governo che non ha una direzione chiara.
E il fatto di essere uno dei governi più longevi non è un merito, se i risultati non arrivano.
Anzi, evidenzia ancora di più l’assenza di riforme.
Nel frattempo, anche la figura di Trump è sempre meno apprezzata in Italia.
E si aggiungono nuovi problemi interni: i casi di Del Mastro, Bartolozzi, il nodo Santanchè, e ora anche quello del ministro Piantedosi, che potrebbe avere risvolti istituzionali.
Tutti elementi che contribuiscono a chiudere definitivamente quella fase iniziale di consenso.
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