Ci alziamo questa mattina, domenica 5 aprile, con l’ennesimo annuncio di Donald Trump, che parla di una operazione spettacolare di recupero del pilota disperso. Un’operazione descritta come tra le più audaci della storia americana, conclusa con successo, con il pilota ferito ma salvo.
Un racconto perfetto.
Il problema è che, ancora una volta, questo racconto si scontra con quello che emerge sul campo.
Pochi giorni fa gli Stati Uniti avevano dichiarato di avere il controllo totale dei cieli iraniani, e subito dopo si sono ritrovati con due caccia abbattuti, un pilota disperso e operazioni di recupero estremamente rischiose, bersagliate dalla contraerea iraniana. Già questo dovrebbe bastare a mettere in discussione la narrativa della superiorità assoluta.
E invece si va avanti con lo stesso schema.
Mentre Trump parla di successo, dall’altra parte arrivano versioni completamente diverse. Fonti legate ai Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica sostengono che durante le operazioni di recupero siano stati colpiti ulteriori velivoli statunitensi, tra elicotteri e aerei da trasporto. Non è solo una divergenza di dettagli, è una divergenza totale di narrazione.
Ed è qui che emerge il punto centrale.
Il divario tra comunicazione e realtà.
Perché mentre si continua a parlare di controllo e operazioni impeccabili, gli eventi raccontano una situazione molto più complessa, fatta di difficoltà operative e di una resistenza iraniana tutt’altro che azzerata.
E questo lo si vede anche su un altro fronte, quello degli attacchi.
Negli Emirati Arabi Uniti, ad Abu Dhabi, un impianto petrolchimico è stato colpito indirettamente dai detriti di un’intercettazione, causando incendi che le autorità stanno cercando di contenere, come riportato da Al Jazeera. In Kuwait, nella notte, attacchi con droni e missili hanno colpito centrali elettriche e impianti di desalinizzazione, con danni gravi a infrastrutture fondamentali.
E nello stesso tempo Israele continua a subire nuovi attacchi, dopo le ondate dei giorni precedenti, in un contesto in cui i fronti si moltiplicano e si allargano.
E allora la domanda diventa inevitabile.
Dov’è questo Iran “in ginocchio” di cui si parla continuamente?
Perché la realtà che emerge è quella di un attore che continua a colpire, che mantiene capacità operative e che riesce ancora a mettere in difficoltà anche un avversario tecnologicamente superiore.
A questo punto entra in gioco un elemento ancora più delicato.
La società statunitense Planet Labs ha sospeso la pubblicazione delle immagini satellitari relative all’Iran e al Medio Oriente, su richiesta diretta di Washington. Non verranno più diffuse immagini dell’area.
Ed è qui che si apre un interrogativo enorme.
Perché chi è in vantaggio, di solito, tende a mostrare i risultati, a renderli visibili, a dimostrare la propria superiorità. Chi è in difficoltà, invece, tende a nascondere, a filtrare, a limitare le informazioni.
E quindi la domanda è semplice.
Perché bloccare le immagini?
Può essere una scelta tattica, per non rivelare movimenti e posizioni. Ma può anche essere la necessità di nascondere qualcosa che non si vuole far vedere, come danni, perdite o difficoltà operative.
Perché nel momento in cui gli attacchi continuano, le infrastrutture vengono colpite e le operazioni diventano sempre più rischiose, la scelta di oscurare le informazioni non appare più come un segnale di controllo.
Appare come un segnale di difficoltà.
Alla fine il quadro è molto chiaro. Da una parte c’è una comunicazione che insiste su successi, controllo e superiorità. Dall’altra c’è una realtà fatta di attacchi continui, danni alle infrastrutture e una guerra che si allarga su più fronti.
E più passa il tempo, più questo scarto tra ciò che viene raccontato e ciò che accade diventa evidente.
E quando questo scarto cresce, di solito significa una cosa.
La situazione è molto più complicata di quanto si voglia far credere.
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