ZELENSKY SUPPLICA DI NUOVO PUTIN PER UNA TREGUA ENERGETICA


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Torniamo sulla situazione in Ucraina, ma allargando lo sguardo, perché qui ormai non si parla più solo di fronte militare. Si parla di energia, di economia, e soprattutto di narrazioni contrapposte.

Partiamo da un dato concreto.

Volodymyr Zelenskyy torna, ancora una volta, a chiedere una tregua energetica a Vladimir Putin. Lo fa nel giro di pochi giorni, segno evidente che la situazione non è sotto controllo.

E questo è il punto chiave.

Perché mentre i media continuano a raccontare gli attacchi ucraini come successi importanti — droni, incendi, raffinerie colpite — la realtà è che questi attacchi non stanno cambiando gli equilibri della guerra.

Al contrario.

Sono i bombardamenti russi sulle infrastrutture energetiche ucraine ad avere un impatto reale. Blackout, difficoltà, pressione costante. E a tutto questo si aggiunge la crisi energetica globale scatenata dalla guerra in Iran.

Prezzi del carburante alle stelle. Scarsità di risorse. Energia da razionare.

E questo colpisce anche l’Ucraina.

Non a caso arriva la proposta: se la Russia smette di colpire il nostro settore energetico, noi faremo lo stesso. Tradotto: la situazione è diventata critica.

Nel frattempo, però, succede qualcosa di ancora più interessante.

La Russia, proprio grazie alla guerra in Iran, si ritrova in una posizione economica più forte. Secondo le stime della Kiev School of Economics, se il conflitto durasse pochi mesi, Mosca incasserebbe decine e decine di miliardi in più dall’export energetico.

Più la guerra dura, più la Russia guadagna.

E quindi si crea un paradosso.

Una guerra che doveva indebolire Mosca finisce per rafforzarla economicamente, mentre l’Ucraina si indebolisce e l’Europa paga il conto.

E qui entra in gioco un altro episodio che racconta molto bene questa fase.

Il caso del gasdotto Balkan Stream in Serbia.

Vengono trovati esplosivi. Un possibile sabotaggio sventato. Subito partono le accuse.

Da una parte Viktor Orbán e Mosca puntano il dito contro Kiev, sostenendo che l’Ucraina, già da settimane, sta colpendo infrastrutture energetiche russe — anche quelle che servono l’Europa, come nel caso di Ungheria e Slovacchia.

Dall’altra parte, Kiev nega tutto.

E rilancia.

Secondo Zelensky, si tratta di una operazione sotto falsa bandiera russa. Sarebbero stati i servizi russi a piazzare gli esplosivi per influenzare le elezioni ungheresi e favorire Orbán, che da tempo blocca aiuti europei e chiede la riapertura delle forniture energetiche.

Due versioni opposte.

Totalmente incompatibili.

E non è la prima volta che succede.

Negli ultimi mesi abbiamo visto lo stesso schema ripetersi più volte. Il sabotaggio del Nord Stream, il missile in Polonia, i droni nei Paesi baltici e in Finlandia. Ogni volta: accusa immediata, poi verifiche, poi correzioni.

E questo crea un effetto preciso.

Una confusione permanente, in cui diventa sempre più difficile distinguere tra fatti, propaganda e operazioni psicologiche.

Ma al di là di chi abbia ragione su questo singolo episodio, il quadro generale è molto più chiaro.

La guerra si è spostata.

Non è più solo militare.

È una guerra energetica, dove si colpiscono gasdotti, raffinerie, infrastrutture. Ed è una guerra informativa, dove ogni evento diventa una narrazione.

E in mezzo a tutto questo c’è l’Europa.

Che finanzia.

Che subisce.

E che continua a trovarsi nella posizione peggiore.

Perché mentre l’Ucraina chiede tregue e la Russia incassa, mentre le infrastrutture diventano obiettivi e la verità diventa relativa, una cosa resta evidente.

Che questa guerra, oggi, non si decide solo sul campo.

Si decide sull’energia.

E sulla capacità di raccontarla.

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Danilo Torresi