ZELENSKY IN DIFFICOLTÀ, LA RUSSIA PREME | LA GUERRA CHE NON SI RACCONTA


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Torniamo sull’Ucraina, perché quello che sta succedendo in queste ore è ancora più chiaro, se mettiamo insieme tutti i pezzi.

Siamo a giovedì 9 aprile. E mentre tutta l’attenzione è assorbita dalla guerra in Iran, la guerra in Ucraina scivola sempre più in secondo piano. Non se ne parla quasi più.

E per molti questo significa una cosa sola.

Se non se ne parla, vuol dire che è finita.

Vuol dire che è risolta.

Vuol dire che l’Ucraina sta vincendo.

Ma la realtà è un’altra.

La guerra non è finita. Non è risolta. E soprattutto non sta andando nella direzione che viene raccontata.

Negli ultimi giorni l’offensiva russa è tornata ad essere costante e pressante, con bombardamenti sempre più intensi sulle infrastrutture ucraine e una serie di micro-avanzate sul terreno.

Piccole, continue, diffuse.

Logoramento.

Eppure, se guardiamo i titoli, sembra tutto il contrario.

Prendiamo l’esempio di un’agenzia tedesca: “L’Ucraina avanza nella regione di Donetsk”.

Fine.

Per chi legge solo il titolo, il messaggio è chiarissimo: l’Ucraina avanza → quindi sta vincendo.

Ma poi vai a vedere il report dell’Institute for the Study of War da cui deriva quella notizia, e il quadro cambia completamente.

Sì, c’è un avanzamento ucraino localizzato nella zona di Pokrovsk.

Ma nello stesso paragrafo si parla anche di infiltrazioni russe confermate e geolocalizzate nella stessa area.

Quindi non è un’avanzata pulita.

È uno scontro.

È pressione continua.

E qui entra il punto chiave.

Quando si parla di movimenti ucraini si parla di avanzate.

Quando si parla di movimenti russi si parla di infiltrazioni o di avanzamenti “non significativi”.

È una differenza narrativa.

Non necessariamente una differenza reale.

Se allarghiamo lo sguardo all’intero report, vediamo che le forze russe continuano operazioni offensive in più direzioni: Sumy, Kupiansk, Sloviansk, Zaporizhzhia, Kherson.

Ovunque.

Magari senza grandi sfondamenti, ma con una pressione costante.

E nel frattempo c’è un altro elemento che viene raccontato in modo molto selettivo.

I cosiddetti successi ucraini in territorio russo.

Oggi, ad esempio, si parla di droni ucraini che avrebbero colpito una stazione di pompaggio del petrolio nella regione di Krasnodar, con immagini diffuse di fiamme e danni.

E questo viene enfatizzato.

Ripetuto.

Mostrato.

Ma anche qui bisogna fare attenzione.

Perché questi attacchi esistono, sono reali, ma non stanno cambiando gli equilibri della guerra. Non stanno mettendo in crisi strutturale la Russia.

Servono più alla narrazione che alla strategia.

Nel frattempo, invece, quello che pesa davvero continua ad essere altro.

I bombardamenti russi sulle infrastrutture energetiche ucraine stanno causando blackout diffusi.

Secondo Kiev, diverse regioni — Dnipropetrovsk, Donetsk, Zaporizhzhia, Odessa, Sumy, Kharkiv — stanno subendo interruzioni di corrente.

E a questo si aggiunge anche il maltempo, che complica ulteriormente le riparazioni.

Risultato:

un sistema energetico sotto pressione continua.

E questo è il vero punto.

Perché mentre si discutono piccoli avanzamenti sulle mappe, è qui che si decide la tenuta del Paese.

Sull’energia.

Sulla capacità di resistere.

E qui si innesta anche un altro elemento fondamentale, spesso ignorato.

La crisi energetica globale, scatenata dalla guerra in Iran, colpisce anche l’Ucraina.

Aumentano i costi.

C’è scarsità di carburante.

L’energia diventa un problema ancora più grande.

E infatti Volodymyr Zelenskyy si è mosso negli ultimi giorni verso i Paesi del Golfo per cercare nuovi accordi energetici.

Segno evidente che il problema esiste.

Eccome se esiste.

A questo si aggiunge un altro fattore.

Le armi.

Le forniture occidentali stanno subendo una pressione crescente, perché parte delle risorse viene dirottata verso il Medio Oriente.

Quindi meno disponibilità per Kiev.

Altro elemento negativo.

Altro problema non risolto.

E poi c’è la questione politica.

I 90 miliardi europei sono ancora bloccati.

Le tensioni sui gasdotti con Ungheria e Slovacchia restano aperte.

Il fronte diplomatico è fermo.

E in questo contesto arriva anche una posizione interessante di Zelensky.

Con questa “tregua” in Iran — che è tutta da verificare — Kiev sostiene che non ci siano più le condizioni per allentare le sanzioni contro la Russia.

Sanzioni che erano state parzialmente alleggerite proprio per contenere gli effetti della crisi energetica.

Quindi il messaggio è questo:

la crisi energetica resta,

ma le sanzioni devono tornare.

Un equilibrio complicato.

Molto complicato.

E quindi, se mettiamo insieme tutto, il quadro è chiaro.

Da una parte una narrazione fatta di successi selezionati, di titoli semplici, di immagini forti.

Dall’altra una realtà fatta di pressione costante, difficoltà energetiche, problemi strutturali e guerra che continua.

E soprattutto una guerra che non fa più notizia.

Ed è questo il punto più pericoloso.

Perché mentre non se ne parla,

mentre sembra quasi risolta,

in realtà continua.

E si consuma lentamente.

Giorno dopo giorno.

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Danilo Torresi