Domani, 11 aprile, dovrebbero esserci i colloqui tra Stati Uniti e Iran. Ma il punto vero non sono i colloqui.
Il punto è che, anche se si siedono al tavolo, i rapporti di forza sono già cambiati.
Perché al centro resta sempre lo stesso nodo: lo Stretto di Hormuz.
E su questo Ali Khamenei è stato chiarissimo: l’Iran chiederà risarcimenti e porterà la gestione dello stretto in una “nuova fase”.
Tradotto: anche con un accordo, controllo e pedaggi resteranno.
E questo è il primo segnale della difficoltà americana.
Perché Donald Trump non è riuscito né prima né adesso a sbloccare Hormuz. E infatti torna a fare quello che abbiamo già visto: chiede aiuto agli europei.
Nel frattempo annuncia che Israele ridurrà gli attacchi in Libano, dopo aver parlato con Benjamin Netanyahu.
Ma Israele continua a bombardare.
Quindi non è una decisione.
È un auspicio.
È una dichiarazione che non trova riscontro nei fatti.
E qui si vede tutta la difficoltà di Washington.
Trump ostenta ottimismo, parla di accordo vicino, di pace possibile già nei prossimi giorni. Ma sul terreno la guerra continua.
E questo squilibrio dice molto.
Dice che Trump ha bisogno che la situazione non esploda di nuovo subito. Perché altrimenti rischierebbe una figuraccia enorme.
E quindi si trova in una morsa.
Da una parte l’Iran, che controlla Hormuz e detta le condizioni.
Dall’altra Israele, che continua a portare avanti i propri obiettivi.
E in mezzo gli Stati Uniti.
E qui entra un’ipotesi sempre più concreta.
Quella delle munizioni.
Perché sostenere una guerra di questo tipo richiede enormi quantità di missili, intercettori, sistemi di difesa. Costano, richiedono tempo, e soprattutto non sono infiniti.
E se davvero queste risorse stanno diminuendo, allora la “tregua” cambia completamente significato.
Non è una scelta.
È una necessità.
Un modo per prendere tempo.
Un modo per evitare di mostrare un limite operativo.
E questo spiegherebbe perché Washington sembra accettare, più di quanto voglia ammettere, le condizioni iraniane.
Ma c’è un altro elemento che conferma tutto questo.
Il petrolio.
Secondo Associated Press, i mercati hanno reagito in modo molto particolare: le borse sono salite sulle speranze di tregua, ma il prezzo del greggio, dopo un calo iniziale, è tornato rapidamente a livelli molto alti.
Parliamo di un barile vicino ai 100 dollari, con picchi anche sopra i 103.
Quindi cosa significa?
Che il mercato non crede davvero alla tregua.
O comunque non la considera stabile.
E questo apre anche un’altra questione.
Se bastano dichiarazioni contrastanti per far oscillare così tanto i mercati, è inevitabile chiedersi: qualcuno sapeva già?
Il sospetto di movimenti speculativi resta sullo sfondo.
Ma al di là di questo, gli effetti concreti sono già evidenti.
Negli Stati Uniti si parla di nuove pressioni sull’inflazione.
In Europa, la situazione è ancora più delicata.
Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, il problema del cherosene per i voli è passato in pochi giorni da teorico a reale.
L’Europa importa circa il 43% del carburante per l’aviazione dal Golfo Persico.
E qui nasce il problema.
Se le navi non passano da Hormuz, il carburante non arriva.
E gli impianti europei non possono compensare, perché sono già al massimo della capacità produttiva.
Quindi cosa succede?
Prima si attinge alle riserve strategiche.
Poi, se la situazione continua, si arriva al punto critico:
tagli alle forniture e cancellazione dei voli.
In piena stagione estiva.
Con il traffico aereo al massimo.
E le riserve?
In molti Paesi europei si parla di appena 8–10 giorni.
In Italia, secondo le stime, tra i 30 e i 60 giorni.
Quindi tutto dipende da una cosa sola.
Da cosa succederà nei prossimi giorni.
Dai negoziati.
Dalla tenuta — o meno — di questa “tregua”.
E dall’evoluzione della guerra.
E allora, mettendo insieme tutto, il quadro è molto chiaro.
Colloqui in arrivo, sì.
Ma con un equilibrio completamente diverso.
Uno stretto strategico sotto controllo iraniano.
Un mercato energetico sotto pressione.
Un’Europa esposta più di tutti.
E gli Stati Uniti che cercano una via d’uscita da una crisi che si è complicata oltre le previsioni.
E forse il punto più importante è proprio questo.
Non solo non sono stati raggiunti gli obiettivi.
Ma le conseguenze stanno iniziando a colpire tutti.
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