ZELENSKY SENZA SOLDI? | PUTIN GUADAGNA MILIARDI E LA GUERRA CONTINUA


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Partiamo da quella che, sulla carta, dovrebbe essere una tregua.

Vladimir Putin annuncia una pausa per la Pasqua ortodossa. Poche ore, poco più di un giorno.

Ma è una tregua fragile, condizionata, senza alcuna struttura.

E infatti Volodymyr Zelensky risponde nello stesso modo: “se la Russia la rispetta, la rispettiamo anche noi”.

Quindi non è una tregua vera.

È una sospensione temporanea, con entrambe le parti pronte a riprendere in qualsiasi momento.

Nel frattempo però succede altro.

Zelensky torna a chiedere un incontro diretto con Putin, addirittura a tre con gli Stati Uniti.

Ma la domanda è semplice.

A cosa serve un incontro, quando le posizioni sono completamente bloccate?

Mosca chiede neutralità, territori, esclusione dalla NATO.

Kiev non cede su nulla.

E quindi l’incontro rischia di essere più una mossa comunicativa che diplomatica.

E infatti, nello stesso momento, Zelensky ribadisce un punto fondamentale:

gli aiuti devono continuare.

Armi, soldi, supporto.

Perché senza quelli, la situazione diventa critica.

E qui entra il nodo vero.

Le risorse.

Si parla apertamente del fatto che i fondi possano bastare fino a giugno.

Poi?

Rischio concreto di non riuscire più a pagare gli stipendi.

E questo, in una guerra, cambia tutto.

Perché un esercito senza stipendi è un esercito in difficoltà.

E quindi si capisce perché Kiev continui a chiedere tregua, pressione internazionale, negoziati.

Perché al di là della narrativa, la situazione resta complicata.

E mentre si parla di negoziati, arrivano i dati che raccontano un’altra storia.

Secondo Reuters, con la guerra in Iran le entrate petrolifere russe stanno esplodendo.

Parliamo di circa 9 miliardi di dollari ad aprile.

Le entrate fiscali da petrolio potrebbero arrivare a 700 miliardi di rubli.

Perché?

Perché il prezzo del greggio è sopra i 100 dollari al barile.

E questo cambia completamente il quadro.

La Russia vende energia in un mercato con scarsità di offerta, dovuta al blocco di Hormuz e ai danni nelle infrastrutture del Golfo.

Risultato:

più domanda, più prezzo, più incassi.

E questo significa più risorse per sostenere la guerra.

E mentre succede questo, dall’altra parte succede il contrario.

Gli aiuti all’Ucraina diminuiscono.

Secondo dati OCSE, nel 2025 i contributi sono calati del 38,2%.

E il dato più importante riguarda gli Stati Uniti.

Taglio del 91,1%.

Quasi azzerati.

E quindi chi copre la differenza?

L’Europa.

Cioè noi.

Più spesa per sostenere Kiev.

Più costo dell’energia.

Più pressione economica interna.

E qui si crea un cortocircuito evidente.

Da una parte si finanzia la guerra.

Dall’altra si pagano le conseguenze economiche della guerra stessa.

E nel frattempo continua anche la narrativa sulla cosiddetta guerra ibrida.

Nuovi allarmi su presunte ingerenze russe, questa volta legate alle elezioni in Ungheria.

Uno schema già visto.

Georgia.

Moldavia.

Romania.

Ogni volta lo stesso copione.

E qui il tono diventa inevitabilmente sarcastico.

Quando serve, si parla di interferenze.

Quando non serve più, il tema scompare.

Passiamo al fronte.

Perché lì la situazione resta intensa.

Secondo fonti ucraine, la Russia si è avvicinata a Pishchane e Rodynske.

Nella zona di Pokrovsk, il comandante Oleksandr Syrskyi parla di oltre 260 attacchi russi in 24 ore.

Quindi pressione altissima.

Costante.

E poi arrivano i report dell’Institute for the Study of War.

Che confermano una cosa ormai nota.

Ogni avanzata ucraina viene evidenziata, confermata, valorizzata.

Le avanzate russe?

Spesso definite “non significative”.

Oppure “non confermate”.

Oppure “senza prove sufficienti”.

E qui torna il tema centrale.

La distanza tra racconto e realtà.

Perché se si mettono insieme tutti i dati, il quadro che emerge è diverso.

Una Russia che continua a premere sul fronte.

Un’Ucraina che ha bisogno crescente di risorse.

Un Occidente che riduce gli aiuti, con l’Europa che compensa.

E un contesto energetico globale che favorisce Mosca.

E quindi, tornando all’inizio.

Una tregua breve, fragile.

Un incontro possibile, ma poco risolutivo.

E una guerra che, nonostante se ne parli meno, continua con la stessa intensità.

Anzi.

Con effetti economici e strategici sempre più evidenti.

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Danilo Torresi