LA “TREGUA” DI TRUMP SALTA IN POCHE ORE | L’EUROPA PAGA SMINAMENTO E PEDAGGI


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La tregua annunciata da Donald Trump come una grande vittoria, nei fatti, si sta rivelando un disastro totale.

Perché quella che è stata presentata come una pausa verso la pace, in realtà è stata fin da subito qualcosa di molto fragile. Più che una tregua, uno spostamento dell’ultimatum di due settimane, raccontato però come se fosse un risultato già raggiunto.

E infatti bastano poche ore per capire come stanno davvero le cose.

Arrivano gli attacchi israeliani in Libano. Attacchi pesantissimi. Secondo Al Jazeera si parla di almeno 254 morti e oltre 1100 feriti, con circa 160 bombe sganciate in dieci minuti.

Numeri che da soli spiegano tutto.

Altro che tregua.

È evidente che la tregua non esiste, anche se ancora oggi molti media continuano a raccontarla come qualcosa di reale, di in corso, di delicato ma attivo.

Nel frattempo, la delegazione iraniana si prepara comunque a un possibile incontro previsto per il 10 aprile. Ma il contesto è completamente compromesso.

Perché mentre Washington dichiara vittoria, sul terreno accade l’opposto.

Trump, dopo aver minacciato la distruzione totale dell’Iran, arriva a parlare di successo, di pace, di grande risultato diplomatico. I suoi sostenitori festeggiano il “pacificatore”.

Ma la realtà è un’altra.

È come premiare qualcuno che aveva minacciato una strage solo perché, alla fine, non l’ha completata. Nel frattempo però i danni li ha fatti.

E infatti Israele, di fatto, fa saltare tutto in poche ore.

Questo lo sottolinea anche Le Monde, riportando le parole dell’Alto Commissario ONU per i diritti umani, Volker Türk, che parla apertamente di una carneficina incomprensibile, avvenuta a poche ore dall’annuncio del cessate il fuoco.

A questo punto la reazione iraniana è immediata.

Teheran mette in discussione l’accordo e rilancia: se gli attacchi continueranno, l’Iran si ritirerà dalla tregua.

Ma il punto più importante è un altro.

Era tutto prevedibile.

Perché Israele, fin da subito, aveva chiarito che il Libano non era incluso nell’accordo. Come se una tregua potesse essere selettiva, parziale, a geometria variabile.

E invece no.

Perché quella è un’unica guerra, su più fronti.

E quindi la conseguenza è inevitabile.

L’Iran torna a usare la sua leva principale: lo Stretto di Hormuz.

E lo fa in modo ancora più esplicito.

Chi passa senza autorizzazione, viene colpito.

Un messaggio chiarissimo.

Nonostante la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, provi a minimizzare parlando di notizie false sulla chiusura dello stretto, i segnali che arrivano vanno tutti nella direzione opposta.

Hormuz non è formalmente “chiuso”.

Ma è controllato militarmente.

Ed è questo che conta.

Perché basta questo per bloccare il traffico, per far schizzare i prezzi, per rimettere in crisi i mercati.

E infatti succede esattamente questo.

Dopo l’euforia iniziale delle borse, dopo il calo del petrolio seguito all’annuncio della tregua, torna subito la freddezza.

Perché il mercato capisce.

Capisce che la situazione non è risolta.

Capisce che quella tregua non è reale.

Capisce che il nodo centrale, cioè Hormuz, è ancora lì.

E quindi tutto torna in discussione.

Nel frattempo, Trump torna a fare quello che ha fatto fin dall’inizio.

Minaccia.

Parla di una guerra ancora più devastante, ancora più violenta, nel caso in cui non si arrivi a un accordo. Dice che l’esercito americano si sta preparando, che è pronto, che l’America è tornata.

E qui entra in gioco l’Europa.

Perché, come spesso accade, quando la situazione si complica davvero, il conto arriva qui.

Secondo Politico, l’Unione Europea sarà chiamata a intervenire direttamente nello stretto. Scorta alle navi, operazioni di sicurezza, perfino sminamento.

E naturalmente: pagare.

Perché anche nel caso migliore, anche se si arrivasse davvero a un accordo, lo stretto non tornerà più come prima. Si parla già di tariffe di transito, cioè pedaggi per attraversare Hormuz.

Una cosa che prima della guerra non esisteva.

E il punto è semplice.

Se l’accordo dovesse saltare, l’Iran potrebbe imporre queste tariffe da solo per recuperare i danni.

Ma anche se l’accordo dovesse reggere, si parla comunque di un’intesa tra Iran, Oman e Stati Uniti per introdurre un sistema di pedaggi.

Quindi il risultato non cambia.

Il pedaggio arriva comunque.

E non saranno certo le navi americane a pagarlo.

Saranno quelle europee.

Nel frattempo, sempre secondo Politico, il costo dell’energia in Europa resterà elevato per settimane, forse mesi. Anche nel caso migliore.

Perché le infrastrutture sono state danneggiate, i flussi alterati, il mercato destabilizzato.

E quindi l’Europa si ritrova nella posizione peggiore possibile.

Pagare di più.

Per avere meno.

E tutto questo mentre già sostiene altri fronti.

Lo riassume perfettamente Nacho Sánchez Amor: a Gaza si paga la ricostruzione, in Ucraina si paga la guerra, e ora si rischia di pagare anche per bonificare lo Stretto di Hormuz.

È uno schema.

Sempre lo stesso.

Nel frattempo, la NATO viene accusata di non aver fatto abbastanza. Ma quando si tratta di aumentare la spesa militare o comprare armi, diventa improvvisamente indispensabile.

Un bancomat.

E quindi il punto finale è questo.

Da una parte una tregua che non regge nemmeno poche ore.

Dall’altra un’escalation che continua sotto traccia.

E nel mezzo, ancora una volta, l’Europa.

A pagare.

Tutti sperano che questa tregua regga.

Perché già così è un disastro.

Ma se dovesse saltare davvero, il rischio è che quello che stiamo vedendo adesso sia solo l’inizio.

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Danilo Torresi