Mentre sto prendendo questi appunti, c’è una situazione di totale confusione sui negoziati tra Stati Uniti e Iran. Nessuno capisce davvero come andrà a finire. Non si capisce nemmeno se questi colloqui ci saranno davvero, in che termini, e soprattutto se le delegazioni si presenteranno oppure no.
Ci sono agenzie che dicono sì, altre che dicono no. Al Jazeera, a metà mattina del 21 aprile, scrive chiaramente che Teheran respinge i colloqui sotto minaccia e che il blocco dello stretto di Hormuz rimane. Nel frattempo il Pakistan prova a spingere per far partire un dialogo, ma la situazione resta completamente incerta.
Trump, come sempre, continua con le sue dichiarazioni. Minacce, ultimatum, “distruggeremo tutto” se non si arriva a un accordo. E poi la questione del vicepresidente: prima doveva partire subito, poi non parte, poi partirà martedì. Un continuo rimbalzo che dà l’idea di una gestione quantomeno caotica.
In parallelo emerge un altro elemento interessante. Der Spiegel pubblica un articolo che pone una domanda molto precisa: gli Stati Uniti stanno esaurendo le munizioni? Secondo quanto riportato, nella guerra contro l’Iran starebbero diminuendo missili antiaerei e missili da crociera, creando una situazione di instabilità che potrebbe avere effetti anche su altri fronti, a partire dall’Ucraina.
Ora, questo punto era già sul tavolo da tempo. Perché se davvero gli Stati Uniti avessero quella superiorità militare totale che continuano a raccontare, tutta questa fretta di chiudere un accordo non avrebbe senso. Invece vediamo il contrario: continui rinvii, ultimatum che cambiano, pressioni per far partire negoziati che però non partono mai davvero. E soprattutto un Iran che non cede su nulla.
Questo porta a una conclusione abbastanza evidente: sono gli Stati Uniti ad avere bisogno del negoziato, non l’Iran.
E infatti iniziano a emergere anche le crepe nella narrazione sulla superiorità americana. Il famoso blocco navale nello stretto di Hormuz, quello che secondo Trump fermava il 100% delle navi, inizia a mostrare tutti i suoi limiti.
Secondo i dati della società Lloyd’s List Intelligence, almeno 26 navi della flotta fantasma iraniana hanno eluso il blocco statunitense negli ultimi giorni. Undici petroliere cariche di petrolio sono riuscite a uscire dal Golfo Persico o dal Golfo dell’Oman senza essere fermate.
Considerando che oggi transitano pochissime navi al giorno, questi numeri ribaltano completamente la narrativa: altro che blocco totale, qui sembra che quasi tutte le navi riescano a passare.
E questo spiega anche perché quell’episodio della nave abbordata era stato raccontato con così tanta enfasi: sembrava quasi l’unico caso concreto da mostrare.
Nel frattempo Trump continua a sostenere che l’Iran è pronto a cedere tutto, persino sull’uranio, ma Teheran continua a smentire ogni singola dichiarazione.
E arriviamo al nodo del negoziato. Trump aveva detto che J.D. Vance sarebbe partito subito per Islamabad per seguire i colloqui. Poi però, secondo il The New York Times, la partenza non era prevista per lunedì ma per martedì.
Ora, qui la situazione diventa quasi grottesca. Possibile che il presidente degli Stati Uniti e la sua amministrazione non sappiano nemmeno quando parte il vicepresidente? Oppure è semplicemente un tentativo di coprire una figuraccia?
Perché la realtà è molto semplice: l’Iran non ha mandato nessuna delegazione. Ha dato buca. E a quel punto gli Stati Uniti si sarebbero trovati da soli a un tavolo negoziale. Imbarazzante. E quindi cosa fanno? Rimandano. O fanno finta di rimandare.
Ed è qui che entra un ultimo elemento interessante.
Trump, sul suo social Truth Social, pubblica una sorta di giustificazione politica. Dice chiaramente che non è stato Israele a convincerlo ad entrare in guerra contro l’Iran.
Questo perché una delle accuse principali di queste settimane è proprio quella: essere stato trascinato da Benjamin Netanyahu in un conflitto che non portava vantaggi diretti agli Stati Uniti.
Trump ribatte dicendo che è stata una sua decisione autonoma, legata alla convinzione che l’Iran non debba possedere armi nucleari.
Ma qui nasce una domanda.
Non è curioso che il presidente degli Stati Uniti senta il bisogno di giustificare pubblicamente una decisione del genere? Non è curioso che debba chiarire che non è stato influenzato da un altro paese?
Perché normalmente decisioni di questo livello non vengono spiegate così. E quando un leader sente il bisogno di ribadirlo con questa insistenza, spesso non sta chiudendo una polemica… la sta alimentando.
E infatti il risultato complessivo è abbastanza chiaro: da una parte una narrazione di controllo totale, dall’altra una realtà fatta di negoziati che non partono, blocchi che non funzionano e un Iran che continua a dettare i tempi.
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