A quanto pare Volodymyr Zelensky parteciperà al vertice informale UE di Cipro, dove si discuterà della crisi energetica legata alla guerra in Iran. Una presenza tutt’altro che simbolica, perché in quella sede verrà consolidato — anche se formalmente già approvato — il pacchetto da 90 miliardi europei destinato all’Ucraina.
Secondo Associated Press, il petrolio russo ha ripreso a fluire verso la Slovacchia attraverso l’oleodotto Druzhba, passando proprio dall’Ucraina. Sottolineo per l’ennesima volta la contraddizione evidente: lo stesso oleodotto che veniva descritto come non riparabile, viene riattivato praticamente in meno di 24 ore. Una “riparazione lampo” che cambia completamente la narrativa precedente.
In questo contesto, Zelensky sembra accumulare una serie di risultati: i finanziamenti europei, il racconto di un rallentamento dell’avanzata russa secondo l’Institute for the Study of War — che parla di poche centinaia di chilometri conquistati — in contrasto con le fonti russe che parlano invece di oltre 1700 chilometri quadrati dall’inizio dell’anno. Due versioni opposte, ma con un punto comune: la Russia continua comunque ad avanzare, anche se con numeri e intensità contestati.
A questo si aggiunge un elemento interessante sul piano militare. Secondo Reuters, gli Stati Uniti si starebbero rivolgendo all’Ucraina per ottenere supporto nella tecnologia anti-drone da utilizzare nella guerra in Iran. Funzionari ucraini sarebbero stati inviati in Medio Oriente per addestrare i soldati statunitensi all’uso di sistemi come SkyMap. Il tutto mentre Donald Trump continua a dichiarare pubblicamente che non hanno bisogno di alcun aiuto.
E poi c’è il fronte, che resta attivo. Questa notte, secondo l’aeronautica militare ucraina, sono stati lanciati 155 droni russi, di cui 139 intercettati. Dall’altra parte, Mosca sostiene di aver intercettato oltre 150 droni ucraini tra Russia e Crimea, mentre Kiev rivendica attacchi contro un centro petrolifero e un impianto chimico in territorio russo. Numeri contrapposti, come sempre, ma che confermano un livello di attività ancora elevato.
Se però andiamo a vedere il report odierno dell’Institute for the Study of War, il quadro cambia. Nelle ultime ore non vengono riportati movimenti significativi al fronte. Né avanzate rilevanti russe, né riconquiste ucraine. Ci sono attacchi, contrattacchi, tentativi, come quello dei russi di infiltrarsi nella regione di Sumy passando attraverso condotte in disuso per evitare i droni — tentativi che, secondo le fonti ucraine, sarebbero stati sventati.
Ma al netto di tutto questo, il dato centrale è uno: il fronte appare stabile.
E guardando le informazioni delle ultime 24–48 ore, la sensazione è quella di uno stallo. Come se entrambe le parti fossero in attesa di qualcosa: un evento, una nuova fase, una preparazione più ampia.
La cosa più significativa, però, è un’altra. Questa guerra sembra essere stata normalizzata. È diventata uno sfondo permanente, qualcosa con cui convivere, che non sorprende più e quindi non fa più notizia.
E mentre l’attenzione mediatica si sposta sulla guerra in Iran, più “nuova” e più attrattiva, il conflitto in Ucraina continua, quasi in silenzio, in una condizione di pressione costante ma senza svolte evidenti.
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