L’EUROPA PAGA KIEV | CONTRO I PROPRI INTERESSI


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Oggi tutti i giornali celebrano l’accordo che a Cipro avrebbe confermato l’Unione Europea nei confronti dell’Ucraina con il pacchetto da 90 miliardi. Secondo la Associated Press, l’Ucraina è a corto di liquidità e, assicurandosi questo prestito, riuscirà a rimanere in vita, non solo dal punto di vista finanziario, quindi per pagare stipendi e spese dello Stato, ma anche per quanto riguarda gli sforzi bellici. Zelensky infatti dichiara di voler utilizzare questi miliardi per acquistare missili intercettori e per rafforzare le difese aeree, anche se gli Stati Uniti non producono sufficienti missili antiaerei e ne hanno consumati molti nella guerra in Iran. Tanto che lo stesso Zelensky dice che stanno cercando di costruire un sistema missilistico ucraino autonomo.

Tutto questo arriva dopo che Orbán è stato tagliato fuori, ha perso le elezioni in Ungheria. Orbán era il principale detrattore e sosteneva il dialogo con Mosca, mentre il resto dei paesi europei è rimasto fedele alla linea di armare l’Ucraina e continuare la guerra.

Il problema è che questa politica ci ha portato in una situazione disastrosa dal punto di vista economico, e ha portato l’Ucraina in una situazione altrettanto disastrosa dal punto di vista umanitario. Però oggi tutto viene edulcorato, nascosto sotto una narrazione che parla di un momento favorevole al fronte.

Ma questo ribaltamento non esiste. Quello che viene raccontato come successo è semplicemente un rallentamento delle avanzate russe. Cioè Kiev sta perdendo meno territorio rispetto a prima, e meno rispetto a quanto dichiarano i russi. E questo viene presentato come una vittoria.

E poi c’è un altro punto. Nessuno sembra trovare anomalo che il presidente di un paese che non è membro dell’Unione Europea, cioè Zelensky, di fatto tenga le fila di una riunione europea in cui si dovrebbero discutere problemi enormi come la crisi energetica, aggravata anche dalla guerra in Iran. E invece tutta l’attenzione è concentrata su quanti miliardi inviare a Kiev.

Questi 90 miliardi saranno divisi in due tranche: 45 miliardi subito e 45 miliardi nel 2027. Ufficialmente sono prestiti, ma è evidente che non torneranno indietro. Parliamo di un paese con un’economia praticamente allo sfascio. Anche se dovesse ripartire oggi, ci vorrebbero decenni, forse secoli, per ripagare un debito del genere.

E qui torna anche la questione dell’oleodotto Druzhba. Per mesi è stato detto che non era riparabile, che servivano tempi lunghi. Poi, una volta risolta la questione politica in Ungheria, improvvisamente è stato riparato in 24 ore.

Nel frattempo i fondi inviati dall’Europa stanno arrivando a cifre enormi, ormai vicine ai 300 miliardi, anche perché stiamo finanziando al posto degli Stati Uniti, che hanno praticamente azzerato il loro contributo dopo aver avviato questa strategia.

E la cosa più significativa è questa: è stato concordato che questi prestiti verranno rimborsati dall’Ucraina solo dopo che la Russia pagherà le riparazioni di guerra. Tradotto: si continua a basare tutto sull’idea di una vittoria totale, con Mosca che paga il conto.

Nel frattempo, secondo Zelensky, gli Stati Uniti non si sarebbero fermati nell’invio di armi all’Ucraina, nonostante la guerra in Iran e nonostante il fatto che molte risorse militari siano state dirottate in Medio Oriente. Uno dei problemi infatti, in questa fase, è proprio la scarsità di armamenti, oltre alla crisi energetica e alla carenza di carburanti necessari in un contesto di guerra.

Eppure Zelensky sostiene che questo calo non ci sia stato. La Associated Press, che riporta la notizia, precisa però che non è stato possibile verificare in modo indipendente queste dichiarazioni, soprattutto per quanto riguarda gli attacchi ucraini alle infrastrutture all’interno del territorio russo.

E mentre succede tutto questo, l’Unione Europea si mostra compatta, quasi celebrativa, nel confermare questi 90 miliardi. Non è solo una questione economica, è anche una questione politica. Si torna a parlare apertamente di adesione dell’Ucraina entro il 2027, e soprattutto si insiste nel rafforzare la clausola di difesa reciproca, cioè l’articolo 42.7, che obbliga gli Stati membri a intervenire in caso di aggressione armata.

Tradotto: si costruisce un meccanismo che potrebbe portare a un coinvolgimento diretto dell’Europa nella guerra. E infatti emerge una contraddizione evidente: l’Europa prende le distanze dalla guerra in Medio Oriente, ma fa propria la guerra in Ucraina contro la Russia.

Le dichiarazioni di Ursula von der Leyen sono chiare: si raddoppia il sostegno all’Ucraina mentre si cerca di mettere sotto pressione l’economia russa. Ma nei fatti la Russia, pur sotto sanzioni e sotto pressione, continua a sostenere lo sforzo bellico. E la narrazione del collasso imminente si ripete da anni senza riscontro concreto sul campo.

Secondo fonti occidentali, l’economia russa sarebbe in difficoltà, con un PIL in calo dell’1,8%, con Putin che scarica la pressione sui subordinati. Ma al fronte la situazione racconta altro.

Secondo Deep State, le forze russe stanno tentando di infiltrarsi a Kostantinivka, nel Donetsk, con numerose operazioni di infiltrazione per rafforzare la presenza nella zona. L’area viene definita sempre più pericolosa, e movimenti simili vengono segnalati anche nella periferia orientale di Novo Dmytrivka, dove truppe russe cercano di avanzare e conquistare il centro abitato.

Lo stesso Deep State segnala una carenza di personale nelle forze ucraine in questi settori, incapaci di contrastare la pressione russa, e quindi si ricorre sempre di più ai droni come strumento principale per individuare e colpire i gruppi di infiltrazione. In pratica, meno soldati e più tecnologia per compensare.

Nel frattempo, sempre secondo fonti ucraine, la Russia avrebbe lanciato un attacco su Odessa, con gravi danni e incendi. Le fonti sottolineano i danni alle aree civili, anche se i bombardamenti colpiscono spesso obiettivi militari.

E ancora, secondo Censor.net, la Russia si starebbe preparando ad azioni nella zona di Pokrovsk, ammassando forze e avanzando con piccoli gruppi di fanteria. Si parla di oltre 700 attacchi dall’inizio di aprile in quell’area.

Ma allo stesso tempo, viene definito un momento di bassa intensità. Perché? Perché c’è una sorta di pausa tattica: la vegetazione non è ancora sufficiente a coprire i movimenti, e sono finite le condizioni favorevoli come fango, nebbia e buio prolungato.

Se poi andiamo a vedere il report dell’ISW, emerge ancora più chiaramente questa dinamica. Nella zona di Sloviansk si parla di continue infiltrazioni russe, che però vengono classificate come non avanzate, quindi non rilevanti ai fini del cambiamento del fronte. Allo stesso tempo, però, vengono mostrati filmati di bombardamenti ucraini su queste posizioni, considerate infiltrazioni e quindi non significative.

In altri casi, filmati mostrano forze russe che colpiscono posizioni ucraine dove teoricamente non dovrebbero essere, ma a quel punto quelle stesse situazioni vengono interpretate come avanzate ucraine.

A Konstantinivka vengono segnalate avanzate russe, ma non confermate perché riportate solo da fonti russe. Lo stesso schema si ripete a Dobropillia e nella zona di Pokrovsk, dove eventuali avanzate vengono definite esagerate, costruite anche attraverso video con bandiere, quindi non considerate controllo reale del territorio.

Anche nella zona di Zaporizhia, secondo l’ISW, le affermazioni russe sugli avanzamenti sarebbero gonfiate.

Insomma, quello che emerge è sempre lo stesso schema: pressione costante, infiltrazioni, a volte vere e proprie avanzate che però non vengono considerate tali o vengono sminuite, mentre allo stesso tempo si tende a enfatizzare ogni azione ucraina.

E quindi, al netto della propaganda, quello che si vede è un’iniziativa che resta in mano russa, con una pressione continua sul fronte.

Io personalmente non riesco a vedere tutto questo successo ucraino che viene raccontato da certi siti, da certi blogger o dalla stampa mainstream.

Il problema è che, mentre questa narrativa continua, la realtà resta molto più complessa.

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Danilo Torresi