TRUMP CAVALCA L’ATTENTATO MENTRE L’EUROPA AFFONDA NELLA CRISI


Logo Geometra copia4

Quello che succede davvero è che mentre Trump gioca con il suo nuovo giocattolo, quello dell’attentato — il terzo attentato, questa volta all’hotel di Washington durante la cena — noi in Europa subiamo ancora una crisi che ci sta affondando.

Ma i politici europei non sembrano preoccupati della crisi in quanto tale, cioè del fatto che colpisca noi, i cittadini europei. Sembrano preoccupati perché questa crisi scombina i piani politici. Perché possono vincere quei partiti che, secondo l’establishment, secondo i benpensanti, non dovrebbero vincere.

Ad esempio il Rassemblement National di Marine Le Pen in Francia. Il problema, per loro, non è che la gente si sia stancata di un’Europa che fa politiche controproducenti, che subisce le guerre e le conseguenze causate dai propri alleati. No. Il problema non è che i cittadini soffrano perché gli stipendi non bastano più. Il problema è che poi votano altro.

Stavo approfondendo le conseguenze di questo nuovo attentato a Trump. Dico “ennesimo” perché fa clamore, ma sarebbe il terzo. Se gli va bene, riesce anche a sfruttarlo un po’ a scopo elettorale, per recuperare qualche consenso. Nulla di più.

Intanto oggi il petrolio torna a 107,49 dollari al barile, ben oltre i 100. Ormai sembra quasi normalità. Nei primi giorni di marzo sembrava uno shock pensare al petrolio sopra i 100 dollari. Si diceva: se dura qualche settimana, avremo conseguenze per anni. Eccoci qua. Siamo praticamente a maggio e il petrolio è ancora lì.

E cosa significa? Significa benzina più cara, gasolio più caro, prezzi che aumentano. Tra l’altro tra poco in Italia scade anche il nostro bel decreto sulle accise: altri 25 centesimi in più in un click. Com’era? Mille euro con un click? Ecco, qui parliamo di qualche miliardo in più per le aziende petrolifere con un click.

La conseguenza è che poi aumentano tutti i prodotti, anche i generi alimentari. Stanno già aumentando.

Trump ovviamente dice che la questione dell’Iran non c’entra niente, che questo attentato non ha nulla a che vedere con le sue politiche in Iran. Chiamiamole politiche: in realtà è una guerra d’aggressione.

Però è curioso che questo terzo attentato arrivi proprio nel momento più utile. Nel momento peggiore per Trump, con i consensi più bassi di questo secondo mandato, e con modalità quantomeno sospette. Un uomo che riesce ad arrivare un po’ troppo vicino. Io l’ho detto anche nel video di ieri: a pensare male si fa peccato, però…

Innanzitutto è il nuovo caso del lupo solitario che arriva dal nulla. La brava persona, l’uomo perbene, calmo, gentile, istruito. Questa volta un insegnante, senza precedenti penali e nemmeno noto alle forze dell’ordine. Poi, nelle ultime settimane, sembra abbia espresso posizioni anticristiane. E ricordiamoci che Trump punta molto su questa immagine quasi da nuovo Gesù Cristo calato in terra.

Nel giro di poche settimane questo tizio perbene si arma fino ai denti: coltelli, pistole, un fucile assemblato sul posto, quasi come nei film. Fa centinaia di chilometri, arriva a soggiornare nello stesso hotel dove quella sera c’è la cena del presidente con la stampa, con il vicepresidente, la First Lady e altri membri dell’amministrazione, e tenta di arrivare vicino a Trump.

Dal Fatto Quotidiano cito un passaggio. Cole Thomas Allen, questo insegnante attentatore, è riuscito a portare all’interno dell’hotel un fucile a pompa, una pistola e diversi coltelli. Questo lo ha detto Jeanine Pirro, procuratrice del distretto di Columbia. Parliamo di un hotel di altissimo livello, in cui era previsto un evento con il presidente degli Stati Uniti, il vicepresidente e altri esponenti di primissimo piano.

Allen è riuscito ad aprire il fuoco prima di essere neutralizzato, nonostante il sistema di protezione multilivello. Solo che il sistema di protezione, a quanto pare, non era all’ingresso dell’hotel, ma attorno alla sala. Le autorità hanno confermato al New York Times che non erano presenti metal detector agli ingressi dell’hotel, ma solo all’ingresso della sala da ballo.

Ora, io non sono un esperto di sicurezza. Però dagli americani, attorno al presidente, al vicepresidente, alla First Lady e a personaggi di quel livello, mi aspettavo un’attenzione leggermente maggiore. Forse sbaglio io, eh. Però mi aspettavo più controlli. Tutto qui.

E tutto questo succede nello stesso giorno in cui è saltato il colloquio con l’Iran. Trump non ha mandato i suoi uomini, Kushner e Witkoff. Il ministro degli esteri iraniano, invece, è arrivato a San Pietroburgo per parlare con Putin delle questioni legate ai rapporti tra Iran e Russia.

Lo stesso ministro iraniano ha detto che i colloqui di Islamabad, quelli precedenti, erano stati produttivi e avevano incluso una revisione delle condizioni specifiche alle quali i negoziati tra Iran e Stati Uniti potrebbero proseguire. Però ha anche detto che l’approccio americano ha impedito di raggiungere gli obiettivi, a causa di richieste eccessive.

E ha aggiunto una cosa importante: la sicurezza del passaggio attraverso lo stretto di Hormuz è una questione globale di primaria importanza.

Che cosa possiamo capire da questo? Che l’Iran, sullo stretto di Hormuz, vuole una cosa molto semplice: o lo controlla, oppure deve essere in qualche modo risarcito. Devono esserci nuove regole per la gestione dello stretto. Non più come prima del 28 febbraio. Grazie alla guerra di Trump, oggi abbiamo questa prospettiva.

Nel frattempo Hormuz resta bloccato. Passano solo le navi che l’Iran decide di far passare.

E intanto Israele continua a fare le sue belle stragi. In Libano ci sono altri 14 morti e 37 feriti, secondo il Ministero della Salute libanese. Ci sono immagini di centri abitati praticamente rasi al suolo.

Con Israele funziona sempre così: bombarda, distrugge tutto, poi dichiara una tregua unilaterale che unilateralmente non rispetta mai. Se poi il nemico risponde, quella risposta diventa la scusa per riprendere con ancora più forza quello che stavano già facendo.

Non avevano mai smesso di bombardare i civili. E la comunità internazionale tentenna. Possibili crimini di guerra, dicono. Le immagini satellitari mostrano la distruzione di villaggi nel Libano meridionale. L’esercito israeliano sta distruggendo strade, ponti strategici ed edifici residenziali.

Israele sostiene che questo piano, estremamente controverso, serva a distruggere tutte le case nei villaggi di confine per impedire ai combattenti di Hezbollah di nascondersi. Quindi, siccome la scusa è Hezbollah, si può buttare giù tutto. Le case, gli ospedali, tutto. Tanto potrebbero nascondersi lì. Questa l’ho già sentita a Gaza.

E l’Europa subisce tutto questo. A parte la questione umanitaria disastrosa e la mancata presa di posizione nei confronti di Israele, anche grazie al governo italiano, noi subiamo le conseguenze economiche e politiche di tutto questo.

E qui arriviamo al punto europeo. L’Europa ha priorità imbarazzanti.

Cito Politico. In tutta Europa, i partiti al governo, sempre più impopolari, si trovano ad affrontare una reazione populista. L’esempio è la Francia: questa reazione potrebbe essere così forte da spingere il Rassemblement National alla vittoria il prossimo anno, portando l’estrema destra all’Eliseo e generando ripercussioni in tutto il mondo.

Attenzione: minacciata la democrazia.

Avete capito qual è la preoccupazione? Non che i cittadini vedano peggiorare le loro condizioni a causa della guerra in Iran, della crisi energetica, della guerra in Ucraina, del Covid, dell’inflazione, dei tagli. No. La preoccupazione è che poi votino partiti sgraditi.

Non viene in mente a nessuno di fare un esame di coscienza e dire: forse le politiche che stiamo facendo sono sbagliate? Forse continuare a mandare miliardi in Ucraina per alimentare la guerra, mentre i cittadini vedono tagli e servizi peggiori, non è proprio quello che dovremmo fare? Forse la guerra in Iran, con le conseguenze su Hormuz, sta creando un disastro anche perché il nostro alleato americano ha scatenato una crisi energetica globale e noi siamo rimasti zitti?

No. Il problema è che potrebbe vincere la destra.

Lo abbiamo già visto in Italia prima delle elezioni del 2022. L’allarme democratico, la von der Leyen che diceva “abbiamo gli strumenti”. Poi, quando il governo italiano si è allineato all’Europa e all’Atlantismo, è andato tutto bene. Il punto non è chi vince.

E intanto il malcontento cresce. Non nasce con la guerra in Iran, ma peggiora con la guerra in Iran. Era già partito con la guerra in Ucraina, con il sostegno militare, con i costi, con l’inflazione. La gente è stanca.

Guardate anche le manifestazioni del 25 aprile in Italia: questioni che non c’entravano nulla hanno scatenato scontri, anche sulla presenza delle bandiere ucraine. Le masse semplificano. Individuano un simbolo, un bersaglio, un soggetto su cui scaricare la rabbia. È normale? No. Ma se i politici non vogliono arrivare a quel punto, devono accorgersene prima.

Sempre Politico segnala la Bulgaria, dove la vittoria dell’ex presidente Rumen Radev, vicino al Cremlino, ha messo in allarme i governi europei. In Germania, Alternative für Deutschland punta a crescere ancora nelle elezioni regionali in Sassonia, dopo aver già penetrato alcune zone della Germania occidentale.

Ora è facile dare la colpa a Trump. Trump è cattivo, Trump destabilizza, Trump fa danni. Ma in Europa questi movimenti crescono perché intercettano un malcontento reale. Il meccanismo si era già innescato sotto Biden, con le politiche sull’Ucraina. Ora lo shock Iran peggiora tutto.

Aumentano i prezzi, aumenta la benzina, aumenta l’energia. La crisi economica la vedono tutti, anche quelli che prima facevano finta di niente. Ma non è cominciata con l’Iran. Noi abbiamo avallato ogni politica statunitense. Abbiamo accettato i dazi, il riarmo al 5% del PIL, l’acquisto di più GNL dagli Stati Uniti. Siamo stati zitti. Poi pretendevamo pure che ci facessero una telefonata prima di scatenare una crisi energetica globale in Iran.

Il presidente del Comitato Economico e Sociale Europeo, che riunisce i sindacati di tutta Europa e fornisce consulenza alla Commissione, lo dice chiaramente: l’aumento dei costi energetici si ripercuote a cascata su cibo, trasporti, alloggi, colpendo soprattutto le famiglie a basso e medio reddito.

Dal punto di vista politico, questo crea terreno fertile per la sfiducia non solo nei confronti dei governi nazionali, ma anche della capacità delle istituzioni europee di proteggere i cittadini dagli shock esterni. Si rischia di accelerare il sostegno ad approcci protezionistici e isolazionisti.

Quella che inizialmente era considerata una crisi temporanea, ora si prevede avrà effetti di lunga durata. Si parla di stagflazione, cioè rallentamento economico e aumento dell’inflazione insieme. È quasi certo che le previsioni economiche dovranno essere riviste al ribasso.

Al vertice della scorsa settimana, i leader dell’Unione Europea hanno esaminato le proposte della Commissione per attenuare l’impatto della crisi energetica. E quali sono? Tagli alle tasse sull’elettricità, programmi sociali per le famiglie vulnerabili, riduzione dell’IVA. Ma va?

Il problema è che stanno cercando soldi per i 90 miliardi mandati in Ucraina e stanno pensando di mettere più tasse. Però per mitigare l’aumento dei prezzi bisognerebbe fare il contrario. E contemporaneamente bisogna rifornire i depositi di gas per questo inverno, che rischia di essere un inferno.

Ma Bruxelles e i governi sono a corto di fondi e possono fare solo fino a un certo punto.

Che bello. I 90 miliardi per Kiev li hanno trovati subito per continuare la guerra. Poi, quando si tratta di aiutare i cittadini, improvvisamente i governi sono a corto di fondi.

_____________________
Grazie per aver letto questo articolo!
Se ti è piaciuto, considera di abbonarti 👈 qui.

Con il tuo sostegno, potrò continuare a produrre contenuti di qualità e a condividere le mie conoscenze e le mie idee con te, sia attraverso il sito che attraverso i miei video su YouTube.
Grazie per il tuo supporto!

Danilo Torresi