Gli Stati Uniti, insieme a Israele, avviano una guerra di aggressione contro l’Iran. Una guerra che dura più del previsto, perché l’Iran resiste molto più di quanto si aspettassero.
A quel punto si arriva a un negoziato e a una tregua, dichiarata dagli Stati Uniti e implicitamente accettata dall’Iran. Ma il negoziato non va a buon fine. Si parla di un secondo round che però non avviene, e nel frattempo l’Iran presenta le sue condizioni attraverso il ministro degli esteri, consegnandole al Pakistan, che a sua volta le gira agli Stati Uniti.
E qui succede qualcosa di molto semplice: gli Stati Uniti non sanno cosa fare. E vengono umiliati dall’Iran. Trump viene umiliato dall’Iran.
Una nuova proposta iraniana è sotto esame, lo avrebbe detto la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt. Marco Rubio, segretario di Stato, dice la classica frase: non negoziamo davanti alle telecamere o attraverso i giornali. Ci mancherebbe. Però poi si limita a dire che l’offerta ricevuta è “migliore di quella che ci aspettavamo”.
Nel frattempo, quello che abbiamo visto in questo mese di tregua, con continui rinvii degli ultimatum di Trump, sempre accompagnati da minacce di distruzione totale, è molto chiaro: è l’Iran che gestisce la situazione.
Gli Stati Uniti evidentemente non possono permettersi di riattivare la guerra subito, per vari motivi. Ma allo stesso tempo non possono nemmeno uscire accettando le condizioni iraniane, perché sarebbe una sconfitta troppo palese. La sconfitta in realtà già c’è, ma una sconfitta diplomatica ufficiale sarebbe un macigno ancora più grande.
E quindi bisogna trovare il modo di raccontarla diversamente. Dire “abbiamo vinto”, anche quando succede l’esatto contrario. In qualche modo intortare l’opinione pubblica americana, facendo passare l’idea che gli obiettivi siano stati raggiunti.
Ma quali sono questi obiettivi? Il nucleare. E qui nasce un problema enorme, che prima non esisteva: insieme alla questione del nucleare, ora c’è anche la chiusura dello stretto di Hormuz, che non sarebbe mai diventata un problema se non ci fosse stata l’aggressione del 28 febbraio.
Trump, secondo quanto riportato da Reuters, non sarebbe soddisfatto della proposta iraniana. Che poi tanto nuova non è. L’Iran vuole garanzie che Stati Uniti e Israele non riprendano a bombardare dopo l’accordo, cosa già successa tra la guerra dei 12 giorni e quella del 28 febbraio.
Vuole garanzie assolute. E poi vuole discutere di Hormuz, che oggi è totalmente sotto controllo iraniano. Vuole ridefinire le regole: chi passa, come passa, cosa succede. E molto probabilmente vuole anche essere risarcito dei danni subiti, attraverso i pedaggi o in altri modi.
E poi c’è il punto centrale: nessuna rinuncia al nucleare. Anzi, secondo le indiscrezioni, il nucleare viene rimandato a fasi successive. “Ne parliamo dopo”. Che tradotto significa una cosa sola: non vogliono rinunciare al nucleare.
E questo manda in crisi Trump, perché non ha nulla da portare ai suoi elettori per dire: guardate cosa abbiamo ottenuto. Non può dire che l’Iran è venuto in ginocchio. Non può dire che li ha costretti a cedere. Perché non hanno ottenuto nulla.
E quindi la situazione è quella: umiliazione totale.
Nel frattempo il problema di Hormuz sta causando un’impennata dei prezzi enorme. Tanto che Merz arriva a dire una cosa molto chiara: l’Iran sta umiliando gli Stati Uniti. Non sono parole mie.
E non è solo Hormuz. Anche il problema del nucleare è stato, di fatto, creato. Perché prima dell’uscita unilaterale di Trump dall’accordo del 2015, quell’accordo funzionava. Prevedeva controlli internazionali continui per verificare che il programma nucleare iraniano fosse a scopo civile.
E infatti nemmeno oggi le intelligence statunitensi hanno mai confermato l’esistenza di un programma nucleare militare attivo. Non l’hanno trovato, non l’hanno sventato. Quindi parliamo di un problema che non c’era.
Intanto il petrolio continua a salire: ieri sopra i 107 dollari al barile, oggi secondo ANSA oltre i 110 dollari. Reuters lo dice chiaramente: per i trader non conta più la retorica. Tradotto: le chiacchiere stanno a zero.
Conta il flusso fisico. Quanto petrolio passa davvero da Hormuz. Prima della guerra passavano tra le 125 e le 140 navi al giorno. Oggi, nelle ultime 24 ore, sette navi. E di queste, zero trasportavano petrolio.
Significa che il flusso è praticamente azzerato.
In Europa, Merz lo dice chiaramente: non si vede una strategia di uscita americana. Non si capisce cosa stiano facendo. Come vogliono uscire da questo negoziato.
Perché o accettano le condizioni iraniane — e sarebbe una batosta enorme — oppure restano bloccati. E nel frattempo l’Iran dimostra di negoziare meglio, o più semplicemente di non negoziare (parole del Cancelliere tedesco), di fare melina, di imporre le proprie condizioni senza spostarsi di un millimetro.
E arriva la frase più pesante: un’intera nazione, gli Stati Uniti, viene umiliata dalla leadership iraniana, in particolare dai Pasdaran. (Sempre parole di Merz).
E questo ha un impatto diretto su di noi. Sull’Europa. Sulla produzione economica, sull’energia, sui prezzi. Ed è per questo che, quando tocchi le tasche, anche i politici iniziano ad accorgersene.
Ma nei fatti non cambia nulla. Nessuna sanzione a Israele, nessuna presa di distanza dagli Stati Uniti. Però attenzione: le sanzioni all’Iran vanno mantenute.
Von der Leyen dice che è prematuro revocarle, perché bisogna prima vedere un cambiamento interno in Iran. Poi parla di repressione, di migliaia di morti. Però, quando si tratta di Israele, silenzio totale.
Intanto Israele continua a bombardare anche in Libano, con morti e feriti nonostante la presunta tregua. Una tregua che, di fatto, non è mai esistita.
E allora la domanda finale è semplice: se anche Merz, alla guida della Germania, ammette che questa guerra in Iran ci sta costando troppo e che gli Stati Uniti stanno venendo umiliati…
quanto ci metterà l’Europa a cambiare direzione?
E soprattutto: ci riuscirà mai?
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